Il Bimbo in Pasticceria

Serie: Emotikon

Ero un burattino di carne e vagavo per il grande parcheggio dell’ospedale, grazie a fili controllati dalla mia anima vorace.

Solitari, individui scendevano dalle auto, a sorreggere il caro da portare a visitare, altri invece tornavano con, di certo, qualcosa in più o in meno di quando erano giunti.

Mi saltò subito in mente il giorno in cui, durante un allenamento in palestra, mi ruppi il legamento crociato e fui portato, alla stessa maniera, da mio padre in un posto simile. Parcheggiò l’auto in un cimitero di viventi proprio come quello, per poi attendere ore l’esito delle analisi.

Era il Niguarda di Milano, e penso di poter ancora evocare il fantasma della sensazione spaventosa, provata al recidersi del tendine, sotto eccessivo sforzo.

Il dolore di un attimo, poi il gonfiore provocato dai liquidi dell’articolazione e l’intorpidimento.

Dolore: ero certo di aver immagazzinato a dovere quella spietata scossa, simile ma non uguale a quella del tubo di drenaggio, rimosso in fase post-operatoria.

Dolore: sì, fino a quel momento era marchiato a fuoco nel cervello, ne ero certo, ma osservando quegli uomini, quelle donne, mamme, figli, persone, mi accorsi che non ne era rimasto nulla. Sì, le immagini forse erano più chiare di quanto mai lo fossero state ed erano arricchite da dettagli cromatici identici a quelli della realtà che ora stavo vivendo.

Ma non era uguale.

Era un’emozione smorta, pallida, senza vita.

E mi sentii trascinare a fondo, distratto da quell’angoscia di aver perso qualcosa d’importante, e proprio quell’esca emotiva mi fece quasi cadere.

Ma dove? Dove stavo cadendo?

Nel mentre, il mio corpo era fermo, con lo sguardo fisso su uno straccio casalingo, avvolto attorno alla mano di una donna di mezza età; il suo compagno era corso dal posto di guida a quello del passeggero, mentre questa scese. Sapevo che lui amava lei, ne ero certo perché i colori, le loro onde eteree s’abbracciavano.

Si amavano.

E lui si prendeva cura del suo amore, intimandola di stringere forte lo straccio ormai fradicio di…

Oh cazzo, il solo pensiero mi fa fibrillare l’essenza.

Se avessi avuto saliva, avrei inghiottito l’acquolina, invece semplicemente rimasi con gli occhi sbarrati e i muscoli completamente bloccati.

Bloccati da catene che per me erano criptiche e dolorose.

Solo alcuni desideri intensi possono creare queste spaccature nelle persone: quelli che distruggono ogni certezza sulla propria civiltà, sulla propria morale, quelli che ti fanno chiedere “ma che cazzo di problema ho?”.

Mi sentivo, tra tutti coloro che percorrevano il labirinto di auto, un tubetto di salsa concentrata, accartocciato su se stesso e quasi privo di contenuto.

Non so se i tubetti di salsa concentrata possono provare attrazione, ma io ero attratto da ogni comparsa in quel teatrino notturno. Sotto le luci fredde dei lampioni, erano tutti splendidi e la loro pelle, cangiante da pallida a rosea, era viva e perlacea allo stesso modo, nel codice dei miei sensi. Ne ero attirato, dannazione, e ogni centimetro del mio corpo si sentiva trascinare a loro.

Mi sentii di nuovo cadere nell’abisso, ma ebbi ancora forza per aggrapparmi e rimanere vigile; ancora una volta sforzai l’anima a comprimersi e corsi.

Corsi via.

Il mio corpo acquisì una velocità che mai mi sognai di raggiungere, fino a quel giorno.

Superai la guardiola del parcheggio, illuminata internamente dal bagliore azzurro di una televisione accesa: l’uomo nemmeno mi degnò di uno sguardo; forse non fermava le persone a piedi, forse non mi aveva visto o forse voleva solo che il turno notturno finisse senza problemi.

