II – Seta

Serie: L'Acciaio e la Seta - Miniserie 2 Episodi


Ifred non aveva mai messo piede nella Capitale, ma non era alieno alla ricchezza. In un tempo lontano, le sue vesti erano intessute in filo pregiato e ricamate d’oro. Una volta giunto a corte ed occupato il suo alloggio, rifiutò con gentilezza quelle che le domestiche portarono per lui. Aveva deciso di presentarsi a giudizio, perché questo era per lui, vestito dei suoi panni. I migliori, senza rattoppi, ma in grado di chiarire la sua posizione.

Giunto il tramonto seguì le indicazioni della guardia che stazionava all’esterno della sua abitazione e raggiunse il giardino interno. La luna non era ancora sorta e il sole morente permetteva di godere della sua bellezza. Alberi di pesco abbracciavano una piccola radura artificiale, attraversata da una passerella di lastre di marmo sbiancato. In fondo, il padiglione del Re era stato montato su un palco dello stesso materiale.

NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Ifred, nato dalle ceneri di Ifrad, affronta il giudizio della Strega

La Cerimonia aveva carattere privato, non erano molti a parteciparvi. Ifred contò altri nove uomini, accompagnati da un testimone. Si accorse solo in quel momento che la guardia lo aveva seguito; l’uomo gli sorrise, facendogli intendere che avrebbe occupato il posto accanto a lui.

«Mio Signore, ti chiedo perdono se non mi sono presentato subito; il tuo umore mi ha consigliato di attendere. Il mio nome è Hagar, vi affiancherò durante la Cerimonia.»

Ifred piegò le sopracciglia in un’espressione sinceramente dispiaciuta. «Sono io, a chiedere perdono a te.»

Hagar piegò il busto in un mezzo inchino. «Sono onorato di accompagnarvi, Comandante.»

Ifred sentì nascere un sorriso: Hagar era ancora un ragazzo, nei suoi occhi lesse il sogno romantico della guerra descritta dai bardi. Avrebbe voluto spiegargli che in realtà era una cosa sporca, senza onore: sangue, budella, disperazione. La gloria apparteneva a chi non si sporcava le mani, mai ai guerrieri; di loro rimanevano solo i resti raccolti nel campo di battaglia. Non volle derubarlo della sua innocenza.

«Di chi sei figlio, giovane Hagar?»

Ifred non dubitò neppure un attimo dei natali del giovane. Uno sguardo veloce gli era bastato per comprendere che gli uomini convenuti appartenevano ad un alto lignaggio: lui, era l’eccezione.

«Del Secondo Consigliere.» Hagar arrossì imbarazzato. «Ho sentito parlare di voi dai miei fratelli. Discutevano sull’opportunità di trovare un testimone ed ho colto l’occasione per propormi.»

Ifred immaginava che ben pochi avrebbero fatto lo stesso: seppure per un attimo, Hagar avrebbe legato il suo nome a quello di uno zotico.

«Dunque, sono io a doverti essere grato.» Gli sorrise, ottenendo in cambio uno sguardo rasserenato. Gli uomini come Hagar gli piacevano, sapevano guardare oltre le apparenze.

Un colpo di tamburo annunciò l’approssimarsi della Cerimonia e Ifred seguì la guardia per prendere posto. Al lato del viale lastricato erano state posate sull’erba dieci lastre di marmo, cinque ad ogni lato. Distanziate da parecchi pollici una dall’altra, erano destinate ad essere occupate dai convenuti e i loro testimoni. Ad un nuovo colpo, Hagar si portò alle spalle di Ifred assumendo la posizione di riposo.

Il Re fece il suo ingresso trasportato da una portantina bianca.

Tutti, compreso Ifred, abbassarono lo sguardo; nessuno se non i parenti stretti potevano sollevarlo su di Lui. Rimasero chinati fino a quando il tamburo annunciò il suo arrivo al palco.

Ifred sbirciò di lato, notando che la tenda che era stata montata per accogliere il sovrano era velata da tende sottili. Il Re osservava nell’ombra.

La Strega giunse subito dopo. Percorse il viale a piedi nudi, con lentezza, apparentemente senza degnare nessuno di uno sguardo. Vestiva di una tunica leggera, seta tanto fine da aderire come una seconda pelle. Era bella. I capelli nerissimi le sfioravano i fianchi e la pelle color della neve si confondeva con la veste apparendo un tutt’uno con essa.

Ifred scoprì che il suo stomaco era contratto: paura? Non ne era certo.

Gli parve che gli occhi di lei lo sfiorassero. Occhi grandi, del mutevole colore dell’Ambra. Il tratto distintivo che denunciava al mondo intero la sua natura.

La nascita di una Strega era ritenuto segno di grande fortuna, che il lieto evento fosse accaduto nelle stanze della Regina aveva gonfiato il Re d’orgoglio. Le Streghe portavano con sé il dono dell’onniscienza e la preveggenza. Seppure donna, le sue visioni erano prese in seria considerazione dai sacerdoti. Una volta giunta a maturità era stato grande imbarazzo comprendere come scegliere un compagno per lei: gli Dei erano venuti in soccorso inviandole una visione.

