Il figlio del vulcano

Serie: Il fuoco e la neve

Se il fuoco avesse avuto un nome, questo sarebbe stato Glaj. Partorito nella lava bollente del vulcano, aveva incrociato prima gli occhi delle fiamme e poi quelli di sua madre, altrettanto vivi di passione e perfetti per brillare sul volto della regina dei demoni. Suo padre, già al primo vagito, gli aveva lanciato in braccio uno spadone: «Va’ e difendi la tua terra al costo della vita. Ma bada, figlio mio, la spada non sarà sempre la miglior scelta sul campo di battaglia, perché non tutte le guerre si vincono scagliando il proprio nemico nella bocca della montagna.»
     Gli anni passavano veloci. Glaj rifletteva ogni giorno sulle parole di suo padre e le carezze di sua madre. Non c’era ragione di tradire la spada e affidarsi ad armi più sofisticate: aveva visto come si combatteva lontano dal campo di battaglia, come si duellava con la lingua e coi gesti, badando bene a scegliere con cura le parole più astruse affidandosi alla troppo umana arte della retorica. Mai avrebbe gettato la spada sotto il letto per indossare una di quelle tuniche da ciarlatore, mai avrebbe sorseggiato spremuta di radici ma solo bevuto il sangue dal cuore dei suoi avversari.
     L’ultima battaglia al passo tra i seni della terra era conclusa. Glaj tornò in città, pochi altri a seguirlo e a pulire il ferro sulle proprie casacche lacere. Dai cancelli che già si disegnavano con chiarezza tra la foschia della valle apparve una guardia frettolosa di raggiungere i guerrieri.
     «Principe Glaj, finalmente siete rientrato. Vostro padre, il re, è tornato dall’Ovest questa mattina.»
     Il giovane demone inarcò le sopracciglia, «che ragione c’è di raggiungermi per dirmelo? Sarei giusto andato nelle sue camere a parlargli una volta toltomi di dosso il sangue purulento degli umani.»
     «Non ci sarà tempo per ripulirsi, principe.» La guardia chinò lo sguardo, immeritevole di fissare troppo a lungo le ricurve corna reali che sbucavano tra i capelli ardenti dell’erede al trono.
     Quest’ultimo pizzicò proprio una delle proprie corna, la dura roccia lavica di cui sembravano esser fatte. «Dov’è mio padre?»
     «Principe, il consiglio di guerra è stato convocato. Stavano aspettando giusto Voi.»
     «Il generale Udevarb è presente?»
     La guardia annuì e il principe grugnì, ma si quietò presto, e camminò a testa alta verso la sala del consiglio.