Io ero sicuramente un problema, quella notte.

Il pronto soccorso si presentò a me come un paradiso architettonico, radiante colori rilassanti e mi poggiai alla vetrata d’ingresso, poco di lato rispetto alle porte automatiche.

Ero devastato dai pensieri e dagli istinti che strappavano la mia volontà in tanti pezzi, come se in quel momento, il rischio di cadere nell’abisso mi costringesse ad aggrapparmi a un vecchio blocco di mattoni; questi si staccavano uno dopo l’altro, sempre più in fretta.

E io passavo da un mattone all’altro che cadeva inesorabilmente nel baratro.

Il tubetto era allo stremo, non c’era quasi più salsa.

Con quella rimasta, non ci si poteva nemmeno condire una disgustosa tartina salata.

Era necessario fare la spesa.

Riaprii gli occhi. Li avevo chiusi?

Non ricordo, ma ho bene in mente la nuova tavola pittorica nella quale vivevo, da un secondo all’altro.

Tutto era nuovamente cambiato, come se avessi attraversato un altro velo.

Macchie e canali di colore erano chiari a me come lo spettro tra infrarosso e ultravioletto a te, che stai leggendo.

Ogni massa era collegata a tutto attraverso vene, e queste trasportavano energie a me sconosciute; regnavano i toni di grigio per ogni cosa a parte le deliziose nuvole ove albergava la vita.

E ogni vita aveva un sole opaco e meraviglioso, un sole che la mia anima voleva imprigionare a tutti i costi.

Per ricaricare il tubetto.

Ero un bambino goloso, con la fronte poggiata alla vetrina di una pasticceria, e più stavo lì, a carezzare il vetro doppio con le unghie dure, più sporcavo la superficie di terra.

Non oso immaginare cosa provassero i pazienti in attesa che mi osservavano da dentro, ma potei pregustare l’intensità cromatica delle loro aure mutevoli, verso toni meno saturi.

I genitori tenevano vicini i figli.

I mariti tenevano strette le mogli.

Una signora anziana invece lasciò un signore, seduto e dal volto provato, per dirigersi di fretta allo sportello della reception.

Bussò freneticamente contro il pannello, attirando così l’attenzione della signorina di guardia. Provò a dirle qualcosa, indicando la figura animalesca che ero io, ma disse solo: “Signora, prema il bottone e parli col microfono”.

La signora eseguì, ma qualcosa recise di netto le sue parole: un boato e la paura che la scosse. Mi accorsi di aver picchiato la vetrata con una forza spropositata, tanto che avvertii la superficie piegarsi di qualche centimetro, per poi tornare subito in forma.

Ma ancora tremava, quel dannato vetro, quando tutti urlarono di terrore, e lo strillo acuto di una bambina infilzò quel che rimaneva della mia volontà.

I mattoni su cui reggermi erano finiti e caddi, senza possibilità di ottenere ricordi da quel che accadeva fuori.

Solo vaghe eco di urla disperate venivano a visitarmi nel mio precipitare.

La cima luminosa si allontanò sempre più e si chiuse, lasciandomi in un vuoto oscuro, fino al mio schianto fragoroso contro una superficie liquida.

Era denso, quel lago di nettare sotterraneo, e man mano io tentavo di tenermi a galla, più la luce in cima alla voragine tornava a splendere, donandomi speranza.

Inizialmente, fu una lama nell’oscurità, poi si allargò sempre di più; a quel punto capii che dovevo solo galleggiare, nell’attesa che la marea mi riportasse verso l’alto, da dove ero arrivato

Guardandomi attorno, capii dove ero finito.

Nuotavo in un mare di delizioso liquido rosso, mentre i lamenti delle vittime mi sfioravano come spettri di un girone infernale.

