Il fantasma del vecchio borgo

C’è solo il silenzio in quell’antico borgo disabitato, mentre su di esso, come un lieve manto di penombra e malinconia, scende lentamente l’imbrunire. Nelle vecchie case arroccate sul promontorio, da molto tempo non ci vive più nessuno e quelle stradine che un tempo profumavano di pane appena sfornato e del sapone di Marsiglia delle lavandaie, adesso sono pervase soltanto dall’intenso odore della pietra umida e dalla infestante presenza delle erbacce, ormai padrone assolute di quelle contrade.

Ma quando il buio della sera inizia a farsi sempre più fitto, tra i ruderi di un diroccato casolare compare un’ombra, inquieta e afflitta come la solitudine e la desolazione di quei luoghi.

È il fantasma tormentato dell’ultimo abitante vissuto in quel villaggio. Un umile contadino che non si è mai arreso all’idea di lasciare la sua terra natìa. Non lo ha fatto da vivo e non riesce a farlo nemmeno ora. Troppi ricordi lo tengono legato a quel posto: i giochi in piazza di quand’era bambino; il lavoro nei campi; le avventure nei boschi e le gioiose feste patronali; le amicizie e il suo primo, unico e grande amore, portato all’altare della chiesetta vicino alla piazza. Sì, la sua dolce Lucia, che gli ha donato due splendidi figli, i quali presto, troppo presto, hanno imboccato le strade del mondo, lontano da quel rifugio sopra la collina. E infine la vecchiaia e poi la morte, che gli portò via prima la sua amata moglie e poi la sua stessa vita.

Ora il suo spirito non riesce a darsi pace e ogni notte vaga per il paese, facendo sempre lo stesso giro: inizia col percorrere un vicolo in salita, tra agrumeti abbandonati e vecchi muretti, intrisi della più umida frescura e di mille e più ricordi. Poi giunge dinanzi a quella chiesa, abbandonata nel silenzio dei selciati, dinanzi alla quale, un tempo, si udivano le risate e le chiacchiere dei fedeli appena usciti dalla messa.

E infine arriva nell’ormai desolata piazzetta centrale che, a mo’ di grande terrazza, affaccia sulla vallata sottostante.

È lì che il fantasma puntualmente si ferma, sfiancato da quel suo eterno girovagare, e dà inizio al suo lamento.

“Lucia, dove sei? Dove siete tutti? Quant’era bella la vita qui!”

Queste le sue solite e tristi parole, racchiuse in un sinistro sussurro e portate via dal vento che attraversa quel versante del promontorio, disperdendosi nei campi a valle.

Un lamento continuo e costante, come l’alternarsi dei giorni e delle notti. Tanto che una volta, grazie a una forte folata di maestrale, tali parole giunsero all’orecchio di un angelo, nascosto tra le nubi più dense di un plumbeo cielo autunnale. Questi non riuscì a rimanere indifferente e allora decise di incontrare quell’anima persa. Così, la notte successiva, si ritrovarono, su quella piazzetta, tale eterea creatura e lo sventurato spettro.

L’angelo non si capacitava delle sofferenze dell’altro e così gli propose una soluzione, l’unica a suo dire plausibile.

“Cosa ci fai ancora su questa Terra? Abbandona il fardello del tormento, così potrai venire via con me. Ti porterò lì dove ci sono tutti i tuoi cari, anche se non riuscirete a riconoscervi, in quanto anime avvolte nella luce eterna.”

“E che senso avrebbe?” gli fece l’altro.

“Ah…quindi tu rifiuti la beatitudine celeste?” chiese allora l’angelo, in tono di rimprovero.

“No…è che la mia beatitudine io l’avevo già trovata qui. Tra i campi, i boschi e questi cento vicoli. Qui ho vissuto l’amicizia e l’amore. Ho goduto del calore della famiglia e dell’affetto di tutti. Chissà, forse ora ho solo bisogno di tempo per rassegnarmi. Ti prego di concedermene un altro po’.”

Così l’angelo se ne tornò nel cielo stellato, lasciando il fantasma nella sua amara solitudine. Quel fantasma che quindi ancora oggi vaga per quei luoghi, aspettando una rassegnazione che però tarda ad arrivare. E quando la luna brilla nel cielo, egli si adagia su una vecchia panchina, iniziando a cantare un’antica nenia di paese. Con la speranza che quelle dolci note lo aiutino finalmente ad andare oltre, verso la pace. Ma con l’amara certezza che esse non riusciranno a far ritornare a battere né quel suo vecchio cuore, sepolto in un cimitero, né il cuore di quel borgo, spento per sempre dall’oblio.

