I grandi sono i veri mostri

Aveva nascosto la lametta al solito posto, un nascondiglio che lui credeva introvabile e che quindi è doveroso non svelare. Si era passato una mano sul viso, una guancia e poi l’altra, stringendo la pelle in una smorfia. Non era sicuro che la avrebbero bevuta, non per molto ancora, forse nemmeno per un’ultima volta. Con una spugnetta aveva pulito il lavandino spingendo le dita fino dentro al buco dello scarico. Qualche pelo si ostinava a rimanere attaccato alla superficie e lui stava cercando di raccoglierlo con un pezzo di carta igienica.

Toc Toc

«Ehi, hai finito? Che stai facendo? È mezz’ora che sei in bagno. Apri per favore!»

«Esco fra un minuto… ho quasi finito.»

Si era guardato di nuovo allo specchio: aveva provato a tirare le maniche del kimono giù lungo i polsi perché non sembrasse piccolo, ma ormai gli spuntava anche una parte dell’avambraccio, per non parlare dei pantaloni che lasciavano vedere quasi per intero i polpacci chiusi dentro calze bianche di spugna per nascondere i peli che erano spuntati anche lì.

Toc Toc.

Di nuovo due colpi sulla porta, e lui aveva avuto per un attimo lo stimolo del pianto, subito esploso in un sorriso, perché se gli veniva da piangere voleva dire che forse non era ancora troppo tardi. Perché solo i piccoli piangono.

Toc Toc.

***

«Francesco ama Arianna, passaparola.»

«Francesco ama Arianna, passaparola.»

«Francesco ama Arianna, passaparola.»

Funziona sempre così: prima sottovoce, e nessuno ci crede; poi qualcuno lo fa notare a qualcun altro e alla fine sembra che fosse sempre stato lì sotto gli occhi di tutti, fino dalla prima elementare, fino dall’asilo, ed era ora che si decidessero. «Francesco ama Arianna, passaparola.»

Certo, Francesco in seconda elementare amava Lara, ma era una storia finita: adesso lui viveva con papà e Lara con mamma. Francesco però le faceva sempre i compiti di inglese e le comprava la merenda un giorno sì e un giorno no.

Ma con Arianna era diverso, ormai erano in prima media e bisognava decidersi: alla loro età quasi tutti i loro coetanei erano già figli, ed era tempo anche per lui di farsi una famiglia vera, con la mamma e il papà sotto lo stesso tetto.

«Francesco ama Arianna, passaparola.»

«Francesco ama Arianna, passaparola.»

«Francesco ama Arianna, passaparola.»

Così una mattina, al cambio dell’ora, fra l’eccitazione generale delle compagne di Arianna e le risatine di dileggio degli amici di Francesco, una mano anonima aveva tracciato sulla lavagna, in bella grafia, i loro nomi inframezzati da un cuore con tanto di freccia di Cupido.

Francesco e Arianna erano ufficialmente figlio e figlia.

Da allora era cominciata la loro routine famigliare: la mattina a scuola e poi a judo oppure a nuoto, i cartoni animati, la Playstation, le scarpe nuove dell’Adidas, l’Iphone. E poi ogni pomeriggio alle cinque andavano ad aspettare i loro genitori fuori dall’ufficio dove tutte le mamme e tutti i papà lavoravano

«Come è andata al lavoro?»

«Avete qualche nuovo progetto a cui lavorare?»

«C’è qualche meeting questa settimana?»

Le domande di Francesco e Arianna erano sempre a raffica: mamma e papà avevano cercato di rispondere come ogni volta in maniera evasiva: Papà tentando di sviare l’argomento sugli allenamenti di judo, mentre Mamma, più accorta, comunicando trionfante ad Arianna di averle fatto la ricarica del telefonino.

«Non cambiare argomento Papà, guarda che se non ti impegni non otterrai mai quella promozione. Vuoi rimanere impiegato tutta la vita?»

«Eh, alla buon’ora Mamma! Sono due ore che sto senza Whatsapp, e lo sai che a scuola non c’è nemmeno il WiFi. Andiamo a casa dai.»

«Papà cerca di lavare la macchina, è una settimana che te lo dico.»

***

Alberto aveva fatto scattare la serratura di camera sua cercando di non fare rumore: gli era proibito chiudersi a chiave. Si era lasciato cadere a peso morto sul letto in basso del castello che una volta condivideva con Federica, allentandosi il nodo della cravatta. Dalla tasca interna dalla giacca aveva preso un sacchettino di plastica trasparente con dentro due palline marroni, poco più che briciole. Le aveva guardate sospirando, come poco prima aveva guardato la mail sul computer dell’ufficio: l’organigramma aveva subito una pesante ristrutturazione, e nel nuovo assetto lui era rimasto dov’era. Non era stato promosso. Da un’altra tasca aveva tirato fuori una sigaretta rubata ad un collega, per poi romperla e fare scendere il tabacco sulla mano, solo per rendersi conto di non avere cartine. Allora la testa gli era crollata per un attimo, quasi fosse sul punto di svenire.

