Il cannolicchio

Serie: I figli del salice


Il cannolicchio.

Non eravamo più gli stessi e nemmeno il tempo che accorciava le giornate scollinando agosto.

-Giravolta con le mani.

-Pollice e indice in equidistanza.

-Dita sulla linea dell’occhio.

-Indice e medio verso il basso.

-Dita a cavalluccio.

-Indice sollevato.

(-Scendi?)

-Giravolta con le mani.

-Indice sollevato.

(-Sì.)

Ci parlavamo dalle ringhiere del terrazzo Dario e io, in un alfabeto in codice, muto, fatto di gestualità.

Battevo la porta e correvo giù per le scale, lasciando morire le urla di mia madre che diceva che prima o poi mi avrebbe rinchiuso in collegio. Lo diceva quando il suo viso diventava di pietra. Ogni cosa diventava nuda, priva del suo valore, io ne facevo parte.

«Perché?» domandavo qualche volta.

Si metteva seduta sulla sedia addosso alle piastrelle color verde acqua, rigurgitava un lungo elenco fatto di bambine che non guardavano Daitarn III, non giocavano coi sassi né col pallone tirandosi dietro i maschi, non tenevano i capelli sugli occhi e si mettevano la gonna.

Indossavo per accontentarla le calzette di filanca, poi mi scorticavo la pelle. Ero nata come un cannolicchio di mare, diceva, duro a venir fuori. Sarebbe morta da lì a poco se non le avessero aperto la pancia, raccontava mostrando le sue cicatrici.

Poi, chiudeva la conversazione.

«Perché sì e basta!» ribatteva.

A volermi concepire era stato mio padre, il primogenito era maschio e ci erano voluti quasi dieci anni. Il primogenito rincarava la dose con sguardi minacciosi perché ero la sofferenza di nostra madre, senza mai capire che la sofferenza le scorreva nelle vene insieme al sangue.

Qualche volta usciva con i capelli cotonati, insieme a mio padre, rincasava con un abito nuovo di sartoria e con il sorriso. Mi lisciava la testa come si fa con i cani.

Non ci capivo più niente, anzi quasi niente. Una cosa l’avevo capita bene, degli adulti non ci si poteva fidare.

Mi facevano compagnia due convinzioni: la prima era che, quando meno me lo sarei aspettato, mi avrebbero trascinato in un luogo crudele dove i bambini non contavano niente. La seconda convinzione era la mia malvagità. Il fatto che a me non sembrasse di esserlo aveva poca importanza, era risaputo che i bambini non capivano niente in termini di male e di bene così come i bambini di città non sapevano com’erano fatti i cannolicchi di mare.

La mia libertà consisteva in tre rampe di scale.

Le percorrevo saltando i gradini, a manciate di due, aprivo i polmoni e prendevo aria.

Dario mi leggeva in faccia la delusione, poi trovava un modo per farmi ridere, così come Tore che lanciava smorfie da sotto la nuova montatura di occhiali.

«Inventiamoci un nuovo gioco!» propose Tore.

Sabina alzò le spalle come a dire che per lei era uguale.

Tore proseguì dicendo che dovevamo raccontare i sogni della notte.

Dario batté le mani soddisfatto.

«Io non me li ricordo» disse Nino.

Ci girammo tutti a fissarlo.

Sabina scoppiò a ridere, si teneva la pancia, negli occhi balenavano i lampi della vendetta. «Non è vero che non te li ricordi i sogni» proseguì, «al mattino dici sempre che un rettile ti ha fissato per tutta la notte e ti sento che frigni! Pisci anche nel letto.»

Nino si fece tutto rosso in viso per la vergogna, provò a ribattere qualcosa ma i nervi serravano la sua gola come il cappio al collo di un condannato.

Fu Dario ad andargli in soccorso.

«Figuriamoci, io sogno una vecchia con gli occhi di fuoco e mi vuole mangiare!»

«Una vecchia mangiabambini?» domandò Nino interessato, smorzando la tensione.

Facemmo a turno a chi la sparava più grossa, tra risolini e occhi sgranati e al mio turno raccontai che sognavo di avere in casa un pescecane, subdolo, traditore, si muoveva per le stanze i cui muri grondavano acqua di mare. Un pescecane che si cibava di cannolicchi.

Seduti in cerchio al tronco del salice che non superava le nostre teste, avevamo trovato, senza saperlo, quel naturale modo di guardare in faccia le paure, tirarle fuori e buttarle nelle prime folate di vento fresco, settembrino.

Il moncherino del salice le custodiva, come le noci di uno scoiattolo.

Non c’erano più le sue fronde a coprirci.

Dell’ombra non avevamo più bisogno.

Serie: I figli del salice


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