Henrim

Serie: Tra fango e terra


In paese. Orfanotrofio

Gli occhi di Aurelia incuriosirono subito il paesino. Troppo pochi abitanti per poter passare inosservata, troppi per ammutolire le malelingue. In qualche modo, però, le donne avevano smesso di spingerla via coi manici delle scope, così come i ragazzini avevano iniziato a stirare il collo per seguirla anche con un’ultima occhiata prima che voltasse l’angolo verso l’orfanotrofio.
     In quattro anni Aurelia aveva conquistato il cuore di ogni suo coetaneo, e persino di qualche ragazzetto che, fiero dell’età a due cifre, imitava con precoce arguzia il fare degli uomini del paese. Dieci anni e qualche spicciolo, e Aurelia avrebbe potuto sedere su un trono ritagliato in un ceppo mozzato, a farsi servire e riverire da una schiera di fedeli.
     «Invece te ne stai qui con me, vero?» borbottò Henrim, che aveva scelto di far crescere un po’ la barba per imitare il fratello maggiore.
     «Non voglio essere una regina.»
     «Puoi raccontarmi tutto, Aurelia, non aver timore,» lui si alzò dallo sgabello, rimettendo a posto l’ultimo piatto nella credenza. Volse l’occhio lesto alla porta della sala da pranzo, accorgendosi che un pugno di ragazzine aspettava che Aurelia varcasse la soglia: non avevano l’aria di chi voleva giocare con lei.
     «Sono brutta?»
     «No.»
     Henrim non ci aveva neppure dovuto pensare: la risposta gli era salita dal cuore e aveva trovato la strada libera sino alle labbra secche. Lei si sentì in imbarazzo, proprio come ogni altra volta, e lo continuò a spiare da dietro il bancone, pettinando con le dita i capelli nocciola, puri e setosi quanto bastò a far dubitare più volte Mardur: la bimba aveva di sicuro una spruzzata di sangue elfico nel corpicino.
     «Tu non hai una moglie, Henrim?»
     L’uomo lisciò il bordo scheggiato del bicchiere, «no, piccola.»
     «Sarò io, allora, la tua cara moglie! Ti piacerebbe?»
     «Aurelia, non dire sciocchezze.»
     «Non volevo farti arrabbiare, scusa.»
     Henrim scavalcò il bancone e le finì al cospetto. Si avvicinò sapendo di essere ancora osservato dalle pestifere alla porta. «Non mi arrabbierò mai con te, Aurelia.» Strinse il pugno nascosto nella tasca del grembiule. L’altra mano però si mosse più veloce della sua mente e si avventurò per carezzare le guance magre della ragazzina sino a darle un buffetto in fronte. «Vai, non ti faranno nulla.»
     Aurelia, che fosse per gli occhi strani o perché aveva già imparato sia a leggere che a scrivere, non stava molto simpatica alle altre. Loro, tonte e illetterate, avevano più volte mostrato alla carissima amica che nella vita vera, fuori dall’orfanotrofio, far bene i conti e leggere libri non serviva a nulla.

