I Tredici

Serie: I figli del salice


I tredici.

A vederli tutti in fila c’era da domandarsi come facessero a stare dentro a un appartamento di cinque stanze, cucina e bagno compresi. Alla spicciolata non davano l’impressione di vivere nel quotidiano sovraffollamento. Sopportavano quella condizione solo perché, esclusi i pasti, non s’incontravano mai; uno entrava e due uscivano condividendo per pochi attimi il vano scale al sesto piano del palazzo. 

Il minore aveva sei anni, e il più grande più o meno venticinque.

Erano I Tredici, vale a dire tredici figli, tutti maschi, venuti su da soli come i giunchi lungo la riva dell’Arno.

I nomi si faceva fatica a tenerli a mente e nel quartiere diventarono per tutti I Tredici anche quando rimasero in dodici. Il padre viveva nella casa circondariale di Sollicciano per omicidio, la madre usciva di casa scortata dai figli più grandi. Vestiva i suoi cento chilogrammi di peso con un unico colore, il nero, in estate e in inverno e camminava tenendosi sottobraccio ai figli. La gente si affacciava dai terrazzi per godersi lo spettacolo che chissà quando si sarebbe ripetuto dato che la donna usciva di rado, per recarsi dal medico o alla santa messa il giorno di Natale.

Lo faceva tenendosi al fianco i maggiori perché al marito la camorra aveva giurato di fargliela pagare e, anche se eravamo a Firenze, la camorra non conosceva confini, ti lasciava il tempo di credere che eri fuori portata, per poi comparirti davanti come un fantasma in piena notte.

I Tredici si nutrivano con quello che passava il banco alimentare, facendo i conti con il sussidio statale minimo e i figli piccoli trascorrevano le giornate di traverso alle scale del palazzo occupando tutto lo spazio possibile. 

I grandi, invece, si muovevano per le vie del quartiere con il coltello dietro la schiena; ad orario fisso li trovavi di là dall’argine del fiume, dove l’erba si faceva alta e mettevano in atto un gioco da prestigiatori: con una mano tenevano l’eroina incartata, con l’altra prendevano i soldi.

Poi, correvano via tra i caseggiati, come dentro a un labirinto, tanto erano tutti uguali.

In una notte zeppa di stelle, il dodicesimo figlio rimase steso sul marciapiede come uno straccio staccatosi dal filo per i panni. 

Gli spararono in pieno petto dopo averlo invitato a scendere in strada. 

Gli avevano fatto citofonare da un amico del giro, uno fidato con cui il giorno condivideva il mestiere.

Mi dissero che la camorra faceva così, mandava a chiamarti e poi ti lasciava per terra, tra un tombino e la siepe d’alloro.

Era accaduto qualcosa che noi bambini facevamo fatica a comprendere. Non sapevamo spiegarlo, ma sentivamo il freddo della morte a due passi dal nostro giardino.

Qualcuno disse che la madre de I Tredici non si sarebbe accorta che ne mancava uno, io invece pensavo tutto il contrario.

Le madri avrebbero dovuto sapere tutto, così mi avevano insegnato.

A ricordarlo restò una macchia fuori dal cancello, larga e scura che nemmeno la pioggia portò via.

Per Nino diventò un passatempo saltare l’alone rugginoso sull’asfalto per correre incontro al furgone dell’uomo dei gelati.

Nella testa sgangherata di Nino aveva preso forma un nuovo gioco, la rincorsa con salto del sangue del Dodicesimo.

Noi lo guardavamo stupefatti con la certezza che, uno come lui, non fosse capace di provare pietà per nessuno.

Serie: I figli del salice


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Discussioni

  1. L’entrata violenta della vita vera e della cronaca nera nell’idillio dell’infanzia è resa molto bene, tra innocenza e consapevolezza. Il tutto supportato da un notevole capacità di scrittura. Una delle migliori serie che abbia mai letto, il che la dice lunga visto che per me se non ci sono gli incantesimi già si parte svantaggiati 🙂

    1. Grazie per l’apprezzamento, in effetti il passaggio dall’età dell’infanzia a quello dell’ adolescenza e poi nel mondo adulto è qualche volta una dolorosa metamorfosi, necessaria. Non è detto, guarda, che non inserisca un incantesimo, ovvero una connessione con un aspetto magico e sovrannaturale, contestualizzandolo alla storia. Di nuovo, grazie.