Toc Toc

«Ehi, hai finito? Che stai facendo? È mezz’ora che sei in bagno. Apri per favore!»

La voce lo aveva fatto sobbalzare: era quella di sua figlia, ma stranamente non ce l’aveva con lui. Evidentemente Arianna non aveva ancora letto la mail che era stata mandata per conoscenza anche a lei e a Francesco.

Alberto non sapeva che fare: fermo immobile sul letto, col tabacco in una mano e le briciole nell’altra, senza poterle usare, senza nemmeno potersi concedere un attimo di relax, la cui sensazione lontana e quasi dimenticata sperava di ritrovare con del fumo di bassa qualità. Ma chi se le ricordava più certe cose? Lui della mancanza di responsabilità di quando era bambino si era scordato: non aveva avuto più il tempo materiale per pensarci da quando era diventato grande. E Federica? Sua moglie qualche cosa aveva continuato a ricordare, e certi comportamenti proprio non era riuscita a levarseli.

«Io ti ammazzo!» Le aveva detto Arianna una sera che era rientrata con quasi quaranta minuti di ritardo. «Mi hai fatto prendere un colpo! Ti ho chiamata venti volte e non mi rispondevi! Ti ho scritto su Whatsapp, visualizzavi e non rispondevi! E noi qui ad aspettare te! Io e Francesco domani mattina dobbiamo andare a scuola e ancora non abbiamo cenato! E tu devi andare al lavoro, te lo sei scordata? Rientri tardi e poi dici che sei stanca!»

«Arianna, non mi rompere.»

«Francesco ma la senti tua madre? La senti?»

Francesco aveva sollevato un sopracciglio, più per interrompere il flusso di distrazione creato da Arianna che per avere davvero capito ciò che stava avvenendo intorno a lui; non aveva nemmeno mosso lo sguardo da Cristiano Ronaldo che sotto il controllo della sua joypad stava per calciare una punizione.

«Sì!» Aveva gridato Francesco non appena il pallone si era infilato all’incrocio dei pali. Una punizione esemplare.

E una punizione esemplare era quella che Arianna stava per infliggere a sua madre.

«Federica vieni qua!»

Federica si era avviata a grandi passi verso camera sua.

«Federica vieni qua o ti spacco la faccia, giuro che ti ammazzo!»

Arianna calciava le punizioni più forte di Cristiano Ronaldo, e nella irresponsabilità racchiusa nella sua giovane età rientrava anche la mancanza di senso della misura, e un concetto di violenza intesa solo come forma di intrattenimento da incontro di MMA. Povera Federica, ma Arianna glielo aveva detto che, se non fosse venuta subito qui, lei la avrebbe ammazzata.

***

Francesco aveva spalancato di colpo la porta e quello che si era trovato di fronte lo aveva lasciato immobilizzato. Aveva allentato la presa sulle maniche del kimono che ora gli sembravano essere ancora più corte. Arianna stava ritta davanti a lui, aveva i capelli sciolti e non la solita coda di cavallo che si faceva la mattina a scuola o dopo la lezione di nuoto. Aveva pure dei jeans stretti con uno strappo sul ginocchio sinistro, gli occhi truccati e le labbra più rosa del solito. Francesco aveva capito subito che era diventata grande pure lei.

Arianna era mano nella mano a due bambini, lui capelli a spazzola appena tagliati, lei con un carlino al guinzaglio.

«No… il cane no, vi prego!»

«Dai Papà prendi tu Jake, mi sa che deve fare la pipì, portalo di sotto.»

«Mamma, andiamo che altrimenti fai tardi al colloquio di lavoro. Ti sei preparata abbastanza?»

«Sì.» Arianna aveva risposto poco convinta mentre Francesco era sparito con il carlino. Voltandosi aveva intravisto Alberto, spuntato sulla soglia di camera sua con un sorriso neanche troppo beffardo a deformargli il viso.

«Arianna, dì al tuo amico che adesso deve andare a casa, altrimenti i suoi figli finisce che si preoccupano.» Aveva detto la figlia di Arianna e Francesco.

«Prendo le mie cose…» Alberto era rientrato in camera, si era guardato intorno per un attimo e poi era uscito senza portarsi via nulla. Ormai ci aveva fatto il callo, Arianna e Francesco invece avrebbero fatto meglio ad abituarsi in fretta. Erano diventati grandi e il resto della loro vita sarebbe stato un inferno proprio come il suo.

 

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