Il cervo e la Luna

Serie: L'Ispettore Solero


Latrati. Da prima lontani, sono solo un eco disperso, poi si fanno febbrili, vedo bava e denti ma solo quello. Sono giorni ormai che questo sogno, per chiamarlo in maniera gentile, tormenta le mie notti. E i cani neanche mi piacciono. Oltre al loro fastidio, la schiena non aiuta a riconciliare con quelle sue scosse improvvise. E la gamba, e il collo… sogni d’oro insomma.

Quindi mi trattengo fino a tardi in questo confortevole luogo che è il mio ufficio, tra scartoffie e fotografie di morti. Stasera però ho un piano più allettante, vado a trovare Mecca, voglio proprio una botta di vita.

Non lo vedo da tre giorni, ma lo sento, eccome. Mi chiama dalle cinque alle dieci volte al giorno, sta cercando di decifrare quel codice sul disco e mi tiene aggiornato su qualsiasi ipotesi gli salti in mente, su ogni dettaglio o congettura. Io rispondo con un “mmm” o “probabile” ma lui sa perfettamente che non ci capisco niente di codici e simboli, lo fa per rispetto suppongo. Dovrei essergliene grato e invece sto pensando di cambiare numero.

Parcheggio difronte al suo terra-tetto e anche la casa dall’esterno sembra fuori contesto, unico baluardo di un’epoca lontana in mezzo agli abomini moderni, come lui. Ma la cosa peggiore di questa costruzione, sono sempre loro: le scale. Arranco attaccato alla ringhiera e quando sono in cima prendo fiato prima di premere il campanello. Maledetta dignità, quando mi arrenderò ad essere me stesso, un uomo spezzato?

Valdo mi apre e strizza gli occhi difronte al sole del tardo pomeriggio e senza una parola rientra in casa. Il salotto come immaginavo è ingombro di libri e appunti, in terra grande come un tappeto, campeggia la foto degli strani glifi sul disco. Li ha ricalcati, rielaborati, girati al contrario. Caselle sparpagliate ovunque, come un gigantesco gioco dell’oca.

«Vedo che non si ozia. Se voleva giocare a campana sappia che non sono in grado di saltellare» mi guarda per la prima volta e il suo cipiglio sottolinea la mia inadeguatezza alla situazione.

«E andiamo Valdo! Vabbè lasciamo perdere, mi offrirebbe almeno un caffè?» chiedo con un sorrisetto che non ricambia neanche un po’. Sparisce in cucina portandosi dietro un libro, perdere tempo inutilmente non è tra le tante doti di Mecca.

Mi giro in torno un po’ impacciato, non ho idea di dove sedermi visto che è tutto ingombro di roba. Individuo una sedia, sposto di lato una pila di fogli e occupo la metà della seduta, non voglio subire le ire di Mecca perché ho incasinato le sue ricerche. Valdo riappare con un vassoio e mi un guarda un po’ inorridito, ho sbagliato posto è chiaro. Mi sfila i fogli dalla sedia «si accomodi per bene» dice tra i denti e avrebbe voluto dire “cerchi un posto libero sul pavimento, ma non tocchi i miei appunti”.

Mi porge una tazzina a forma di elefante e per bere sono costretto ad afferrarla per la proboscide. Guardo la sua, più grande con del the, Valdo non beve caffè dopo le quattro del pomeriggio. Ha la forma di una scimmia e la coda arricciata è il manico.

«Scimmia e elefante, appropriato si. Ma lei colleziona tazze?» chiedo e come sempre vengo ignorato.

«Si ricorda quella cosa dell’albero che le dicevo? È il più grande dei simboli e forse anche il più importante, sospetto che sia un Lauro. Sono in oltre arrivato alla conclusione che quei segni diritti potrebbero essere frecce, si lo sono. C’è inoltre una specie di sole oscurato e quello proprio non lo capisco, come anche mi è ignota quella ramificazione che sembra corallo poggiato su una base quasi rotonda.» mi indica uno scarabocchio tremolante che corrisponde nella fotografia ad un glifo altrettanto mal fatto, tracciato con il sangue. Di chi è quel sangue? Chi sei e perché stai montando questo teatro dell’orrore?

Bevo un sorso di caffè e osservo giusto per sembrare partecipe «a me sembra un cervo» butto a caso ricordandomi dell’etichetta di un ottimo vino rosso. Valdo strabuzza gli occhi e molla la tazza, non capisco se si è bruciato la lingua, se ha avuto uno strizzone di pancia improvviso, o se ce l’ha con me.

«Un cervo» balbetta facendosi più vicino. Il suo sguardo da folle mi fa attaccare allo schienale. «Non sono bravo come lei Valdo, è solo che mi ricordava una certa etichetta…»

«Un’etichetta?» distoglie lo sguardo da me e scoppia in una risata spropositata. «Ho letto almeno dieci libri sulle simbologie romane e greche e ho passato le mie notti a scrivere e incastrare e a lei ricorda un’etichetta!» e ride ancora più fragorosamente. Se non conoscessi Valdo da così tanti anni sarei spaventato. Faccio per controbattere ma mi anticipa.