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Discussioni

  1. Ciao Raffaele, finalmente riesco a leggere il tuo racconto d’esordio qui su Open! Che dire, un bel racconto che mi è piaciuto, in particolare per i significati sotteso, tra i quali la bellezza della vita al quale noi siamo restii a rinunciare. E con ragione, perché le piccole gioie, seppur effimere, sono il nettare del nostro sentirci felici. Questo racconto trasmette grande malinconia dal sapore antico, come le vie di questo paese smarrito nell’oblio della civiltà che avanza. E la narrazione scorre fluida, semplice, in maniera più che gradevole😊! La beatitudine può aspettare, il fantasma ha ragione, perché la trappola dei ricordi sa essere dolce e amara, ma è l’unico contatto con la stessa gioia di vivere😊! Sto divagando, benvenuto davvero su Edizioni Open😁! A presto😊!

    1. Carissimo Antonino, le tue recensioni/osservazioni sono sempre un piacere. Ancora una volta, hai perfettamente colto tutti gli elementi principali del racconto. Ti ringrazio davvero molto per l’attenzione.

  2. Che dolce malinconia, nella storia di questo fantasma.
    Sai, anche io abito in un paese piccolo, ancora legato alle vecchie tradizioni: i bambini giocano in piazza, e la festa patronale per noi viene prima del Natale e di qualsiasi altra festa. Però.. Una volta era diverso. Una volta era più “paese”.
    E quindi, quanto lo capisco, il tuo fantasma.
    E molto interessante anche il suo dialogo con l’angelo, bello spunto!

    1. Quanto mi è familiare ciò che descrivi! Io idem, vivo in un piccolo paese che allo stesso modo, lentamente e col trascorrere del tempo, per certi versi vede scivolare via quella “familiarità” così bella e accogliente. E non ti nascondo che da tutto ciò ho sicuramente tratto una certa ispirazione. Ti ringrazio di cuore per l’attenzione e l’apprezzamento!

  3. Che bella storia, Raffaele! Complimenti! Pur non sapendo nulla di te, vorrei chiederti se per caso scrivi poesie. Perché nel tuo modo di concepire le frasi c’è un ritmo musicale, che potrebbe venire da lì. Un saluto.

    1. Ciao Cristina, ti ringrazio molto. Io mi occupo di narrativa, ma avevo anche un paio di brevi poesie nel cassetto. Come hai giustamente notato, proprio da una di queste ne ho “ricavato” questo piccolo racconto e mi fa tanto piacere che sia stato apprezzato. Un caro saluto a te.

  4. Ciao Raffaele, bel racconto. Trovo che la tua prosa sia buona, accompagna il lettore con dolcezza. La storia si lascia leggere, è scorrevole, anche se poco originale. Prima prova EO assolutamente promossa.

    1. Ciao! Ti ringrazio molto. Sì in effetti il soggetto del fantasma eternamente tormentato è stato utilizzato in abbondanza e come giustamente dici tu è importante impegnarsi in un certo lavoro di scrittura per rendere il più possibile piacevole e interessante una storia incentrata su questo tema. Grazie ancora per il tuo apprezzamento e per la tua attenzione.

  5. Ciao Raffaele,
    benvunuto tra di noi e complimenti per il tuo racconto di ingresso, molto bello.
    La malinconia è uno dei sentimenti più belli, dolce e straziante allo stesso tempo e quella che aleggia nel tuo racconto, come nel paese abbandonato, è veramente ben resa.
    Molto belle le tue descrizioni e l’atmosfera decadente.
    alla prossima

    1. Grazie Alessandro, sia per il benvenuto che per il tuo apprezzamento. Vero, mi è sembrato coerente con la natura di tale sentimento l’associarlo a un fantasma errante in un borgo disabitato. Lo spettro, del resto, rappresenta proprio quello: una profonda malinconia che aleggia tra i resti e la solitudine di quel luogo.

  6. Ciao Raffaele, cosa posso dire se non bellissimo? Questo racconto scorre limpido come l’acqua, fino a regalare al lettore una melanconica nostalgia che lo avvolge fra le sue braccia. Esperimento riuscitissimo, anzi. Questo racconto che di per sé è poesia può essere apprezzato anche da chi non ha molta familiarità con quest’ultima forma d’arte.

    1. Ti ringrazio anche qui. Il tuo riferimento alla “melanconica nostalgia” ha pienamente centrato il punto: essa, infatti, vuole rappresentare proprio l’essenza di questo racconto. Sono molto contento che sia stata apprezzata questa operazione, tesa al ricavare un breve testo in prosa da una mia piccola poesia.

    1. Ciao! Grazie. Sì, in effetti credo vi sia anche una certa venatura gotica che “scorre” tra i luoghi, gli stati d’animo del protagonista e la sua stessa condizione di fantasma tormentato.