La bambola di pezza

Serie: I figli del salice


La bambola di pezza.

Sfogliavo il vocabolario che l’insegnante ci obbligava a tenere nella cartella:

“cannolìcchio s. m. Nome di varie specie di molluschi bivalvi marini della famiglia dei solenidi, dal corpo allungato, che vivono affondati verticalmente nella sabbia”.

Da una settimana la scuola era cominciata.

L’uomo dei gelati aveva smesso di percorrere le vie e di lucertole in giro non se ne vedeva traccia.

I pomeriggi erano miti, i cieli color piombo davano alle facciate dei palazzi quella tonalità a mezza via tra l’asfalto e il cemento. In alcuni tratti la guazza della notte colava lungo le grondaie in rigagnoli che avevano un inizio ma non una fine. Sparivano dentro ai muri e basta.

Dario mi attendeva all’altalena le cui corde stavano cedendo da giorni, mi domandavo cosa aspettasse Pietro, il fratello maggiore di Nino e Sabina, a fare nuovi nodi intorno ai rami saldi affinché potessimo di nuovo usarla in sicurezza.

«Hai saputo di Sabina?» mi domandò all’improvviso mentre addentava una mela.

Non sapevo dire quanti giorni erano trascorsi da quando avevo visto Sabina l’ultima volta, il tempo ci correva addosso, fitto, accavallando i minuti alle ore, i giorni alle settimane, a volte sempre uguale tanto da sembrare che tutto fosse fermo.

Forse l’ultima volta era stata quando aveva raccontato a tutti noi degli incubi di Nino.

La sua assenza nei pomeriggi l’avevo immaginata sopra il libro di scuola, a recuperare lo studio in vista del nuovo anno scolastico dato che Sabina non era stata promossa.

Invece, la ragione era un’altra.

Nino le aveva fatto bere a forza la colla che usava per le lucertole e lo aveva fatto la notte stessa in cui la sorella aveva rivelato a tutti che bagnava il letto e che piangeva per via del suo incubo ricorrente.

L’avevano portata in ospedale ripulendo lo stomaco dal veleno, ma lei non era più lei.

«Non parla più.» sussurrò Dario.

Cominciarono a farsi strada nella mia testa una serie di punti interrogativi.

Come ho fatto a non sapere niente?

Era trascorsa più o meno una settimana dall’accaduto.

Mamma lo sapeva?

Al posto del cuore sentii il peso di un sacco di pietre.

«Più?» chiesi ascoltando nella mia voce un leggero tremolio.

«Hai capito bene. Non parla, muta come un pesce. Mia madre ha detto che forse tra un paio di giorni la fanno tornare a casa.» proseguì Dario.

«Come mai tu lo sai e io no?» volevo una spiegazione a quel silenzio incomprensibile.

«Gli altri non ne parlano, i genitori gli hanno raccomandato di farsi i fatti propri!» sentenziò chiudendo la faccenda e sputando per terra i semi della mela.

Nella testa si faceva avanti il viso di Sabina con la bocca cucita, come avevo visto a certe bambole di pezza lavorate da una mano inesperta.

Come si fa a uccidere?

Pietro aveva proibito a Nino di uscire, non tanto per assegnargli una punizione, ma per evitare che gli inquilini del condominio facessero scomode domande.

Capii soltanto in quel momento cosa significasse desiderare il male di qualcuno.

Guardavo Dario che continuava a dondolarsi sull’altalena malferma, quel movimento incessante fatto di andirivieni mi consegnava l’idea che niente fosse successo, che a certe cose bisognava fare l’abitudine.

Pregai che la corda si spezzasse.

Corsi a cercare mia madre.

Sminuzzava con precisione le verdure per il minestrone della sera canticchiando le note di un’estate al mare che, in sottofondo, provenivano dalla radio. Anche quelle note si dilatavano, amplificando la distanza tra lei e me, e mostrandomi un luogo dove niente, nonostante Sabina, era cambiato.

«Sapevi di Sabina?» domandai mentre rovistavo dentro al frigorifero.

Rimase in silenzio, poi sollevando a scatto la spalla come a scacciarsi di dosso un insetto disse che lo sapeva e che non erano fatti nostri.

«Nemmeno tuoi!» proseguì con tono perentorio per accertarsi che avessi compreso.

Pregai con tutta la forza che conoscevo che sotto al coltello al ritmo veloce della sua lama, invece di una carota ci finisse per intero la sua mano.

Dai vetri della mia stanza, vedevo Dario ancora nel mezzo dei gelsi, se ne stava da solo.

Scivolai con lo sguardo lungo il perimetro del giardino, fino al cancello dove, poco distante, s’intravedeva l’alone del sangue del Dodicesimo e rivedevo Nino che tutte le volte giocava a saltarla.

Pregai il Dodicesimo di tornare dal mondo dei morti per uccidere Nino.

Io non ne avevo il coraggio.

Serie: I figli del salice


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Discussioni

  1. Ciao Bio, di questa serie mi piace molto la caratterizzazione dei personaggi. Sembra di vederli con i loro piccoli grandi drammi. Nino ha tutti i tratti di un futuro sociopatico, se non gli succede null prima….😁