Le cinque del pomeriggio

Serie: I figli del salice


Le cinque di pomeriggio.

Alle cinque del pomeriggio iniziava il rientro dei padri alle abitazioni dopo la giornata di lavoro.

Li salutavamo dal giardino con un cenno del capo o della mano calcolando che ci rimanevano ancora un paio d’ore prima di rincasare.

I padri rientravano alla spicciolata, come formiche al formicaio. Tranne uno.

Il padre di Pino faceva il fornaio e a quell’ora del pomeriggio era a letto a dormire, dato che alle nove di sera, con l’ultimo boccone di cena tra i denti, entrava in servizio al panificio in Borgo San Frediano e lì restava fino all’alba. Si spostava a bordo di un’Alfa Romeo Giulia “super biscione”, marrone con finiture in acciaio. Noi ragazzi ci fermavamo a guardarla non appena si presentava l’occasione. Il boato del motore ci faceva venire i brividi, tra risatine e sgomitate sui fianchi, la stavamo a fissare ogni volta che la vedevamo varcare il cancello.

Pino era fortunato a salirci sopra, così come gli altri suoi fratelli che in tutto erano quattro.

Nel palazzo iniziava a correre la voce che il padre di Pino sì che guadagnava bene, il pane lo mangiavano tutti i vivi, ma avrebbe potuto lavorare e guadagnare il triplo con quei figli grandi e grossi che aveva. Invece, si spaccava la schiena da solo al panificio, a mettere dentro e fuori dal forno con la pala le forme del pane lievitato e poi cotto; lasciava i figli a bighellonare tra le mura del quartiere che di lavorare non ne volevano sapere nemmeno a piangere.

Il padre di Pino rientrava a casa, in qualunque stagione, la mattina presto, anche se c’era umido, anche se l’aria era collosa d’afa, anche se cadevano i fulmini dal cielo sopra il capo cosparso di farina, così come dentro i polmoni. Forgiava la vita con il petto in avanti, testardo, determinato a compierla nonostante i sacrifici cominciassero a pesare come macigni,  lui usciva di casa andando incontro al buio e rientrava con il primo giorno, senza mai far uscire dalle labbra gonfie una lamentela. Mi era capitato di andare a letto la sera e chiedermi come potesse un uomo stare alzato tutta la notte e per tutta la vita e dormire quando c’era il sole.

Sapevo che lo facevano i topi, i pipistrelli e i vampiri e non riuscivo a spiegarmi nella mia ingenuità come potesse farlo un uomo. Nel mio spazio di brevi conoscenze, la notte era fatta solo per il sonno.

Da lì oltre alle voci cominciarono a girare le scommesse tra i pianerottoli del palazzo; la signora Fiore aveva detto che il padre di Pino non avrebbe retto a un altro inverno e lo aveva detto mentre calava diecimila lire sul mobile portatelefono che troneggiava nell’andito. La signora Isa aveva riso e scosso le spalle pensando anche lei la stessa cosa, aveva frugato nel borsellino poi, rassegnata, aveva detto che scommetteva sul contrario. Non scommettevano perché preoccupate dello stato di salute del padre di Pino che già di per sé il solo farlo rappresentava un abominio, ma per semplice invidia. Loro, mogli di operai con salario base, erano costrette a salire sulle Fiat 127 o sulla pedana del tram numero 9 che in sei fermate portava in Piazza Santa Maria Novella con tour intorno al Duomo di Firenze.

La madre di Pino, Francesca, era tutto il giorno affaccendata con quattro figli in giro per casa, usciva soltanto per salire sull’Alfa Romeo Giulia con indosso la pelliccia di visone, il giorno della domenica che trascorreva godendosi il marito sottobraccio. Negli altri giorni quando le avanzava del tempo si fermava a riposare sul terrazzo fumando una sigaretta. A volte le donne la invitavano a scendere nel giardino, tra un ricamo e quattro chiacchiere, ma lei rifiutava con garbo, rispondendo che aveva da fare.

Era quel negarsi continuo alla vita casalinga del palazzo che  la rendeva speciale ed invidiata dalle altre.

La signora Fiore vinse a metà la scommessa delle diecimila lire.

Non fu il fisico del padre di Pino a cedere, ma la morte improvvisa che colpì il suo secondo figlio. Dissero che era stato trovato di là dall’argine del fiume con il laccio emostatico girato intorno al braccio. Il suo nome andò ad aggiungersi alla lunga lista dei giovani che l’eroina si portava via in quegli anni, cadevano giù come foglie secche dagli alberi. Lo seppellirono al cimitero comunale due giorni dopo nell’ora in cui tornavano i padri, alle cinque del pomeriggio. I rintocchi delle campane nella chiesa del Sacro cuore di Gesù, raggiunsero le nostre case, obbligando ogni comare a piangere per la vergogna di aver provato invidia verso quella famiglia.

Per la seconda volta nel nostro giardino era scesa l’ombra della morte che ci aveva fatto rintanare tra le mura domestiche perché, come dicevano le madri, con il defunto in casa non si poteva scendere a ridere contro il vento e le siepi.

La famiglia di Pino non si riprese più. 

Una mano fantasma aveva cancellato con un frego maldestro ogni stimolo alla vita. Il padre cominciò a saltare i turni al panificio sotto lo sguardo incurante degli altri figli che affondavano ogni giorno di più nel divano. Francesca aveva smesso di affacciarsi al terrazzo, parevano essere attraversati tutti da un fluido che li rendeva invisibili e che aveva fatto perdere le loro tracce agli inquilini del palazzo.

Si aggiunsero i debiti. Nel giro di meno di un anno dalla tragedia, l’ufficiale giudiziario si prese tutto, compresa la Giulia trascinata via da un carro attrezzi come il cadavere di un gigante.

Avvenne sotto i nostri occhi.

«Ma dove la portano?» chiese Sabina con il labbro inferiore arricciato.

«A morire» risposi.

Tutto quello che di bello c’era stato sembrava essere svanito in poche manciate di stagione, forse era stato il salice stesso ad aver gettato una qualche maledizione per averlo tranciato in due.

Il suo abbozzo di fusto resisteva per essere cibo di funghi parassiti che gli crescevano alla base in una corolla di muffa. Ogni cosa era cambiata.

Una dimensione nuova si era impossessata di noi che ora stavamo muti a fissare il pallone anziché prenderlo a calci. Eravamo bloccati in mezzo al guado di un fiume, tenuti a terra da una mano maligna che ci aveva lanciato oltre il cancello i morti impedendoci di tornare a essere noi stessi.

Nino guardò l’Alfa superare il cancello, aveva due lacrime pesanti negli occhi.

«Che fai Nino, piangi?» domandai.

Nino non rispose, abbassò lo sguardo guardandosi l’intreccio dei sandali in cuoio.

Serie: I figli del salice


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Letture correlate

Discussioni

  1. Bellissimo anche questo brano, toccante e crudo. Bello entrare in questa comunità, vederne gl iaspetti più innocenti, dei bambini, e i più marci, degli adulti. Scritto benissimo, tanto che vorrei segnalare ogni singola frase. Mi piace anche l’idea di Nino che non piange per la mrte di una persona e piange per l’Alfa, molto interessante e ben costruito. Sono colpito