Onore e pazzia

Serie: Il fuoco e la neve


Tra i popoli della valle, tra i paesini e nelle città dei demoni, circolava una notizia sensazionale: il re era morto, il principe Glaj sarebbe stato incoronato nuovo sovrano. Ad ascoltare i messaggeri reali non tutti si sorprendevano, e non perché la novità in sé fosse poco interessante, ma perché era evidente che neppure i banditori avessero il coraggio di raccontare la storia sino alla parte realmente sconvolgente.
     Glaj aveva trasportato il corpo di suo padre sino alla cima del vulcano, officiato il rito funerario e gettato la salma tra le fiamme come voleva la tradizione: la popolazione aveva cantato, salmodiato le litanie degli antenati e accompagnato lo spirito del re sino al regno del fuoco. Durante tutto il tragitto sino al monte, Glaj aveva sentito gli occhi della folla grattargli via la scorza rugosa che lo proteggeva: nemmeno la pelle temprata dalle innumerevoli battaglie poteva salvarlo dal suo futuro.
     Una giovane demone coi riccioli di legno e la pelle di pietra si accostò al reale mentre questi rientrava in città. «Mio principe, la faccenda del matrimonio non può più essere rimandata.»
     «Non c’è nessuna faccenda,» ribatté lui seccamente. Strinse il mantello sulle spalle e avanzò schermandosi con le mani dalle raffiche di vento. «Rimandate quella creatura agli umani. Non ci sarà pace.»
     «Glaj, fermo,» la demone si permise di afferrarlo per il polso. «Gli umani e tuo padre hanno giurato, hanno bevuto assieme in nome della nuova pace tra le nostre razze.»
     «Mia madre è morta per mano loro!»
     Lei lo schiaffeggiò una sola volta, ma aveva gli occhi di chi avrebbe continuato a farlo volentieri. «Quante madri hai ucciso tu stesso? Hai arrecato dolore alla razza degli uomini e loro a noi: tutti abbiamo sofferto.»
     Glaj accelerò il passo e corse verso le porte della città. Gli interessava solo sdraiarsi a letto e sperare di svegliarsi nel mondo che meritava: tra spade e scudi, tra sangue e carne, a lottare per il proprio popolo e la propria libertà.

Non appena raggiunse l’androne della villa, imboccò le scale verso il piano superiore e notò, in fondo al corridoio, la porta della propria camera spalancata. Avanzò baldanzoso, aspettandosi l’ennesima vogliosa demone pronta a quietare i suoi turbolenti pensieri. Entrò con un salto in camera e udì il suono dello stupore e i mille cocci di un vaso raggiungere i suoi stivali. Vicino al letto, due piccole mani pallide e tremanti stringevano dei fiori.
     «Perché sei ancora qui?» ringhiò Glaj tra i denti. Scattò per afferrare i fiori e strapparli dalle mani della creaturina dalla pelle nivea.
    «Non posso andarmene.»
     Il principe inarcò un sopracciglio e annusò il rosso bocciolo che gli era rimasto tra le dita, l’unico sopravvissuto. «Dove sei stata in questi giorni?»
     «Ho aspettato il vostro rientro, mio signore.»
     «Signore?» si sporse in avanti, incuriosito dal tremolio di quelle due labbra rubiconde, lucide quanto i petali del fiore che non voleva lasciar andare. «Cosa ti è stato detto su di me, cucciola umana?»
     «Che sarai il ponte che unirà le nostre razze.»
     «Anche tu a blaterare di questa pazzia?» Glaj pensò subito a suo padre, alla sua strana tenacia e al modo in cui aveva insistito sulla pace prima di spegnersi con la speranza a imbellirgli il volto. «Non ci sarà nessun ponte, cucciola umana. Va’ via.»
     «Non posso andarmene.»
     Glaj l’afferrò per il collo e l’alzò da terra, guidandola a un passo dalla propria bocca: voleva morderle il cuore e berne il rosso nettare. La serenità di suo padre tornò ad accecarlo. Batté le palpebre: «Sono stato via per una settimana: perché non ne hai approfittato?»
     «Non posso—»
     «Non puoi andartene, ho capito!» si sedette sul letto, stringendo la testa tra le mani. Chiuse gli occhi e udì i passetti della bambina sul pavimento freddo e liscio. «Non toccarmi.»
     Lei fermò la mano a un soffio dalle corna del principe. «Diventerò la vostra sposa, dovrò abituarmi a toccarvi.»
     «Perché hai orchestrato questa follia!?»
     La bambina si irrigidì, ma si accorse presto che il principe non parlava con lei. Lo vide stringere i pugni, fissare un punto nel pavimento.
     «Padre, perché mi hai costretto a questo supplizio?» ululò lui, e afferrò un mobiletto per scagliarlo contro la parete. «Perché donarmi la spada, padre mio, se ciò che avevi in mente per me era questo!?» vibrante di rabbia, indicò la bambina. La osservò, respirando e meditando, studiandone le fattezze. «Siete tutte così, voi femmine di umano?»
     «Così come, mio signore?»
     «Pallide. Docili.»
     «Pallide? Forse. Docili? No. Mio padre ha sempre detto che possiedo un certo temperamento.»
     Glaj la spiò di sottecchi, indispettito dal modo in cui quei lucenti capelli dorati riflettevano ogni fascio di tramonto che trafilava dalla finestra. «Perché gli umani pensano che offrire una bambina al principe dei demoni serva a stipulare una tregua?»
     «Non sono una bambina normale, mio signore. E presto crescerò. Noi diventiamo adulti molto in fretta, secondo i vostri criteri. Domani, mio signore, potrei essere una donna meritevole del vostro sguardo.»
     «Ti hanno addestrata nell’arte della parola, vedo. Andresti bene come sposa per uno di quei consiglieri, non per me,» sospirò, massaggiandosi la testa. «Hai almeno un nome? Chi sei?»
     «Sono Lenilla, primogenita della famiglia imperiale ed erede al trono del glorioso dominio degli uomini. E voi siete il principe Glaj, primogenito e presto re dell’intera popolazione demoniaca. Il nostro legame unirà le nostre due razze per sempre.»
     «Ci sarà guerra e solo guerra, tra noi.»
     «Se la pensate così, allora disonorate la memoria di vostro padre e continuate la vostra stupida guerra uccidendomi.»
     Il principe ebbe la sensazione d’esser stato trafitto da una lancia: «Che ne sai tu di onore? Dovresti stare ancora appesa al seno di tua madre!»
     Lenilla gli diede le spalle, si tolse lo scialle e lo adagiò su uno sgabello. Senza dire una parola, camminò rasente alle pareti sino a raggiungere il letto e si sdraiò dove di norma Glaj era abituato a trovare le voluttuose adepte che amavano addomesticare le fiamme del vulcano.
     «Buonanotte, mio signore e futuro sposo.»

Serie: Il fuoco e la neve


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Discussioni

  1. “Docili? No. Mio padre ha sempre detto che possiedo un certo temperamento.»”
    in effetti, ce ne siamo accorti 🙂
    Bello come la “cucciola d’umano” tiene testa all’irascibile principe – pardon, ora re – dei demoni.

    1. ok, il commento qua sopra l’ho fatto quando sono arrivato a quel punto. Proseguendo a leggere, ribadisco e sottoscrivo. Lenilla ha carattere da vendere, e sono sicuro che saprà prendere toro per le corna. Anzi, il demone! 🙂