Mesi e mesi di fastidi, di spintoni, di tirate di capelli, di sputi, di orribili parole sussurrate l’attimo prima di dover andare a letto. Tutte le cose, soprattutto quelle crudeli, andarono col tempo scemando. Qualcuna delle ragazze dell’orfanotrofio aveva catturato l’occhio di viaggiatori, e Mardur, ormai a capo della baracca, aveva a malincuore optato per venderle a chi offriva alla famiglia belle monete o un generoso carico di merce esotica. Laure aveva abbandonato il villaggio in cerca di fortuna nella città sul lago, senza nemmeno presentarsi al funerale del vecchio padre e tantomeno a quello della madre. Seppure Henrim non condividesse i metodi del fratello maggiore, non poté negare che ogni singola orfana che vendevano riempiva i magazzini di provviste come nessun altro lavoro avrebbe mai fatto. I ragazzi non avevano bisogno che qualcuno li comprasse: all’età giusta mettevano lo zaino in spalla e partivano all’avventura. Trovavano picconi ad aspettarli, vanghe, nel peggiore dei casi una spada e una lorica imbrattata di sangue ancora caldo.
     «Te ne andrai anche tu?» chiese Mardur, bevendo d’un fiato dal boccale di birra. «No?»
     «No, fratello mio. Non andrò via.»
     «Forse me ne andrò io, invece. Sono stanco. Se mia moglie fosse stata ancora qui, tirare avanti l’orfanotrofio sarebbe stato facile. Così invece è una gran—» si bloccò, puntando gli occhi sulla porta, «eccola, come sempre. Henrim, ti ho visto nascere e crescere, non puoi tenermi all’oscuro di cose del genere.»
     «Quali cose?»
     «Henrim, la gente parla.»
     «Lasciala parlare.»
     Mardur avrebbe voluto replicare, ma Aurelia aveva preso a camminare verso di loro. Si mantenne a debita distanza dal tavolo, bloccata da una barriera invisibile che le impediva di avanzare. Non appena il gigante barbuto si allontanò dal tavolo, lei scattò e si andò a sedere di fianco a Henrim.
     «Ciao.»
     «Aurelia, che fai?»
     «Posso parlarti?»
     «Da quando hai bisogno del permesso, per farlo?» rispose, conscio di star suonando scorbutico. Si passò una mano sul volto e si impose calma e rigore.
     Aurelia fece strisciare la sedia sino a porla accanto a quella di Henrim. «Sono una donna, ormai.»
     «Cosa te lo fa credere?» ribatté lui, ligneo.
     «Ho sanguinato, stanotte. È successo, Henrim, significa che potrò avere bambini.»
     «Non dire idiozie!» ragliò, battendo il pugno sul tavolo. L’otre di vino rotolò ed esplose in mille cocci. «Sei una bambina, e qualche goccia di sangue tra le gambe non cambierà la situazione.»
     «Ci sono persone che non la pensano come te.»
     Henrim trasalì. Doveva uscire dalla stanza.
     «Il conciatore mi ha fermata mentre raccoglievo i fiori per il nostro giardino e mi ha parlato di suo figlio. Ha solo qualche anno in più di me, lo sai? Ha una professione e meditava di lasciare il paese per spostarsi oltre le montagne, al lago. Mi vuole sposare.»
     Qualcuno, dispettoso e maligno, doveva aver soffiato sulle candele, spento le lanterne e chiuso le imposte: Henrim non vide più né il bruno intreccio di legna né il tiepido sole filtrare dalle finestre.
     «Henrim?» sussurrò Aurelia, incrociando le mani al petto e indietreggiando.
     In un lampo, l’uomo allungò il braccio e afferrò la ragazzina per i capelli bellissimi, stringendoli nel pugno e tirando con la stessa forza che avrebbe usato per estrarre una rapa dal terreno. La gettò sul tavolo, e mentre le lacrime gli offuscavano la vista per l’orrore della consapevolezza, trovò col naso e con altri sensi diabolici ciò che lo stava facendo impazzire ormai da anni. Forse Aurelia urlava, non ne era sicuro, ma la vista delle sue cosce lisce e candide funse da spinta finale verso un inferno di grida e sangue.
     «Henrim! Maledizione, lasciala stare!»
     Lo afferrarono per le spalle. Rotolò tra i tavoli, e un fortissimo dolore al naso lo fece scoppiare a ridere. «Aurelia…» sillabò, sghignazzando.
     Si rialzò, fiero dello scarlatto nettare di cui s’era macchiata la sua mascolinità ancora esposta. Sul tavolo, vibrante di terrore, Aurelia lottava contro demoni ben più feroci di quelli che leggeva sui volti dei due fratelli.
     Mardur, sul punto di afferrare il colpevole per le gonadi e trascinarlo fuori, odorò fumo e udì il crepitio delle fiamme: una lingua di fuoco lo sfiorò senza alcun preavviso, volandogli sopra la testa da dietro le spalle. Nel seguirne l’origine, incrociò Aurelia avvolta nel più cocente incendio mai visto: bruciava, eppure le sue carni non vollero seguire l’esempio degli abiti, e restarono intatte e vivissime nel loro pallore.
     «Chiama il sacerdote!» ululò Mardur, rimettendo il fratello in piedi a forza. «È una strega! Chiama il sacerdote e le guardie, presto!»
     Henrim la fissò, la sua dama adorna di fuoco e fiamme, ne contemplò la maestosità mentre la sua gola si seccava e le narici respiravano fumo. Una ventata incandescente esplose dalle dita di Aurelia e scagliò Mardur contro la parete opposta; l’uomo si strappò gli abiti di dosso, pestandoli col piede mentre strillava e inveiva contro la propria carne ardente. L’incendio avvampò con ancor più ferocia, rosicchiando le assi dell’orfanotrofio sino a quando il tetto crollò, pezzo per pezzo.
     «Perché mi hai voluta ferire così, Henrim?»
     Lui camminò verso la luce abbagliante. Sopportò l’atroce tormento, il frizzare della pelle e delle pustole, le ustioni deformarlo e costringerlo ad avanzare a tastoni. Raggiunse il volto di Aurelia, e nel dolore e nel sangue riconobbe il deserto e la prateria racchiusi in due bellissime gemme.

