Sassi

Serie: I figli del salice


Sassi.

Al contrario degli altri, io non partecipavo alla conta.

Ero un acchiappasassi.

Sceglievo i sassi nel campo.

Dovevano essere lisci con una sola sporgenza sulla superficie in modo che stessero in rilievo rispetto al terreno e la mano ci potesse fare presa. Dovevano essere sufficientemente piccoli da stare racchiusi tutti quanti nel pugno. Seduta sul marciapiede, o all’ombra del salice, ne gettavo uno sul selciato e procedevo nel gioco. Lanciavo il secondo sasso per aria e in velocità raccoglievo quello a terra e anche il secondo nel suo ritorno verso il basso. Poi, due in aria e tre in mano, così via, fino a cinque. Se il sasso cadeva, ricominciavo. Allenavo la concentrazione, un colpo d’occhio al suolo e uno al cielo, questione di equilibrio mentale, prefiggendomi nuovi traguardi da superare: una sporgenza dell’asfalto, quattro in aria contemporaneamente o ad occhi chiusi.

Sabina batteva le mani.

«M’insegni?» chiedeva.

Nel primo pomeriggio con l’afa che scioglieva le pietre, veniva a suonare al mio campanello.

«Ho i sassi in tasca, scendi?»

Ho sempre sperato che Sabina diventasse un acchiappasassi. L’equilibrio che sperimentava in quel gioco lo riperdeva tutto in una volta dentro la porta di casa, tutto si spezzava, anche il filo che ci univa. Smise di giocare ai sassi quando il maggiore dei suoi fratelli, Pietro, venne giù dal cantiere di case popolari in costruzione al di là del campo di mais. Rimase per tre mesi steso su un letto d’ospedale prima di tornare a camminare. Trascinava dietro di sé la gamba malferma, con lentezza e smorfie di dolore, come se avesse addosso un secondo Pietro, quello che era stato un tempo, bello e dannato, invidiato da molti per l’aspetto fisico. Raccontarono che era scivolato da un’impalcatura mentre correva con altri ragazzi, ma la verità era che lo avevano buttato nel vuoto perché non consegnava ai Tredici tutto il ricavato dallo spaccio dell’eroina.

A vent’anni rimase per sempre come un cavallo azzoppato durante l’ultima corsa.

Sabina comparve di nuovo nel giardino che era ottobre. Le foglie dei gelsi erano mucchietti secchi spazzati dal vento a ridosso del muro perimetrale e il campo mostrava già gli scheletri degli sterpi. Mi sembrò cresciuta tantissimo, aveva un viso diverso, segnato dal tempo trascorso.

Era pallida e, benché fosse iniziata, non aveva ripreso la scuola, fingendosi affetta da una malattia che andava e veniva sfiancandola..

La verità era che la madre, analfabeta e che l’italiano non lo sapeva parlare, migrata dal sud Italia con tutta la famiglia, doveva occuparsi di Pietro per molte ore al giorno e a Sabina l’aveva confinata in casa al posto suo.

«Ce li hai i sassi?» domandai.

Lei alzò le spalle e fece cenno di no col capo.

L’autunno stava avanzando e il salice sembrava piegato su se stesso più del solito. Potevo vederlo dalla finestra della mia camera anche nell’ora della sera. Nonostante il vento di tramontana spazzasse via ogni cosa, lui rimaneva stabile come un faro sulla scogliera.

Stava lì a ricordarmi che l’estate sarebbe tornata e con lei noi tutti avremmo di nuovo fatto la conta. Qualcuno avrebbe vinto, qualcun altro perso, la conta serviva a quello, ad escluderci a turno dal gioco o a fare squadra. Era la sorte a decidere, ci piegava o rallegrava mostrandoci cos’era la vita.

L’estate sarebbe tornata e io avrei cercato nuovi sassi tra il mais del campo. Le lucertole avrebbero dimenticato la ferocia di Nino e sarebbero tornate al sole del muretto.

Ci saremmo riuniti tutti sotto al salice perché quello era il nostro posto nel mondo.

Volevamo crescere protetti dalla sua ombra, l’unica a darci qualcosa senza chiedere niente in cambio.

Una sera al tavolo sentii mio padre dire che il salice era malato e che bisognava tagliarlo.

Calò la nebbia davanti ai miei occhi fino a scendere dentro al cuore. Dietro ai vetri lo guardai come si guarda un condannato a morte sapendo che gli adulti non capivano nulla, né degli alberi e nemmeno dei figli che mettevano al mondo. Dormii nel terrore che se per qualche ragione mi fossi ammalata, non si sarebbero presi cura di me, mi avrebbero tagliata in due come il grande salice. 

Serie: I figli del salice


Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. Complimenti vivissimi, i tuoi brani mi rapiscono, sarà come ho già detto per l’effetto amarcord, ma con più probabilità è grazia alla forza della tua prosa. Precisa e ben curata, al prossimo episodio

    1. Non so che dire, se non grazie. Sulla precisione è necessario che lo sia, almeno il più possibile, togliendo ciò che non è essenziale. Moltissime grazie per la tua lettura.