Una volta giunta sul palco la Strega avrebbe liberato una Piuma dorata con un soffio leggero, affidando a loro la scelta. Secondo quanto predetto, si sarebbe posata ai piedi dell’uomo degno di accompagnarla. Negli anni precedenti la piuma aveva accarezzato l’aria portata da un refolo gentile che l’aveva avvolta in un turbine, per poi precipitare ai piedi della Strega.

Ifred attese, pregando che la Cerimonia terminasse al più presto. Pregò per fare ritorno al fronte.

La Strega raggiunse i piedi del palco, tenendo la piuma fra le dita. La sollevò in modo che i pretendenti potessero prendere atto della sua sottigliezza: era grande quanto quella di una pernice. La posò sul palmo della mano, soffiando con leggerezza.

Tutto si svolse nel silenzio più completo.

Lo sguardo dei venti uomini andò all’incedere della piuma, che ondeggiava nell’aria con delicatezza. Si mosse, abbandonando il palco per veleggiare accompagnata da un vento leggero nato dal nulla. Serpeggiò sinuosa, da una parte all’altra del viale.

I pretendenti si fecero attenti, animati dalla speranza. Era la prima volta che gli Dei degnavano i convenuti di uno sguardo.

Ifred cominciò a sudare freddo, sentendo addosso il peso degli anni rubati. Li aveva ingannati, scelto la via che lo chiamava senza sottostare a quanto avevano voluto alla sua nascita.

Forse furono loro a guidarlo, quando stese le mani per raccogliere la piuma nei palmi uniti. Il Giudizio alla fine era giunto.

Fu condotto negli appartamenti privati della Strega; la Principessa aveva chiesto di parlare con il suo promesso non appena avuta termine la cerimonia, facendolo isolare dagli altri convenuti dalle guardie di palazzo. Hagar era fra loro, felice ed eccitato.

Ifred attinse alla forza che lo aveva animato da quando aveva memoria, decidendo di andare incontro alla morte a testa alta. A separarlo dal patibolo era una sola Parola: “donna”.

Una volta giunto nelle sue stanze, la Strega chiese alle serve di lasciarli soli. Lo invitò a sedere su una lettiga foderata di velluto color topazio e non appena Ifred raccolse l’invito sedette ai suoi piedi. Afferrò le sue mani dure, ruvide dal maneggiare l’Acciaio, posando una guancia su di esse.

«Sono felice al fine tu sia giunto, mio Signore.»

Ifred abbassò lo sguardo su di lei, sinceramente dispiaciuto.

«Mia Signora… temo che gli Dei vi abbiano giocato un brutto scherzo. Io…»

La vide sorridere: era bellissima. Tanto da far male.

Ifred sentì le parole morire fra le labbra.

«Mio Signore, gli Dei hanno ben poca parte in tutto questo; sono io a comandare la Piuma. Tu sei diverso da ogni altro.»

«Voi… sapete?» Gli occhi di Ifred si spalancarono.

«Un sogno mi ha condotto da te. Non è stato facile conoscere il tuo nome, ma le visioni mi hanno guidata nella ricerca. Sono pochi gli stranieri d’oltre mare a servire nell’esercito e aver guadagnato i gradi sul campo.»

La Strega alzò la guancia dalle mani di Ifred, trattenendole nelle sue.

«Nemmeno io desidero essere la proprietà di un uomo, né assoggettarmi alla sua concupiscenza.»

Ifred intese alla perfezione il suo sentire. Possibile? Iniziava a comprendere l’agire della Strega e quanto intendeva ottenere: libertà.

«Vi sarà chiesto di darmi dei figli.»

La Principessa sorrise nuovamente. «Mio amato, non esiste giorno in cui una madre non venda un bastardo che ha generato per un qualche intoppo. Le mie serve mi sono fedeli, sanno che la mia ira può causare loro indicibile sofferenza. I figli non sono un problema.»

«Avete pensato a tutto.» Ifred le rivolse uno sguardo ammirato. «Desiderate davvero privarvi dell’amore?»

La Strega lo guardò negli occhi. «Per la mia e la tua vera discendenza, il matrimonio non è frutto di un fugace battito di cuore. È un patto fra famiglie. L’amore si costruisce nel rispetto, l’amicizia e la complicità. Credo che questa unione porterà felicità ad entrambi.»

«Lo credo anch’io…» Ifred lo sussurrò appena, ma lei colse le sue parole senza tentennamento. Si alzò sulle ginocchia e lo abbracciò.

Ifred le posò una mano sul capo, saggiando la consistenza dei capelli fini fra le dita: seta. «Non conosco ancora il tuo nome…»

«Ambra.»

Serie: L'Acciaio e la Seta - Miniserie 2 Episodi


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

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Discussioni

  1. Molto bello questo fantasy che affronta temi, come l’identità sessuale e l’autodeterminazione, molto attuali. Sei stata molto brava a non cadere nel già sentito e nel retorico.
    BRava

    1. Ciao Alessandro. Il genere fantasy a volte è “classificato”, ma in realtà offre la possibilità di affrontare ogni tema e situazione

  2. Il personaggio della Strega è molto affascinante; mi sembra in bilico tra luce e buio. Questa storia, Micol, si apre a molte possibilità. Prevedo amore e sangue perché, lo sappiamo, tutto ha un prezzo.