Il Carlson-dentro-lo-specchio

Serie: Cuore Nero

“Ha mai seguito una terapia, professore?”

La voce del detective Patrick Guilliman si perse fra il piccolo dedalo di stanze dell’appartamento di Robert Carlson. Un attico di due piani, in un elegante quartiere residenziale.

Il professore era confuso, seguiva con lo sguardo Guilliman e Daniel Neri, mentre ispezionavano la sua abitazione, alla ricerca di indizi che lo potessero incriminare. La situazione, doveva ammetterlo, era quasi ironica.

Di solito le persone cercano di venire scagionate e non il contrario, pensò.

Invece aveva passato l’intero pomeriggio al dipartimento di Polizia, in quello stanzino claustrofobico, nel tentativo di convincere i poliziotti della sua colpevolezza.

O piuttosto, della colpevolezza di Alex.

Gli aveva raccontato del suo disturbo della personalità, dei traumi subiti e dell’infanzia difficile. Aveva tentato di convincerli che lui era stato là sotto, nello scantinato, che aveva visto il ragazzo legato e il terrore dei suoi occhi alla vista del coltello. Il sangue, il cranio segato in due e la materia grigia affettata come un dolce gelatinoso. Ma erano immagini fugaci, simili a flash che lampeggiavano con violenza, salvo poi annebbiarsi e sparire, rinchiusi in una delle infinite stanze della mente. Era difficile basarsi sulle sue parole, ne era consapevole, e si malediva per questo.

Per un attimo si convinse di esserci riuscito, ma poi, una telefonata ricevuta da uno dei due, vanificò tutti i suoi sforzi. Da quello che aveva potuto comprendere, erano spuntate delle prove sul custode notturno e avevano deciso di seguire quella pista.

Ma non volendo lasciare nulla di intentato, gli avevano chiesto il permesso di perquisire il suo appartamento. Gli era sembrata un’ottima idea in principio. Ma ora, mentre osservava i due investigatori passare distrattamente in rassegna gli oggetti della sua vita, non ne era più così sicuro. Li vedeva spostarsi dalla libreria del soggiorno alla scrivania dello studio, dalla cucina alle camere al piano di sopra e si chiedeva come aveva potuto essere così stupido nel credere che una confessione da quattro soldi e un tour del suo appartamento, sarebbero stati sufficienti. Carlson si maledisse di nuovo, mentre elaborava la situazione.

Gli rimaneva solo una speranza.

La speranza che lui non l’avrebbe mai scoperto o altrimenti…

“Robert?”

Carlson alzò lo sguardo. Si accorse che Guilliman lo guardava in attesa di una sua parola.

“Io…Io non me lo ricordo.” Si limitò a rispondere.

“Come sarebbe a dire?”

“È complicato.”

Lo era davvero, si ripetè mentalmente.

Per quanto si sforzasse di pensare, il suo passato era composto da poche sensazioni e immagini fugaci che si dissolvevano in qualche istante.

Mentre si scervellava per trovare una spiegazione logica da fornire ai poliziotti, avvertì qualcosa.

Un debole suono, seguito da un richiamo.

Robbieeeeeee

Intuì che proveniva da piano di sopra.

Robbieeeeeee

Il richiamo si insinuò nelle sue orecchie facendolo  tremare. Istintivamente spostò lo sguardo in alto, verso il punto in cui le scale si affacciavano al piano superiore.

“Robert, va tutto bene?” Chiese Guilliman, tenendo in mano una fotografia di un paesaggio montano, presa dal soggiorno.

Carlson non rispondeva bensì continuava a guardare in alto.

Robbieeeeeee…

“Professore?” Guilliman si mosse lentamente verso di lui.

Robbieeeeeee…

Carlson sudava. Aveva il fiato corto, come se avesse fatto una lunga corsa.

Robbieeeeeee…

“Robert? Ehi!” Guilliman lo afferrò per le spalle e lo scosse.

Carlson sembrò ridestarsi da uno stato ipnotico.

“S-si?”

“Cosa è successo? Perché non rispondeva?” Domandò il detective, preoccupato.

“I-io, ho sentito…Non so…Era come se…”

“Cosa Robert? Era come se, cosa?”

Il richiamo cessò.

Carlson rimase in attesa, ma non si sentiva più nulla e tentò di recuperare la calma.

Si nasconde, pensò.

“Non è nulla.” disse infine “Sto bene.”

“Ne è sicuro?” Domandò Guilliman.

“Si assolutamente. Fareste meglio ad andare ora. Ho bisogno di riposare.”

