Il giorno dei lunghi coltelli

Serie: Hotel Zen


    Mi vedo come un ibrido tra un fantasma e un pezzo di carne.

    Ignoro per quanto tempo sono rimasto fuori uso: due settimane, due mesi, sei? Mi giro e mi rigiro sul letto ortopedico, ho i crampi allo stomaco.

    Vedo due poliziotti in piedi, entrambi in divisa. “Cerchi di ricordare, signor Bizzaglia, sarebbe il caso di capire l’esatta dinamica dell’incidente.”

    “C-cosa?” faccio io, stordito.

    “Ne abbiamo parlato due ore fa, signor Bizzaglia. La dinamica del suo incidente all’hotel Zen. Com’è andata, ricorda?”

    Mi sta già salendo il panico, ansie improvvise che variano. Ma che, mi hanno scoperto? Stanno sospettando di me?

    Il poliziotto torna a rivolgersi con un tono affabile: “Stia tranquillo signor Bizzaglia, questo non è un processo. Vogliamo solo sapere come ha fatto un carrello di due metri a finirle addosso.”

    Proprio in quel momento, dal fondo della stanza, sopraggiunge un signore ben vestito, di terza età e con un elegante doppiopetto blu. Si avvicina al mio letto, mi fa un occhiolino, infine si rivolge ai due poliziotti, allungando una mano come per presentarsi.

    “Buongiorno. Goffredi. Lei è l’ispettore capo Tondelli, vero? Ci siamo sentiti al telefono: sono l’avvocato del ragazzo. Sono venuto qui con i suoi genitori, devo chiedere a voi per poterli far entrare?”

    Dopo aver ricevuto l’assenso, i miei genitori entrano nella stanza, e i due poliziotti ci lasciano un momento da soli. Mia madre, dopo avermi dato un bacio sulla testa, piange e mi dice: “Tesoro, come stai? Ma che hai fatto?”

    “Calmati Margherita”, fa mio padre, poi si rivolge a me: “Parliamo di cose serie, a papà: qua abbiamo chiamato l’avvocato! Ci sono dei soldi da accattare, tipo 300.000 euro! Stallo a sentire! Fai tutto quello che ti dice, dagli del Voi come se stessi parlando con Gesù.”

    Mi concentro sull’avvocato. “Voi…”

    Il dottor Goffredi prende la parola: “Ragazzo, allora, quello che devi fare è solo rispondere a qualche domanda che ti farò. Posso cominciare?”

    Guardo mio padre che mi fa di sì con la testa. Annuisco all’avvocato.

    “Davide”, dice lui.

    “Stefano.”

    “Stefano sì”, l’avvocato prende in mano delle carte e una penna. “Stefano, puoi dirmi con esattezza cosa è successo? Qualsiasi cosa…”

    “Beh…”, faccio io: “stavo portando il carrello in lavanderia… ho sentito un calo di pressione, ho visto dei puntini gialli, stavo cadendo così mi sono appoggiato al carrello…”

    “… e se lo è trascinato addosso!” conclude mio padre. “Perché lo fanno lavorare come uno schiavo, gli spaccano la schiena!”

    Mia madre, lei piange: “Poverino!”

    “Perfetto Stefano”, replica l’avvocato, unendo le dita. “Vedo che sei sotto shock psico-emotivo. È normale, caro, è normale, ci vorranno mesi e mesi per una completa guarigione, d’una totale riabilitazione… consideri che stiamo per intentare una causa alla sua Cooperativa. La governante del suo hotel, mi pare si chiami Gabriela Ruu…”, l’avvocato consulta dei fogliettini: “Vabbè, in ogni caso: è già stata licenziata dalla sua cooperativa.”

    Sorrido: “Sul serio?”

    “La cooperativa l’ha liquidata prima di subito, senza passare dal via”, m’informa l’avvocato: “e tra le altre cose dovrà pagare per molti danni, per gli orari estenuanti, la fatica e la totale mancanza di welfare che ha causato questo. Devo ricordarle che sono già riuscito a farle ottenere una prognosi riservata di quattro mesi, Stefano. Non vinceremo la causa immediatamente, ma la vinceremo! Le dico solo, signorino Bizzaglia, che è diventata addirittura una questione politica: il segretario del Partito ha messo gli occhi su di lei, in un’intervista a Live non è la D’Urso lei è stato addirittura definito un EROE ITALIANO! Le posso assicurare che questa causa non cadrà in prescrizione come altre. Al fine di ciò, occorre che tu ti metta questo. Ho già parlato con la dottoressa, è tutto a posto. Tu hai due vertebre schiacciate, Stefano. E anche diverse commozioni cerebrali, è da sciocchi scherzare con la testa!”

    L’avvocato tira fuori un collare ortopedico dalla valigetta.

    Dopo averlo slacciato, con l’aiuto di mio padre me lo mette addosso. Ci mettono tre minuti a mettermelo, sembrano impediti.