«Lei è un genio Solero, un genio! È sicuramente un cervo e ora tutto s’incastra. Non un sole ma la Luna, è una luna quella! Come ho fatto a non pensarci prima!» risvolto del tutto inaspettato e gradevole. Si avvicina e mi abbraccia, poi si rende conto dell’eccessiva libertà e si ricompone. Quando si mette a carponi a spostare una miriade di fogli sono io a sorridere.

«Sono un genio come darle torto, ma talvolta anche i geni hanno bisogno di un aiuto, mi vuole illuminare?»

«Il primo è il nostro Apollo giusto? Aveva in mano capelli biondi e lunghi, non era un’amante ma sua sorella, una gemella per l’esattezza: Diana. La Dea della caccia e della terra, il Lauro è simbolo di suo fratello, le frecce e gli animali il suo. E la Luna ci da conferma.» Valdo alza lo sguardo su di me e leggo paura. «Non è che ha sentito qualche voce in giro Ispettore? Forse potrebbe essere ancora… salvabile…»

Scuoto la testa sentendo un freddo pungente allo stomaco «niente Valdo, solo cani che abbaiano, notte dopo notte» concludo amareggiato.

«Cani? Altra conferma, Diana era circolata di cani da caccia… possibile che non abbiamo altro?» il suo guardo corre sugli appunti e sento impotenza nella sua voce.

«In proposito sono arrivati i risultati dell’analisi dei capelli che aveva in mano il nostro Apollo… i suoi geni sono compatibili con quelli della ragazza, erano fratelli veramente, a questo punto mi viene il dubbio che fossero gemelli. Poteva avere anche lei vent’anni o giù di lì…»

Dove sei, chi sei e cosa ti ha fatto?

«Può avere vent’anni…» mi corregge Mecca speranzoso.

***

Sono le due di notte e ancora non mi decido a tornare a casa. Strascico un piedi avanti, stare seduto troppo mi fa anchilosare ancora di più, se è possibile. Mi premo le nocche sulla coscia insensibile e neanche le sento. Gli tiro un pugno e la gamba scatta. Stringo i denti e provo ad alzarmi, è l’ora di andare. Mi avvio per il corridoio ma una luce ondeggiante richiama la mia attenzione verso l’ufficio del medico legale; cosa ci fa a quest’ora e soprattutto perché usa una torcia? Mi accosto al muro e sbircio la figura che fruga sulla scrivania, sto per tornare indietro a cercare la mia pistola, non la uso dalla notte dei tempi. Allungo il collo ignorando il dolore. La luce si riflette sullo schermo del computer, un attimo ma.. «Valdo!» Mecca sussulta e gli cade un timbro di mano con un tonfo.

«Cosa diamine sta facendo come un ladro?» accendo la luce e lo vedo sbiancare, la mano destra stringe una cartellina.

«Cos’è quella?» mi avvicino e lui arretra. «Mecca vuole che gliela strappi di mano o mi dice che cos’è quel documento?»

Valdo si affloscia e molla la pila ancora accesa. «Volevo nasconderla, o meglio volevo…non so neanche io cosa volevo fare…» gli occhi si abbassano sul pavimento, sto per far valere la mia posizione di superiore, quando finalmente si decide. «Sono le analisi del sangue sul disco… Solero…» prende un respiro che mi innervosisce ancora di più. «Il sangue con cui sono stati disegnati i glifi è il suo, Ispettore.»

Serie: L'Ispettore Solero


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Discussioni

  1. Ho letto con estrema curiosità la vicenda dei glifi da interpretare, il simbolismo: ma affascinano un sacco, queste cose! E poi il colpo di scena finale mi ha fatto cadere la mandibola! Brava Virginia, una trama non facile da gestire, e pathos sempre alto!

  2. “Valdo strabuzza gli occhi e molla la tazza, non capisco se si è bruciato la lingua, se ha avuto uno strizzone di pancia improvviso, o se ce l’ha con me. “
    Questo passaggio mi è piaciuto

  3. In realtà non sono i miei preferiti i polizieschi, e anche questo non mi piace. O forse meglio mi disturba. Il mistero nascosto. Le cose insignificanti che non devono sfuggire perché invece sono pertinenti e da assolutamente collegare ….dopo!
    Forse l’incazzoso isolamento, naturale, prodotto del mio incomprensibile grufolare, produce appunto insignificanti “importanti” indirizzi attraverso i quali VOI mi dovreste interpretare. Inconscia e fastidiosa associazione al meccanismo di indagine.
    Ma se hai letto altri miei commenti sai che quando leggo entro quasi fisicamente nel racconto immedesimandomi in uno dei personaggi. E qui c’è lo sciancato.
    Ormai sono Solero fino alla fine.
    Ciao Virgi, e grazie.
    Mi piaci.

    1. Capisco (ma non posso del tutto) il tuo punto di vista e anche il tuo pensiero-associazione alle indagini. Non deve essere semplice essere un Solero… grazie di aver letto❤️

  4. Mamma mia! Un finale con il botto, la faccenda si complica non poco. Bella questa nuova coppia, Solero e Mecca funzionano bene assieme: ognuno porta la sua “follia” combaciando all’altro in un insieme perfetto. Aspetto con ansia il prossimo episodio 😀

    1. Ciao Micol! Il finale lascia non poche porte aperte… grazie mille del commento, entrare nella mente del serial killer mi sta provocando strani pensieri🤪 A presto!

    1. Ciao Ale, grazie davvero per il bel commento, sono felice che funzioni! A presto