Dieci grossi troni di roccia dura e magistralmente scolpita occupavano il centro della spaziosa sala: dieci poltrone, ma otto demoni soltanto. Dietro di loro, occultata dall’ombra e ammantata da cappe e mantelli, una mezzaluna di cinquanta bocche aspettava il momento per dire la propria. Glaj spalancò la porta e fissò i presenti, tutti comodamente seduti attorno al cristallo scheggiato al centro della sala circolare, tutti intenti a osannare il monolito che era piovuto dal cielo e si era piantato esattamente nel punto attorno al quale sarebbe poi sorto l’intero regno dei demoni.
     «Che succede, padre?» domandò, osservando i consiglieri nell’ombra tapparsi il naso. «Dov’è mia madre?»
     «Tua madre è caduta in battaglia, figlio mio,» il re si alzò dalla poltrona e tutti i presenti lo emularono, «abbiamo combattuto contro l’orda di umani più grossa e più organizzata mai incontrata. E abbiamo perso.»
     «Eppure vinciamo su ogni altro fronte! Dobbiamo schiacciarli e risalire dai monti per stringere nel pugno la loro capitale. Dobbiamo vendicare la nostra regina!»
     Un demone scostò il mantello porpora con la mano e levò la propria spada al cielo, poi la inclinò verso il monolito nero. «Sono d’accordo con Voi, principe Glaj.»
     «Udevarb, tu eri presente? Come hanno fatto a sconfiggervi?»
     Il re batté il pugno sul bracciolo del proprio trono. «Il seggio di tua madre è vacante, il suo corpo polvere, e tu vuoi ancora parlare di guerra?!» la sua barba secca e increspata tremò, bagnandosi delle lacrime che gli correvano sul volto rugoso. «Non ci sarà più guerra, Glaj.»
     Il principe e il generale Udevarb fissarono il re, e altri tra i consiglieri nell’ombra si unirono. Glaj raggiunse il proprio posto e lisciò con le unghie i bassorilievi sulla spalliera che lo rappresentavano mentre sorgeva dal vulcano. «Guardami, padre: puzzo ancora di umano, ma sono pronto a lordarmi ancora delle loro budella! Mia madre è morta ed è mio dovere vendicarla. Non parlarmi di pace.»
     «Invece ci sarà, figlio mio. Uomini e demoni hanno combattuto troppo a lungo, troppi re e regine sono morti, troppi figli e figlie, troppe case bruciate e troppe lande che anziché d’acqua sono state annaffiate di sangue.»
     «Non posso accettarlo! Sono nato per—»
     «Per la guerra? Sciocchezze! Sei nato per questa pace, figlio mio!» gridò il re. Tossì e batté una mano sul petto, mentre uno spruzzo rosso schizzò dalla sua bocca e macchiò il cristallo nero al centro della sala. «Demoni e umani impareranno a spartirsi queste terre, figlio mio.»
     Lui fissò il re, il suo petto irrequieto come il mantice della fucina. Non aria, ma vecchiaia a sgusciare dalle sue labbra. Prima che potesse appellarsi o anche solo voltarsi per leggere sconcerto negli occhi del generale Udevarb, i consiglieri iniziarono a dibattere e il vociare crebbe sino ad ammutolire il rombare della montagna di fuoco.
     «Silenzio!» tuonò il re, tossendo ancora e asciugando la mano sulla veste, «è stato deciso, miei fratelli e sorelle!»
     Tra i pochi eletti seduti attorno al monolito, tutti meno che il principe e il generale chinarono il capo.
     «Quando l’avete deciso, padre?» mormorò Glaj, troppo offeso di non esser stato consultato per preoccuparsi della salute del suo vecchio. «Padre, rispondetemi.»
     «Tu sarai il ponte tra la nostra razza e la loro, Glaj. Vai a sciacquarti e a dormire, presto combatterai la battaglia più difficile della tua intera vita.»
     Glaj osservò la platea incredulo. Il generale Udevarb, di cui aveva sempre avuto difficoltà a comprendere appieno le intenzioni, aveva in quel momento una smorfia di indescrivibile furia sul volto, mitigata solo dai lunghi capelli corvini che lasciò piovere dalla fronte chinando la testa.
     Il principe, sdegnato, si voltò per andarsene e travolse qualcosa col proprio fianco, qualcosa che emise un suono orribile e simile allo squittio di un topo. Nella sala piombò il silenzio, e il piagnucolio riecheggiò per lunghi secondi.
     «Cos’è questa bestiola?» il principe allungò il braccio e afferrò l’ammasso di stoffa stopposa che ricopriva la creatura. Senza indugio strappò via il pastrano: pelle di neve e capelli dorati rapirono gli occhi di ogni demone.
     Il generale scattò dal suo trono: «È una bambina umana!»

Serie: Il fuoco e la neve
  • Episodio 1: Il figlio del vulcano
  • Episodio 2: Onore e pazzia
  • Episodio 3: Il fuoco e la neve
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    Discussioni

    1. Molto potente questo primo episodio! Mi piace praticamente tutto 🙂
      Mi piace il tono solenne, le descrizioni accurate di un ambiente e di personaggi maestosi, solidi, potenti. Dal principe che imbraccia lo spadone fin dal suo primo vagito ai troni di pietra (ottima scelta, si adattano perfettamente alla durezza di questa razza di demoni).
      Mi piace il tuo sapiente ed intelligente uso dei vocaboli: il re che tossisce vecchia, le tunice da ciarlatori, e via dicendo.
      E mi piace la vicenda, si parte subito con una situazione inattesa (il re dei demoni che vuol improvvisamente la pace) e con un bello “scontro” ideologico padre-figlio. Bene! andiamo al prossimo! 🙂

    2. Inizio interessante, è sempre affascinante il punto di vista dell’altro rispetto a quello degli umani.
      Originale anche l’idea che il re dei demoni senta la necessità di una tregua, smarcandosi dalla natura violenta e malvagia che hanno questi mostri agli occhi di tutti.