I figli del salice. episodio 9 -Incantesimi/Fine

Serie: I figli del salice


Incantesimi.

Tore invitò nel gruppo il suo compagno di classe, abitava tre palazzi più avanti. Benché i caseggiati fossero attaccati gli uni sugli altri, tra di loro si frapponevano moltitudini di facce con età e abitudini diverse. Si chiamava Tommy e non ci eravamo mai incontrati.

Oltre ai capelli ricci folti come i cespugli, di lui mi colpirono due cose: la buffa esse che gli rimaneva incastrata nel palato ad ogni parola pronunciata e gli occhi che aveva di colore differente.

«Gli occhi del tuo amico sono veri?», chiesi a Tore una volta rimasti da soli.

Non sapeva spiegare la bizzarra pigmentazione, farfugliò discorsi su uno strano male che lo aveva colpito da neonato, ma la verità era che non ne sapeva niente, condì quindi la storia di Tommy con particolari doti del suo cervello, attribuendo l’occhio nero e quello castano ai due emisferi cerebrali.

Tommy veniva nel giardino ogni pomeriggio. Varcava il cancello con le mani nelle tasche dei pantaloni e i lacci delle scarpe che gli penzolavano fin sotto le suole.

Aveva una spiccata agilità fisica che metteva in mostra con salti degni di un ginnasta. Prendeva la rincorsa, staccava i piedi da terra, si sollevava  con la facilità di una palla al rimbalzo, inarcava la schiena e in un batter di ciglia atterrava nel campo oltre la rete metallica. Poi si girava a guardarmi. Un giorno durante le vacanze pasquali disse che sarebbe stato bello costruire un capanno nel campo.

Tore si strofinò le mani sui jeans, Dario esclamò che era una bella trovata e Sabina, pur non dicendo niente, si mise seduta sull’erba. Quello era il suo modo di dire che ci avrebbe aspettato lì. Era uscita di casa, come dopo un lungo letargo, lenta nei movimenti, incerta sulle gambe magre. Il fatto che stesse con noi non significava che era guarita. Non partecipava a nessun gioco e a nessuna conversazione. Condivideva con noi lo spazio e il tempo alla stregua dei ciuffi d’erba.

Era grazie a Tommy se ridevamo di nuovo, dimenticando gli eventi trascorsi; dentro lo stomaco però si era fatto strada un sentimento nuovo a cui nessuno voleva dar peso, ovvero la fastidiosa percezione di trovarsi dall’altra parte del guado, lontani ormai dal mondo dei giochi sotto al salice quando ogni cosa nasceva e moriva nell’arco temporale di un giorno. Il mutismo di Sabina faceva da sottofondo a quella nuova sensazione.

Tommy mi baciò. Lo fece mentre le nostre ginocchia si erano intrecciate per tirar via dal terreno un ramo spezzato che serviva per il capanno. Lo sforzo ci aveva spinti nel fango. Tommy mi baciò e io glielo lasciai fare perché a me piacevano entrambi i suoi occhi. Sentii mia madre chiamarmi dal terrazzo, la sua voce si perse in uno spazio che per incanto non era più il mio. Al rientro disse che ero incorreggibile, se fosse accaduto un’altra volta di non tornare dopo la prima chiamata dal balcone, mi avrebbe spedito in collegio sul serio. Mio padre sembrava non sentirla, indaffarato a cercare qualche utensile da lavoro.

Nella mia stanza contavo di quante cornici a stampo in gesso era composto il perimetro floreale che mio padre aveva incollato al soffitto, grata a un passatempo che annullava la crudeltà degli adulti.

«Dov’è Tommy?» domandai al gruppo.

Dopo quel bacio Tommy era sparito.

«E’ tornato al Sud. La famiglia si è trasferita per un periodo, ma tornerà.», rispose Tore.

Mi sforzai di immaginarlo il Sud del quale spesso sentivo parlare domandandomi quanto fosse lontano, i luoghi per me non avevano appartenenza alla carta geografica, erano tutti nel mio stesso mondo. Non capivo l’utilità di doverli distinguere.

Tommy se n’era andato, ma di lui una cosa mi era rimasta.

Il ricordo della sua schiena tesa come un arco oltre la rete.

Mi aveva mostrato che si poteva volare.

La febbre si era fatta alta, i brividi di freddo mi facevano vaneggiare, la gola era un blocco di fuoco. Il medico venne due volte in una settimana consegnando sciroppi che avevano il gusto del veleno. Deliravo, viaggiando tra ricordi e presente, non sapendo più distinguere in che tempo mi trovassi.