Serie: Tra fango e terra


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Discussioni

  1. Cavolo! questo non me l’aspettavo! la narrazione procede con buon ritmo, e gli eventi sono tutt’altro che scontati.
    PS: bella anche l’idea, a contorno, della “mappa” di copertina con segnato di volta in volta dove si svolge la vicenda. Questo “effetto giocata di ruolo” mi piace, personalmente!

    1. La verità è che mi piace disegnare mappe (al PC), tanto valeva sfruttarla dopo averla creata! 😀
      Grazie per avermi letto.

  2. Ciao Giovanni, mi sono già “bruciata” il commento postandolo nel Gruppo, ma lo ribadisco. Non mi aspettavo questo risvolto alla “Carrie”. Nonostante la crudezza di certe immagini tutto fila, rimane ora da scoprire la vera natura di Aurelia (che, ricordo, non è un orso :D)

    1. Sono contento che abbia funzionato. È sempre difficile prevedere le reazioni dei lettori a certi eventi, e di recente mi sforzo di pensare a chi leggerà il mio testo, a cosa ha vissuto e chi è: non voglio che certe scene sembrino gratuite o addirittura superflue.
      Grazie per avermi letto e alla prossima!

  3. Ciao Giovanni. Episodio di “transito” che chiude, da una parte, una sezione narrativa e si apre, dall’altra, a qualcosa di nuovo: germogli che getteranno luce su chi è Aurelia, di cosa è capace. Anche se sapevo di questi risvolti, devo dire che li hai saputi gestire davvero bene. La storia del personaggio principale mi ha ricordato a tratti quella di Yennefer: una sofferta rinascita. Vai avanti così, alla prossima! 🙂

    1. Ciao!
      Non avevo pensato a Yennefer, accidenti. Forse a Sapkowski e altri autori, me incluso, piace pensare che la magia debba avere un prezzo, uno qualsiasi. Ho sempre visto un sacco di potenziale nei plot basati sulla magia, ma avendo abbandonato il fantasy tradizionale, mi sa che li terrò per storielle come questa. 😉
      Grazie a te per avermi spinto a inventare questo personaggio! Alla prossima lettura. 🙂

  4. Un turbinio di eventi fino al risveglio dei poteri, molto bello e ben descritto, il personaggio è affascinante, mi ha ricordato un po’ le bambine distruttive di King (Carrie e Charlie). Mi è dispiaciuto che Henrim abbia ceduto all’istinto alla fine, ma dal punto di vista narrativo ci sta tutto.
    Alla prossima
    Forse questo brano aveva bisogno di più parole per essere raccontato.

    1. Mi piace tutto del tuo commento, è molto attento e ponderato. Devo anche darti ragione sulla questione delle parole. Non volevo scrivere una serie troppo lunga per non sottrarre tempo ad altri lavori; mi interrogo sempre su cosa dire e cosa no, soprattutto visto lo spazio a disposizione in ogni capitolo e la “necessità” di offrire al lettore un gancio per tornare nel prossimo episodio.
      Sul lato Henrim: avevo già detto a Gallato che Aurelia avrebbe subìto un trauma grave. Quando si tratta di far compiere atti forti ai personaggi, voglio che siano giustificati narrativamente e che non siano dettati da un artificio blando solo per far proseguire la trama.
      Grazie per avermi letto e fatto un po’ rianalizzare ciò che ho scritto! 😀
      Alla prossima.

    1. Bentornato!
      Io pensavo che ti saresti innamorato della piccolina, guardandola soffrire sino al climax distruttivo! ?
      Comunque, la prima parte si riallaccia alla prima puntata e chiude la sezione che riguarda “Ehi, avete visto? Henrim si sta affezionando alla piccina e viceversa. Come andrà mai a finire?”
      Grazie per aver letto e alla prossima!