I figli del salice. episodio 8 -Cuor di leone

Serie: I figli del salice


Cuor di leone.

L’aria si faceva sempre più umida e sul terrazzo il vento, in certi pomeriggi, ci faceva tremare come panni stesi.

Le giornate tiravano il filo, accorciandosi, le madri iniziavano a rivestire i letti con le coperte di lana a quadri sgargianti. Ci avevano lavorato in estate a cucirne i bordi in un raffinato merletto, era il loro modo di vivere il tempo libero, a due passi da noi.

Facevamo rimbalzare il pallone in un continuo zigzag tra la fila di lampade al neon sotto al porticato, lo spazio diventava un tamburo a due facce, selciato-soffitto, lasciando macchie scure nel percorso. 

Sfidavamo i riflessi  gli uni degli altri e chi faceva scivolare via il pallone, usciva dal gioco in attesa che gli venisse assegnata la sua punizione. Tore batteva il palmo della mano sopra i campanelli colpendoli a manciata e fuggiva via, nascondendosi dietro al colonnato, Dario, invece, scavalcava la rete perimetrale del giardino cercando nel campo di mais l’ultimo cuor di leone, andava avanti a quel modo fino a buio, scansando l’erba alta.

Lo aspettavamo col viso schiacciato alle maglie metalliche. Qualche volta tornava a mani vuote, altre con un soffione e i pantaloni strappati.

Sabina non tornò a casa dopo due giorni come aveva detto Dario, ma molto più in là, a fine ottobre. 

Pietro ci disse che l’avevano spostata nel reparto di igiene mentale. Con il passare delle settimane aveva rotto il silenzio, stanco delle pressanti domande che gli rivolgevamo a turno quando, zoppicando, lo vedevamo uscire dal portone. Eravamo come un plotone all’assalto.

«Quando torna tua sorella?»

Pietro tirava dritto.

«Come sta Sabina?»

Ci scansava come mosche.

«Continueremo a chiedere conto di Sabina, finché non risponderai!»

Ci guardò tirando un lungo sospiro, sfiancato rispose che sarebbe tornata per il giorno di Halloween.

Il pomeriggio precedente, Tore, Dario e io attraversammo in lungo e in largo il campo di mais, mettendo insieme cinque fiori di cuor di leone poi, seduti sulla soglia del portone della scala 11, aspettammo di veder comparire la figura zoppa di Pietro.

«Sono per Sabina che se li vede domani quando torna a casa sarà contenta!» dicemmo saltellando come ranocchi nell’ultima pozza di stagno.

Pietro non rispose neppure un grazie, li accettò mostrandoci le spalle.

Il giorno di Halloween Sabina tornò a casa scortata da sua madre con il tram numero 9. Avevamo addobbato i davanzali dei terrazzi con grosse zucche gialle, ritagliato occhi e bocche aguzze per l’alone di una candela.

La notte ne percepii il tremolio dal mio letto, oltre la tapparella lasciata abbassata per metà. Fu come entrare dentro a un sogno fatto di luce. Durò il tempo di una candela contro il tramontano.

Sabina non parlò più. A niente valsero i sassi che tenevo nel pugno della mano, li tiravo fuori dalla tasca come gemme preziose, mostrandoli da sotto al terrazzo.

Le facevo cenno di scendere. Avvolta in un maglioncino a righe rosse e blu che metteva in risalto un incarnato pallido mi guardava senza vedermi.

«Hai ricevuto i cuor di leone? Li abbiamo raccolti nel campo per te, Sabina. Sei contenta?»

Fissava un punto del giardino, visibile soltanto a lei.

Forse era un segno del destino che fosse tornata a casa per il giorno di Halloween,  viveva ora in un mondo di fantasmi, stregoni e draghi e cercavo di capire in cosa si fosse travestita. La mia amica non c’era più, al suo posto ci avevano messo qualcuno che non avevo mai incontrato prima.

«Lascia perdere» disse Dario tirandomi via a forza da sotto al terrazzo. Dario aveva in sé l’abitudine a trovare soluzioni inattese come certi maghi delle favole.

Nino, invece, come se niente fosse, aveva ripreso a uscire, ogni giorno un po’ di più, portandosi dietro la convinzione di potersi unire di nuovo a noi.

La prima volta che lo fece camminava in un andamento incerto come se a muoverlo non fossero le gambe, ma due fili di marionetta appesi alle spalle, curve verso il terreno. 

Con i nervi tesi lungo gli avambracci, gli avevo bloccato il passo, promettendogli che se avesse toccato di nuovo Sabina, lo avrei ucciso. Lo dissi senza alcun tremore, come se non me, ma un’altra al mio posto, avesse pronunciato con la forza di un boia la sua condanna a morte. Sulle labbra gli comparve un sorriso di ghiaccio, a mezza via, tra il ridere e il piangere. Da quel momento i suoi, rimasero maldestri tentativi.

Lì, nel cortile, per lui non c’era più posto. Quelle poche volte che ci rimaneva, ci osservava da distanza, tra il gelso di sinistra e quello di destra, come la sentinella di una guardiola.

Nino cominciò a uscire oltre il cancello, macinando metri su metri di asfalto, per le vie del quartiere come un animale ferito estromesso dal suo stesso branco.

Avevano detto in certi documentari della tv che gli animali feriti, anche se feroci, andavano incontro a morte certa. Era tutta una questione di tempo.

Bastò attendere che cadessero i primi fiocchi di neve, deboli e poi incessanti, che Nino andò a bussare alla porta dei Dodici. Lo accolsero come si fa con i fratelli minori, con qualche pacca sulle spalle e la promessa di denaro al bisogno.

Bastò attendere che il nuovo anno fosse alle porte, tra gli abeti adornati con gli angeli di cristallo dentro le vetrine dei negozi, che Nino fu messo a fare il palo fuori dal Bar 74 nell’ora di chiusura del sabato sera. 

Gli avevano spiegato cosa voleva dire restare fermo come un lampione all’angolo tra la via Bassa e l’argine del fiume. Conficcata nella schiena, tra la cintura e le ossa, gli avevano consegnato i 152 millimetri di una BerettaM34 con azionamento a pressione. Quando Nino udì l’allarme e vide gli altri uscire con il gestore del bar che gli correva dietro, non si gettò nell’abitacolo della Fiat Ritmo che partì sgommando, ma fece quello che gli avevano detto di fare e glielo avevano detto perché era l’unico ad avere solo quindici anni.

Nino sparò, due colpi in sequenza con una leggera pressione del dito indice sul grilletto. 

Guardò crollare, tra il marciapiede e la vecchia cabina del telefono a gettoni, l’uomo che la sera prima gli aveva cambiato duecento lire per la partita al flipper, poi gli aveva detto: «Stasera vinci ragazzo!».

Lo lasciarono a quel modo,  con una M34 in mano e un morto davanti ai piedi.

Noi del cortile non lo vedemmo  più.

Qualcuno disse che lo avevano portato al San Felice, altri che al San Felice se l’era andata a cercare.

Nino non fece più ritorno a casa.

Per giorni la pioggia affogò il campo di mais, lavandolo da ogni macchia.

Quando, finalmente, fece capolino il sole l’aria aveva l’odore delle cose trapassate in dispensa.

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Discussioni

    1. In effetti questa è una possibile interpretazione. Ti ringrazio per leggere questi brani con premura e attenta curiosità.