Il Colore Rosso

Serie: Emotikon

Acqua.

Acqua e nero.

Furono i primi segnali, tornando alla veglia, anche se non mi sentii svegliato né riposato.

In realtà, pensai, non ricordo nemmeno di essermi addormentato: sto ancora sognando? E i sogni non dovrebbero interrompersi quando si realizza che sono proprio tali?

Il mondo onirico non si dissolveva.

Rimasi lì, con solo la luce della notte a carezzarmi leggermente dai lati.

L’acqua in cui ero immerso faceva forza da sinistra a destra, attraverso la sezione cilindrica di cemento, in cui ero rannicchiato da chissà quanto tempo. Non doveva esser passato molto, ragionai.

E come accadde per il mio risveglio nella terra, anche quella volta non riuscii ad afferrare una logica, immagini o frammenti di memoria a cui aggrapparmi per giungere alla verità.

Ero spaesato, con la corrente lenta che trasportava rametti, cadaveri animali e rane, e questi cozzavano contro i miei piedi, i miei polpacci, prima di ritrovare il giusto sentiero attraverso le acque oscure.

Ero in un breve tratto di roggia coperta.

Quando mi mossi, assecondando la corrente per uscire, avvertii piccole creature fuggire; rimasi solo con l’odore salmastro e le formazioni di alghe sulle pareti.

Una cosa era certa: ero diviso, spezzato tra paura dell’oblio e vigore; il vigore tipico di un sonno ristoratore, seguito da una pastiglia di caffeina.

Inesorabile, arrivò la conferma di non star ancora viaggiando in un incubo, quando il panorama attorno si presentò simile a quello in cui mi ero destato dalla terra.

Era un confine, quella roggia: una linea che divideva il bosco, alle mie spalle, da chilometrici distese di terra seminata, di fronte.

Emergevo per la seconda volta da un oscuro oblio e mi chiedevo quale mostruoso segreto mi avesse nuovamente tenuto sotto il suolo.

Sotto il suolo.

Qualcuno era intervenuto, riponendomi di nuovo dove non potevo essere visto? O forse ero stato io?

E se ero stato io, da cosa mi nascondevo per dormire, sempre che di sonno potessi parlare? E perché dormire, sapendo di essere inseguito da qualcosa?

Più solcavo quella terra nuda, che io stesso rendevo fanghiglia con il gocciolare dei miei vestiti fradici, più mi accorgevo di portar con me una strana fragranza.

Era dolce e pungente allo stesso tempo.

Così, mi fermai, per guardarmi gli abiti, e solo sfilandomi la giacca, potei analizzare meglio le grandi macchie scure su tutta la camicia di cotone leggero.

Era bianca, quando uscii di casa, quando non potevo immaginare cosa sarebbe successo.

Era sangue? Non ero ferito.

Non c’era il ferro nel suo aroma, e a causa del buio, non potevo comprenderne il vero colore.

Uno a uno, velocemente, sganciai i bottoni e mi tolsi anche quella, lasciando che la fioca luce lunare, oltre scure nubi, si riflettesse sul mio innaturale candore cutaneo, come bersagliato dal filtro Wood.

In quel momento, una diapositiva sfrecciò per un istante nel mio campo visivo, riportandomi alla mente un’incredibile tavola di colori, che per me furono in principio assurdi, estrapolati da una mostra contemporanea.

Arte astratta.

Mi pizzicò la logica, e questa creò un legame tra il momento e un passato molto prossimo: una realtà tinta di grigio e tanti soli dai toni cangianti, ingabbiati… “nella carne viva” sussurrai.

Non scorderò mai quel momento, il momento in cui tornai a guardar la mia camicia, lordata della sostanza ignota.

Eppure quelle macchie massaggiavano la mia anima.

E l’istinto, la follia, vinsero su di me: lentamente, aprii la bocca, sporgendo di poco la lingua.

Avvicinai ad essa il tessuto macchiato.

Chiusi gli occhi.

Silenzio.

Una saetta.

Un’estasi crepitò e ramificò in tutto il mio essere, ricreando attorno il mondo grigio, per un battito di ciglia.

Lo shock emotivo fu così forte da lasciar cadere la camicia a terra, come se scottasse; e in quel momento, con l’anima fibrillante, il colore di quella strana sostanza mi spinse dietro di un passo.

Rosso.

Di nuovo percepii la mia essenza contrarsi come un muscolo involontario, stimolato da quel rosso che rubava saturazione a tutto il resto, a tutto il mondo.

E tornò il grigio, assieme al desiderio di spremere nella mia bocca il nettare magnifico, di cui i miei abiti erano intrisi.

Lo volevo in me.

Lo volevo.

Senza muovermi, tornai all’ospedale e sentii ancora il vetro contro la fronte. Io spingevo e urtavo con sempre più forza la barriera trasparente, fino al comparire di un fulmine incolore su tutta quella superficie.

Tutti urlarono, e l’acuto strillo di una bambina mi riportò al presente, con la camicia stretta forte tra le mani e la mia bocca a succhiare dalle fibre, senza ritegno.

L’avevo raccolta senza rendermene conto.

La notte riacquistò le ombre originali, con tutti i toni freddi benedetti dalla luna, ora di poco sporgente dalla coltre di nubi.

Fu in quel momento che, per la prima volta, accettai la realtà, e osservando bene le mani lorde e le unghie stranamente affilate, capii.

Ero un assassino.

Ero un tossico.

Ero diverso.

Ero un mostro.

Serie: Emotikon
  • Episodio 1: Dalla Terra
  • Episodio 2: L’Incrocio
  • Episodio 3: Il Bimbo in Pasticceria
  • Episodio 4: Il Colore Rosso
  • Episodio 5: Il Dedalo Mentale
  • Episodio 6: La Lunga Notte
  • Episodio 7: Sfiorare l’Azzurro
  • Episodio 8: La Materia Rossa
  • Episodio 9: Le Fata Notturna – Finale di Serie
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    Commenti

    1. Antonino Trovato

      Pian piano prende forma la natura del tuo protagonista, immersa però ancora nel misterioso confine tra incubo e realtà, ricordi smarriti e nuove sensazioni, da te condite con solita maestria. Il tuo horror è sempre più affascinante, e anch’io attendo di conoscere quale mostro si cela dietro il volto spaesato del tuo protagonista…