Il coso giallo

Crescendo, quel sogno diventò deludente, fonte di ansia e tristezza. La sua confortante regolarità nel ripetersi mi tradì. La cosa più sconvolgente fu che iniziai a notare un calo di potenza della mia arma. Perché? A volte il raggio del mio laser non arrivava dove volevo, era luminoso e spesso, ma non causava i danni che desideravo causare a quel mondo di merda. Cosa stava succedendo? Capii incredulo che stavo assistendo all’inizio di un processo che non sarei riuscito a fermare. Diventò infatti sempre più debole. La portata di quel fascio di energia diminuiva di volta in volta. Dopo qualche tempo, riuscivo a colpire solo gli oggetti più piccoli e più vicini che non si dissolvevano più, ma si annerivano soltanto. Ero disperato. Totalmente impreparato al fallimento. Un senso di vuoto, angoscia e solitudine impregnò le lenzuola, lo stesso materasso sembrava più scomodo, ora. Sparavo, sparavo ogni notte, agitavo l’arma, gridavo mentre lo facevo sperando con la voce di darle un po’ di forza ma, non funzionava. Scarsissimi risultati. Tutto rimaneva al suo posto, qualsiasi angolo, spigolo, muro, ogni macchia, crepa, spacco… Poi una notte, dal nulla, comparì quella maledetto lastra bianca. Fu un colpo mortale, non mi ripresi mai più. Stava succedendo qualcosa di profondamente sbagliato, e stava succedendo a me, proprio a me. Perché? Ogni volta che puntavo la mia pistola si materializzava una lastra quadrata e bianca dal nulla, davanti agli obiettivi. Premevo il grilletto stringendo i denti con una rabbia disperata, ma i danni che riuscivo a causare si limitavano ad un leggero annerimento della sua superficie invincibile. Una macchia grigio marrone dovuta al calore. Una bruciatura. Un’inutile bruciatura! Da distruttore mangiatore della materia ad anneritore di quadrati…

Man mano quei sogni di diradarono nel tempo e diventarono un ricordo. Poi neppure quello. Ero cresciuto.

«Ecco, amore, il toast, il succo di frutta e la banana, ti sei lavato le mani?».

«Sì, mamma».

Ogni pomeriggio, alle quattro e un quarto, mia madre, appena rientrata dal lavoro, mi appoggiava il vassoio con la merenda sul tavolino in soggiorno. Io, seduto sul divano, mangiavo guardando i cartoni in tv, stanco di dover sopportare le maestre e i compagni, mi rilassavo perdendomi nei colori dei miei personaggi preferiti: Phineas e Ferb, Doraemon, Carletto il principe dei mostri…

Un giorno di primavera, proprio durante la merenda, facevo zapping e vidi sullo schermo un topo giallo, con le guance rosse e la coda strana. Mi fermai e appoggiai il telecomando di fianco alla seconda metà del toast. Quel coso giallo saltò al centro di un’arena circolare rimanendo sospeso in aria, si caricò di energia e così, a mezz’aria, sparò una scarica elettrica coì potente da distruggere non solo il suo avversario, ma anche tutto ciò che gli stava intorno. Rimase un buco dove aveva sparato… smisi di respirare. La pistola… quel coso aveva la mia pistola! Un capogiro, mi ricordai dei sogni e soprattutto dell’ebrezza distruttiva che avevo provato in ognuno di essi.

«Andrej finisci il toast».

Ero rimasto a bocca aperta fissando il vuoto per chissà quanto tempo, non credevo ai miei occhi, quel coso giallo aveva il potere che avevo avuto io… dovevo assolutamente approfondire la questione.

Scoprii così i Pokemon. Creature di varie forme e dimensioni che in un mondo immaginario molto simile a quello vero vivono nella natura insieme agli esseri umani. I Pokémon si catturano e si allenano per farli combattere contro altri Pokémon. Secondo il Pokédex, l’enciclopedia fittizia presente all’interno dei videogiochi, i Pikachu (il vero nome del coso giallo) sono Pokémon diffidenti che sorvegliano l’ambiente ricorrendo alla loro coda sensibile e che ricorrono a scariche elettriche se minacciati o quando incontrano qualcosa che non conoscono. Mi ricordava qualcuno. Chiesi alla mamma di comprarmi le carte.

