L’uomo dei gelati

Serie: I figli del salice


L’uomo dei gelati.

Alle tre del pomeriggio l’uomo dei gelati arrivava dal fondo della curva a bordo del furgone.

Avvertiva del suo arrivo suonando a ripetizione il clacson e quello era il segnale inequivocabile che potevamo finalmente gustare un cremino.

L’uomo dei gelati non aveva tempo da perdere, usciva in fretta dall’abitacolo del suo furgone e si piazzava davanti alle celle frigorifero con indosso una giacca bianca con i bottoni dorati. Uscivamo a frotte fuori dal cancello a formare una fila che veniva smaltita a forza di cornetti, granite e bastoncini di liquirizia con glassa al limone ghiacciato, rinfrescante per il palato. I più fortunati di noi avevano cinquanta lire in tasca, gli altri si sarebbero limitati a leccare con gli occhi i gelati degli altri.

Correvamo ai fusti dei gelsi come api intorno all’alveare per non far sciogliere i gelati, dondolandoci su un’altalena malferma che Pietro ci aveva costruito passando una corda tra l’incrocio di due rami. L’aveva realizzata nei continui avanti e indietro che faceva con l’aiuto di stampelle per allenare le gambe nella ricerca di un nuovo equilibrio.

Il salice era stato abbattuto a primavera, segato alla base del tronco. Ogni volta che passavo d’accanto all’abbozzo che era restato di lui, abbassavo lo sguardo in segno di rispetto. Provavo per lui un’infinita pietà che aumentava con il passare dei giorni e che nessun gelato alla crema riusciva a lenire. L’osservavo, maledicendo gli adulti che di lui non si erano voluti prendere cura.

Sabina sbucò un giorno all’improvviso dal buco della sua casa, tornò nel mondo dei bambini soltanto perché Pietro iniziava a stare meglio. La trovavo una connessione crudele tanto che a volte lasciavo a lei le mie cinquanta lire, il sorriso le tornava negli occhi. L’uomo dei gelati arrivava e svaniva come un miraggio nel deserto, proseguiva la corsa con le gomme delle ruote che parevano liquefarsi sull’asfalto bollente. In un torrido agosto attraversava l’immenso quartiere fatto di alveari in cemento armato e tetti di amianto, popolato da famiglie che l’italiano non lo sapevano parlare, madri che vestivano come zingare, nuclei ricostituiti in tre generazioni; toccavano le punte dello stivale d’Italia, da Reggio Calabria ai borghi di Napoli mischiandosi in un frullatore umano coi vicoli di Borgo San Frediano. Lungo le rive dell’Arno, in acquitrini in parte da bonificare, nelle case post moderne dotate di riscaldamento centralizzato si fondeva un materiale umano di differente estrazione sociale che a volte faceva fatica a capirsi per le più banali necessità, ma con un unico fattore determinante in comune, la spinta alla sopravvivenza e all’emancipazione vissuta la sera dinanzi ai primi televisori a colori.

L’uomo dei gelati donava un tocco di musicalità al quartiere, girava a colpi di clacson alla ricerca per le vie e alle tre del pomeriggio, minuto in piú,  minuto in meno, ogni palazzo apriva la pancia e mostrava al mondo i suoi bambini.

L’uomo dei gelati era anche un appassionato di bambole. Disse a Sabina che dietro al furgone ne aveva una con un vestito a fiori e i capelli da pettinare. La vidi sparire con lui saltellando. Una manciata di minuti e Sabina ricomparve con i pugni stretti e il viso rosso. 

«E la bambola?» chiesi.

«Le bambole non esistono.» rispose Sabina.

I cieli in estate erano tutti identici, confondevano i giorni, a volte le ore, fino a che le stelle arrivavano a dirci che la notte era vicina e le madri urlavano i nostri nomi dai terrazzi. Infilavo nel letto facendomi quattro volte il segno della croce dinanzi a un crocifisso sgangherato.

Col quattro nessuno rimaneva da solo.

Invece, al salice sì, lo avevano tutti abbandonato al tempo dei ricordi.

Serie: I figli del salice


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