Il fuoco e la neve

Serie: Il fuoco e la neve


Glaj si svegliò sudato e nervoso, disturbato dalla figura distorta di suo padre che lo aveva ingiuriato per tutta la notte in incubi e sogni tormentati. Lui aveva reagito insultando a sua volta il vecchio re, mentre la figura insanguinata e smembrata della regina emergeva da un fiume di corpi di altri demoni.
     Uscì di corsa dalla propria camera e non si voltò neppure per sincerarsi se la creatura umana fosse ancora lì, o se si fosse sciolta come neve accanto al fuoco. Chiuse la porta e notò con la coda dell’occhio una sagoma familiare.
     «Generale Udevarb, che ci fate fuori dalla mia camera?»
     «Niente formalità tra noi, amico,» ribatté il militare, «le tue guardie mi hanno fatto passare, e così ho deciso di venirti a svegliare come ai vecchi tempi.»
     Il principe non riuscì a decifrare l’espressione di colui che sempre l’aveva chiamato amico e che poche volte aveva dimostrato di esserlo. «Le cose sono cambiate, Udevarb.»
     «Certo. Il nostro folle re è morto, e ora che tu sarai incoronato potremo di nuovo tornare ad assediare le città degli uomini,» il generale sollevò di poco il braccio e indicò la via, pretendendo con un mite sorriso che l’altro seguisse. «Seppur tu abbia fretta di sigillare la porta della tua camera, io so chi dorme nel tuo letto. L’idea di tuo padre è abominevole.»
     «Lo è.»
     «Ma come ho già detto, il folle re è morto.»
     Glaj serrò la mascella.
     «Cosa, mio futuro re? Ho forse torto nel definirlo tale?»
     «Colui che tu insisti nel calunniare pubblicamente e in privato è lo stesso che ha vinto le battaglie che oggi ci rendono liberi e non più relegati nelle città carcere degli uomini.»
     «Sì, ed è proprio per questo che fatico a comprendere la sua scelta di piegarsi alla pace orchestrando matrimoni tra un demone e un’umana.»
     Lui non rispose, aveva già troppo caos nella testa per reagire con efficacia ai subdoli attacchi del generale. Lasciò che la discussione cadesse, che il serio compagno d’armi trovasse altro di cui parlare. Ma non sembrava intenzionato a farlo: «Se la sposerai davvero, Glaj, potrai rendere onore alla memoria di tuo padre, ma allo stesso tempo sfruttare il tuo nuovo legame per sferrare l’attacco decisivo ai danni dell’umanità.»
     «E come?» il principe si fermò e sbirciò fuori dalla finestra: una scelta errata e tutto ciò che amava avrebbe potuto farsi cenere.
     «Possiamo usare la bambina per farci invitare a corte, Glaj, mentre nascondiamo la nostra armata a un passo dalla capitale degli uomini.»
     «Ci penserò.»
     Udevarb poggiò una mano sulla spalla del principe. «Pensaci, mio futuro re. Sii un sovrano migliore di tuo padre. E tieni la bambina al sicuro: molti riconoscono il suo valore come merce di scambio, qualcuno oltre noi potrebbe pensare di usarla per i propri fini.»
     «Ad esempio chi?» Glaj scostò la mano del generale dalla propria spalla, distanziandosi di un passo. «Io ho qualche sospetto.»
     «Buon per te, mio futuro re, significa che sai già da chi guardarti le spalle.»

Lenilla sedeva su uno sgabello che il principe Glaj aveva fatto esplicitamente costruire da mastri falegnami: non gradiva che la bimba sedesse sempre sul letto, e lei aveva subito interpretato quel gesto come un modo del timido demone di conciliarsi.
     Ogni giorno lei lo osservava, chiedendosi se fosse davvero così riservato o se la sua fosse solo una forma di stoico militarismo che si imponeva per abitudine. Mentre si pettinava i fili dorati, piegò di lato il capo e lesse sconforto sul volto buio del principe.
     «È successo qualcosa, mio signore?»
     Lui la sogguardò da sopra le spalle e poi negò col capo.
     «Non fa bene mentire, né a se stessi né alla propria promessa.»
     «Non sei la mia promessa! Non sei nulla!» sbottò e afferrò la sedia con l’intento di scagliarla contro la parete.
     Lenilla lo osservò riadagiarla con cura sul pavimento. «È da qualche giorno che siete pensieroso. So che il consiglio di guerra vi convoca spesso, so che il generale Udevarb è spesso presente, e so—»
     «Non nominare quel demone, mai più!» Glaj scattò e agguantò la creaturina per i polsi. La scagliò sul letto e ringhiò, coi capelli rossicci come il cuore di un albero a far da specchio per le corna nere, vive di energia.
     Lenilla non poté evitare di raggomitolarsi e tremare, fissando il demonio e lavando dal volto il sorriso con lacrime amare. «Smettila, ti prego,» singhiozzò, coi denti a battere e scandire le sillabe. «Mi fai paura.»
     «Perché è nella mia natura terrorizzare la tua razza! Sono qualcosa che dovresti aborrire e odiare, non corteggiare nella speranza di una folle unione! Folli, voi tutti!»
     «Tuo padre non—»
     «Non ti azzardare, umana!»
     Servì poco più di una spinta, un soffio di coraggio, e Lenilla riuscì a balzare dalla coperte e dimenticarsi di tremare, di aver paura per la propria vita. Lo abbracciò, lo strinse alla vita e si arrampicò tra le sue braccia. Glaj dovette sostenerla, il proprio broncio riflesso su quella pelle d’argento.
     «Da domani vivrai altrove.» Mormorò il principe.
     «Che significa?»
     «Forse mio padre era veramente un pazzo…»
     Lenilla lottò per restare aggrappata, ma lui la allontanò senza troppo sforzo.
     «Tuo padre non era pazzo, Glaj, come non lo è il mio.»
     Lui si avviò alla porta e la spalancò: «Guardie! Scortate l’umana nella sua nuova dimora!»
     Lenilla strillò e lottò, allungò le sue piccole mani verso chi, sprezzante della sua disperazione, voleva obbligarla alla solitudine.