«Amore, costano un sacco di soldi…».

Sì, costavano un sacco di soldi. La mia carriera da allenatore di Pokémon fu perciò molto breve. Per il mio decimo compleanno mia madre mi regalò una confezione da cinque, fu tutto. Ma tra quelle cinque carte c’era Squirtle, una tartaruga per me insignificante, ma che mi aprì la porta dalla quale uscì proprio ciò che cercavo.

«Andrej, se mi dai il tuo Pokémon d’acqua io ti do uno di questi».

A scuola, durante l’intervallo, il banco di Bruno diventava il mercato scambio dei Pokemon. Io le mie cinque carte me l’ero sempre tenute strette, le avevo fatte vedere solo un paio di volte, che però furono sufficienti a tutti per memorizzare i miei unici cinque Pokémon.

«Dici Squirtle?».

«Sì, proprio lui, mi manca! Guarda», mettendo giù una alla volta tre carte «Charmandre, che ha il Solarpotere, Diglet che ha la Silicoforza e questo Elettro, Pikachu che ha il Parafulmine».

Rimasi bloccato e spalancai gli occhi. Senza dire niente sollevai subito la carta del coso giallo e rimasi incantato. Base, prima generazione, tipo elettro. Eccolo. Proprio lui. Dannatamente giallo. La strinsi contro il petto e mi voltai per andare al mio banco rivedendo nella mente un mondo silenzioso da venti metri d’altezza che aspettava di essere bucato senza pietà… sentii improvvisamente il bisogno di raccogliermi, volevo stare solo. Non ci arrivai fino al banco, mi appoggiai invece sul calorifero a metà strada perché avevo gli occhi troppo pieni di quei sogni. Vedevo la materia sparire un pezzo alla volta disintegrato dal raggio della mia pistola laser, rivivevo rapito quella sensazione di appagamento che mi riempiva quando semplicemente puntando l’arma e premendo il grilletto, le geometrie di questo mondo sbagliato svanivano, esplodevano senza detriti, e lasciavano cavità invitanti in cui avrei potuto…

«Andrej cosa mi dai in cambio?», chiese Bruno dall’altra parte dell’aula.

Alzai la testa, tornai allora da lui e lo guardai insistentemente, osservai in silenzio le carte sul banco e gli altri bambini attorno… lanciai con forza tutte e cinque le mie carte sulle altre che atterrarono con un sonoro paf!

«Tienile, sono tutte tue».

«Wow», dissero tutti all’unisono. Bruno le raccolse con un sorriso larghissimo, cercò Squirtle e lesse con attenzione le sue caratteristiche. Mi guardò incredulo e, chissà perché, con una punta di ammirazione.

Non mi mischiai più con loro. A me dei Pokémon e del mercato delle carte non era mai importato niente. Capii che avevo per tutto il tempo cercato il coso giallo che aveva la mia stessa arma e forse la mia stessa indole, e adesso che lo avevo trovato, non avevo più motivo di giocare con loro. Non sapevo ancora cosa avrei fatto, ma quel topo elettrico era simile a me! La vita, ingiustamente, mi aveva portato via qualcosa che lui invece ancora possedeva. Mi ero messo in testa che in qualche modo, prima o poi, da qualche parte, avremmo dovuto unire le nostre forze.

«Ok, fra’… adesso hai un topo giallissimo tutto serio sul collo… con la sua coda stranissima… la sua roba rossissima sulle guanciotte… e che spara laser da una mano… cazzo, è bellissimo, fra’, m’è venuto troppo bene… posso fotografarlo?»

«No».

Quello era il mio coso giallo, e nessuno avrebbe mai potuto farselo uguale.

«Volevo solo metterlo in bacheca».

«Quanto ti devo?»

Attenti ai boiler che scendono dall’alto, gente, potrebbero fermarsi a venti metri da terra e aprirsi a spicchio. Da lì potrebbe uscire un bambino incazzato con un laser in mano che dissolve la materia, e che inizia a bucare il vostro mondo senza pietà, fino a farlo scomparire con un ghigno di soddisfazione sulla faccia. Se poi vedete un topo giallo senza sorriso che osserva tutto appollaiato sulla sua spalla sinistra, sappiate che… crescere per qualcuno significa perdere qualcosa e realizzare di essere solo.

Pochi mesi dopo abbandonai la scuola.

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