Poi la febbre scese e il medico disse che si era trattato di febbre di crescita.

Mia madre mi accarezzò. «Ti sei allungata!», disse.

Nei giorni seguenti, davanti ai vetri della finestra, cercavo con gli occhi il tronco del salice, ricordandomi di quella volta che, intrecciando le sue fronde, ci avevo fatto una corona da mettere tra i capelli. Fu allora che mi parve di notare esili foglie verdi svettare dai funghi giallo zolfo addensati sulla corteccia.

Rividi ciò che eravamo stati.

Attesi, contando le ore, che finisse la convalescenza, poi corsi nel cortile. Ero mancata per due settimane. Mi scoprii per la prima volta a misurare con lo sguardo il giardino, provando la scomoda sensazione che ne mancasse una parte senza poter dire quale; lo guardavo e mi consegnava l’idea di poterlo attraversare con pochi passi. Dario scivolò via dall’altalena e mi corse incontro.

«Chiama gli altri, Dario. Fallo subito» chiesi.

Dario mi guardò di traverso, non gli avevo lasciato il tempo di salutarmi.

«Anche Sabina?» domandò.

«Anche lei, dobbiamo fare un incantesimo» dissi.

Corrugò la fronte.

«Si tratta di un giuramento» specificai.

Dario, imitando il gioco della campana, a balzelli andò ad attaccarsi al campanello di Tore e Sabina.

Feci cenno di raggiungermi davanti al salice, sembrava che nuova aria mi corresse nei polmoni. Minuscole e tenere foglie simili alle dita di una mano spiccavano ai lati del tronco, alcune ripiegate su se stesse a cercare la forza di un propulsore per aprirsi. Potevo immaginare alte e lunghe frasche, di nuovo sopra le nostre teste.

Era sopravvissuto lui, potevamo farcela anche noi.

In un pomeriggio qualunque, davanti al tronco di un salice, vivemmo l’incantesimo che ci avrebbe salvato traghettandoci in un mondo nuovo.

Lo pronunciai con voce tuonante, come pensavo facessero le fate determinate. Ognuno disegnò la croce sul cuore.

Giurammo che, ciascuno di noi nonostante tutto, un giorno sarebbe diventato grande.

*** * ***

Venticinque anni dopo.

Sabina vive continui ricoveri con TSO (trattamento sanitario obbligatorio).

Tore è diventato oculista.

La signora Francesca abita ancora in quella casa, nei pomeriggi di sole l’accompagnano al balcone e si accende la sigaretta.

Pietro non si sa che fine abbia fatto. Forse è tornato al Sud.

I Dodici sono sparsi tra la casa circondariale di Sollicciano e il camposanto.

Dario ha avuto due figli, il maschio lo ha chiamato Nino, la femmina Bea. Come me.

Il salice è sempre  lì.

Questa narrazione è dedicata a tutti quei bambini e bambine che sono stati eroi senza sapere di esserlo.

B.B.

Serie: I figli del salice


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Discussioni

  1. Sono contenta di aver letto la tua serie tutta di un fiato, nella sua completezza. Riconosco molto di mio nello spaccato storico che hai descritto: le calze, il dover essere bimba con la gonna, Daitan III. Nonostante la crudezza hai saputo mettere molta poesia in queste righe: una poesia fatta di piccole “purezze” a cui si sono aggrappati questi bambini per sopravvivere (come i sassolini gioiello). Mi piace la ricerca della protagonista e il suo sguardo disincantato. Hai saputo giocare con le immagini, con i sentimenti, coinvolgendo il lettore fino a farlo scendere in quel giardino assieme ai tuoi eroi. Credo che una storia ben riuscita sia quella che non si dimentica facilmente: ecco, la tua è una di queste.

    1. Mi fa piacere che questo racconto nei suoi 9 episodi abbia saputo trascinarti dentro la storia. Grazie per la tua lettura e per il bel commento. A volte i racconti non si concludono con la fine della lettura, ma rimangono lasciando qualcosa al lettore, questo dovrebbe essere lo scopo di una narrazione, naturalmente oltre il personale gusto. Grazie ancora.

  2. Splendido finale per una serie altrettanto bella. Mi ha conquistato fin dalla prima parla, l’intreccio delle vite, la forza del protagonista e la tua capacità di raccontare, una scrittura ptente e precisa che non può lasciare indifferenti.
    Alla prossima serie

    1. Ti ringrazio, per la lettura e sono felice che questa serie sia stata coinvolgente. Mille grazie per le parole sulla scrittura. Buon proseguimento.