Invitò i detective ad uscire e chiuse la porta alle loro spalle. Aveva ancora la mano sulla maniglia quando una bassa risata fece eco per tutta la casa, seguita da un sommesso cigolio di una porta che si apriva lentamente.

È di nuovo qui. Si disse.

I battiti del suo cuore accelerarono rapidamente e salirono fino alle tempie.

La greve risata si ripetè.

È di sopra, mi aspetta. Pensò.

Carlson si voltò verso le scale. Da dove si trovava, riusciva a scorgere una porzione del corridoio del secondo piano, immerso nella penombra della sera.

Trasse un profondo respiro e iniziò lentamente a salire le scale.

Ad ogni gradino, l’ansia aumentava ma sapeva di non potersi tirare indietro. Lui lo stava chiamando. Se fosse scappato, sarebbe stato peggio. Lui poteva seguirlo ovunque e trascinarlo in luoghi oscuri e terrificanti da cui non sarebbe più riuscito a tornare. La sua mente sarebbe stata in trappola per sempre. Rabbrividì a quel pensiero e cercò di recuperare un barlume di lucidità, concentrandosi sui gesti che stava compiendo. In un attimo desiderò che i detective suonassero alla porta. Non avrebbe dovuto mandarli via. 

Forse poteva mostrargli tutto questo e magari Guilliman gli avrebbe creduto. Lo avrebbe arrestato e legato a quella maledetta sedia, come gli aveva promesso. Giù la leva e niente più sofferenza. Niente più paura.

Si rese conto del suo divagare mentre il piano di sopra si avvicinava sempre di più.

Robbieeeeeee…

La voce lo fece sobbalzare. Era più forte di prima.

Capì che era vicino. Sapeva dove doveva andare.

Lo specchio del bagno, si disse.

Quando aprì la porta, Robert Carlson non era più confuso. Ora aveva soltanto paura.

Si piazzò davanti allo specchio sopra il lavandino e fissò lo sguardo sulla sua immagine riflessa.

Rimase in attesa avvertendo solo il suo respiro.

Dopo un tempo indefinito (ma fu certo che si trattò di qualche istante), notò un movimento appena percettibile nella sua immagine riflessa, che lui al contrario non fece. Il riflesso infatti, inarcò un sopracciglio e assunse un’espressione divertita.

Carlson capì che quello non era più lui.

“Ciao Robbie.” disse il Robert Carlson-dentro-lo-specchio.

“C-ciao Alex.”

“Va tutto bene caro?” Domandò Alex, apparentemente preoccupato per l’agitazione del suo alias fuori-lo-specchio.

“C-cosa…Cosa vuoi?”

Carlson iniziò a tremare visibilmente.

“Solo controllare che tu non faccia stupidaggini.”

“N-non capisco.”

“Che cazzo hai detto ai poliziotti?”

Carlson esitò. Alex sapeva, si disse. Per tutto quel tempo era stato presente e sapeva  ogni cosa. La confessione, l’interrogatorio, tutto.

“Gli ho detto la verità.”

“La verità? Ma di che diamine blateri?”

“Questa storia deve finire Alex!”

“Vuoi mandarmi via? Vuoi cavartela da solo? Come hai fatto con quei bulli, vero?”

Il professore si sentì sprofondare nell’impotenza. Quel bastardo aveva ragione. Come avrebbe potuto cavarsela da solo? Gli tornarono in mente i calci e i pugni di quel pomeriggio. Lo stomaco che si contorceva e lui che tentava di proteggersi, chiuso su se stesso come una testuggine senza alcun carapace.

“Non puoi liberarti di me. Io sono te e tu sei me. Perciò…” Alex fece una pausa fissando Carlson tremante.

“Farai quello che dico io!” Disse scaraventandosi avanti.

Carlson lo vide uscire improvvisamente dallo specchio e lanció un grido, arretrando così bruscamente che perse l’equilibrio, cadendo gambe all’aria nella vasca da bagno alle sue spalle. L’urto con il bordo della vasca, gli fece riaprire gli occhi. 

Era solo di nuovo, lo specchio rifletteva ora le sue gambe inarcate verso l’alto.

Alex se n’era andato.

Per ora.

Serie: Cuore Nero
  • Episodio 1: Prologo
  • Episodio 2: Il detective Guilliman
  • Episodio 3: Il ritrovamento di Lucas Dawson
  • Episodio 4: Il professor Robert Carlson
  • Episodio 5: L’interrogatorio
  • Episodio 6: Il Carlson-dentro-lo-specchio
  • Episodio 7: Analisi
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