Serie: Emotikon
  • Episodio 1: Dalla Terra
  • Episodio 2: L’Incrocio
  • Episodio 3: Il Bimbo in Pasticceria
  • Episodio 4: Il Colore Rosso
  • Episodio 5: Il Dedalo Mentale
  • Episodio 6: La Lunga Notte
  • Episodio 7: Sfiorare l’Azzurro
  • Episodio 8: La Materia Rossa
  • Episodio 9: Le Fata Notturna – Finale di Serie
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    Commenti

    1. Micol Fusca

      Ciao Bellart, altro episodio capace di regalare forti emozioni. Mi piace questa dicotomia nel tuo protagonista, il tuo lasciare in sospeso la questione principale facendo lavorare l’immaginazione del lettore. La realtà che hai messo sotto i nostri occhi, menti, è davvero quella più semplice? Le orme che hai impresso nel terreno sono quelle di uno zombie? Il pensiero articolato di questa creatura non ancora definita mi porta a concordare con alcuni commenti lasciati da altri lettori/scrittori. Alienazione di cui è vittima può essere imputata a un brutto trip, una droga sintetica che ha attaccato il suo senso della realtà. Alcune immagini mi riportano alla mente il voodoo ed i suoi umanissimi zombie. Scoprirò il mistero con il procedere della serie 🙂

      1. Bellard Richmont Post author

        Ciao Micol, ho visto che hai appena pubblicato qualcosa. Appena termino il capitolo del romanzo, sicuramente darò una lettura. Ti ringrazio per il tempo che doni alla mia scrittura.

      2. Micol Fusca

        Ciao Bellard, in realtà è un episodio di una serie giunta ormai alla seconda stagione 😉 Eh sì, stando qui su open mi sono scoperta prolissa! Ringrazio te per regalarmi una lettura davvero interessante, al di fuori degli abituali schemi.

    2. Antonino Trovato

      Riesci districarti tra sogno e realtà con grande maestria. Le immagini di carattere onirico sono davvero immersive, il tuo stile è semplicemente meraviglioso, psicologicamente disturbante, horror direi, e piacevolmente oscuro, e allo stesso tempo incatenante, perché il lettore percepisce in sé lo stato confusionale vissuto dal protagonista. Pienamente d’accordo con Tiziano e Giuseppe, per Edizioni Open sei grande acquisto😁!

    3. Tiziano Pitisci

      Unendomi alle considerazioni di Giuseppe, questo episodio è valorizzato dalle tanto amate (almeno per me) suggestioni oniriche. Il protagonista vive una realtà galleggiante, surreale, confusa. È forse tutto nella sua mente? È forse sotto l’effetto di droghe o si trova in un computer? Vedo che hai iniziato un’altra Serie, spero che Emotikon continui, bisogna capire cosa è successo al nostro eroe. 🙂

      1. Bellard Richmont Post author

        Ciao Tiziano. Non ti preoccupare; questa storia andrà sicuramente avanti. L’altra che hai visto è molto più semplice e sarà sicuramente più breve.

    4. Giuseppe Gallato

      Che dire… spettacolare! Su Edizioni Open ci sono autori davvero bravi e capaci di stupirmi, e devo dire che tu sei assolutamente fra questi. Felice di averti a bordo. 🙂
      In questo terzo episodio emerge l’onirismo, che usi abilmente – e volutamente – per “con-fondere” il lettore: chi legge si rispecchia a tratti con il protagonista, si perde nei meandri della sua mente… fino a ritrovarsi a “nuotare in un mare di delizioso liquido rosso”. Sinceri complimenti! 🙂

      1. Bellard Richmont Post author

        Caro Giuseppe, ti ringrazio per i complimenti, ma soprattutto per aver dedicato tempo ai miei scritti. Non pensavo che questa storia, in generale, piacesse, proprio perché, a livello di immaginazione, il linguaggio tendente al criptico può essere sviante. Sicuramente, in giornata, caricherò altre parti.