Un pugno batté con forza contro la porta della muta camera. Prima che Glaj potesse rendersi presentabile, una guardia irruppe, annaspando in cerca di aria.
     «Principe Glaj!» tossì il soldato, mentre stringeva una mano al fianco, «il convoglio che scortava l’umana è stato attaccato!»
     «Sei ferito?» ribatté lui, scostando la tenda per far entrare luce. «Hai detto attaccato?» realizzò cosa significasse e portò le mani ai capelli. «Chi è stato!?»
     «Non voglio azzardare ipotesi, ma—»
     «Io lo ammazzo!»
     Glaj non ebbe bisogno di conferme. Nella sua mente vide l’intera scena dell’agguato nel bosco, i dardi magici saettare dalle dita degli stregoni, le spade e le insegne vermiglie deturpare la purezza della foresta in cui lui aveva confinato la bambina. Aveva commesso un errore fatale: dare a chi lo aveva sempre chiamato amico una seconda possibilità.
     Montò in sella al mastino infernale più veloce e robusto dell’intera stalla, brandendo già la propria spada e puntando senza indugio verso il luogo dell’assalto. Scoprì che chi aveva commesso il crimine non aveva avuto fretta di lasciare il sentiero e nascondersi: invece stava lì immobile, tronfio come ogni volta che aveva insultato il re defunto davanti al consiglio, il trofeo stretto tra le braccia mentre le fiamme della battaglia ancorava bruciavano e mordevano alberi e terra.
     «Udevarb, lascia andare l’umana!» Glaj smontò dal mastino.
     «Perché dovrei? Per una cosiddetta pace in cui noi demoni veniamo confinati di nuovo in città prigione? La tua intera stirpe è folle, Glaj, avete il vezzo di piegarvi agli umani!»
     «Il tempo delle guerre è finito, Udevarb.»
     «Pochi giorni con questa cosetta tra le mani e già sei pronto a uccidere un tuo fratello per lei!»
     Il generale lanciò via Lenilla e lei sbatté contro il tronco di un albero. Mentre il dolore sgusciava via dalle sue labbra secche, la spada di Glaj tagliò l’aria e minacciò il generale.
     «È stato quando ho insultato tuo padre che hai capito di essere un vile traditore come lui?» rise, brandendo la propria lama.
     «È stato quando lo hai insultato che ho capito quanto l’ho amato, e quanto ho sfruttato la scusa della guerra pur di evitare la realtà.»
     «Perirai, e assieme a te il seme della vostra pazzia!»
     Il generale caricò e la punta della spada, guidata dall’esperienza, indovinò una falla nella difesa di Glaj. Ferito alla spalla, il reale strinse i denti e si piegò sulle gambe: la sua spada affondò sino all’elsa. «Il tempo della guerra è finito, Udevarb, è finito il tempo dei generali e dei condottieri. Sorgerà un nuovo sole, un sole che illuminerà pazzi e folli e traditori.» Estrasse la lama dal corpo del generale e spinse la salma con un calcio. L’altra mano la volse alla propria destra e aspettò, ma solo un istante, perché le piccole dita di chi aveva sempre creduto in lui non tardarono a stringerla.
     «Vai a dormire, mio futuro marito. Sogna tuo padre, sogna tua madre, e non vergognarti di ciò che sei: loro sono fieri di te, come lo sarà il tuo popolo.» Si avvicinò e gli baciò il palmo della mano. «Dormi, perché domani, quando ti sveglierai, io sarò donna e tu sarai re.»

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Discussioni

  1. Non era facile riuscire a condensare in pochi episodi una trama così complessa, fatta si equilibri, rapporti generazionali, tradimenti, lotta e anche attrazione. Se la storia non è risultata un lungo spiegone è solo merito do un prosa fluida e Ricca si tinte. Alla prossima Giovanni!

  2. Bella, bella davvero. In soli tre episodi hai costruito un arco narrativo tutt’altro che banale. Complimenti!
    Ribadisco il mio pensiero sul tuo uso sapiente dei vocaboli giusti al posto giusto oltre che di figure retoriche ben dosate.
    E la storia, l’idea, davvero originale. Bella serie!

  3. Ciao Giovanni, anche a me il racconto è piaciuto molto. Non è un fotogramma quello che racchiudi qui, ma un’intera epopea. Mi hai dato parecchio materiale sul quale far volare la fantasia e, personalmente, amerei un seguito