    Mia madre mi tiene la testa in avanti, tirandomi i capelli mentre l’avvocato mi fa girare il collare. “Avvocato, ecco, lo faccia girare qui!”

    “C’è lo strappo da qualche parte, signor Bizzaglia. Lo abbiamo messo al contrario.”

    “Riproviamo così, avvocato.”

    I due mi afferrano la testa con forza e me la girano da tutte le parti con violenza, soprattutto mio padre, mentre io guardo mia madre che continua a farmi foto con il cellulare. Dopo avermi allacciato il collare, l’avvocato Goffredi prosegue: “le conseguenze per i suoi referenti potrebbero essere peggiori, Stefano. Lei potrebbe addirittura far fallire la cooperativa! Da quello che ho capito è appurato che anche gli altri colleghi si sentano a disagio, in quel luogo. Dopo il tuo incidente, tutti hanno cantato. Diversi polacchi, indiani, africani, filippini hanno sostenuto che…”

    Guardo i miei genitori, mi scendono un po’ di lacrime perché finalmente credo di averli resi fieri di me. Mi addormento di nuovo.

    Rinvengo dal sonno a notte fonda.

    Fuori da queste vetrate, le palme sono frustate dal vento, prendono colpi dalla pioggia che scende come una gragnuola di bombe carta. La mia frustrazione si attenua quando riprendo il cellulare. Allungo mezzo braccio e lo accendo subito.

    Trovo decine di messaggi di stima e solidarietà, tutti da parte di illustri sconosciuti. Ignoro il perché, ma scopro che addirittura il Segretario del Partito ha iniziato a seguirmi, lasciando un messaggio: “Forza Stefano, ce la farai! Tu sei un grande ITALIANO, un esempio di umanità!”

    Mi chiedo se sia lui o un suo alias, fatto sta che questa constatazione mi suscita delle domande: come ho fatto a diventare una star del web? Come ho fatto ad ottenere mille followers? Credevo d’esser diventato un animale generico senza speranze, il classico cazzone romano che avrebbe dovuto portare la croce al contrario per tutta la vita. Scorro i messaggi sul display, leggo le storie di tutte queste persone, umanità fatte di parole e pixel, una rete sociale così ampia intorno a me, che credevo di essere una landa carbonizzata e priva di ossigeno, un sistema isolato dentro i petali di Roma.

    Sono tutti in pena per le mie condizioni ed io vorrei rispondere a ogni persona per rassicurarla, ma i messaggi sono troppi ed io vado in cortocircuito, così mi concentro solo sulle chat private, di amici e conoscenti. Trovo le lettere di Giulia.

    Migliaia di messaggi di Giulia, sillabe di seta che urtano il mio fragile muro maschile. Lei ha espresso diversi pensieri, tutti rivolti al sottoscritto. So’ già che non ha filtri nella comunicazione, quindi mi metto comodo, stendo bene la schiena sul letto ortopedico e aggiusto il monitor nella mia direzione per avere luce.

    L’incipit è la certificazione che è lei e nessun’altra:

    “Cazzo Stefano,

    odio Dio perché finora mi ha dato una vita di merda, solo tristezza e cose andate in modo disgraziato (mio fratello Touch, principalmente).

    In realtà scriverti è inutile, perché tutto quello di cui sento il bisogno di parlarti te lo dico al volo, mi viene naturale! Comunque, sappi che a volte sono difficile da capire e perciò anche da gestire. Sappi che se ti escludo dai miei silenzi è perché quei silenzi sono spesso un tipo di “malessere interno”, ingestibili anche per me, quindi evito che anche tu entri in quel dolore. Avevi ragione tu, alla fine sono diventata una solipsista esistenzialista, anche se ignoro che cazzo significhi.

    Ho fatto la solipsista per incompatibilità di spirito con la maggioranza delle persone, ma alla fine avevo il tuo stesso Dna, e questo mi bastava, l’ho capito solo quando ho visto quel triste giaciglio elettronico pieno di fili elettrici e monitor, dove tu dormivi con un’espressione da zombi ed eravamo entrambi presi malissimo. Dopo il tuo incidente allo ZEN ***** LUXURY sono stata depressa per un po’, ho sofferto della sindrome della capanna, barricandomi nella mia abitazione (dei miei, in realtà). Diverse sindromi di Stoccolma, specie nei confronti di mio fratello: nel profondo, quel ragazzo era davvero buono, e il modo in cui è stato ammazzato mi ha disgustata. Avevo perso fiducia nel genere umano.

    Ripenso ai giorni appresso al funerale di Touch, ero a pezzi ma ho trovato te!

    E ripenso a quei due giorni passati insieme in questa casa, come a una sfumatura di un sogno piuttosto che come un’esperienza reale. Il pezzo di sogno che mi è rimasto sei tu, il tuo corpo pieno di cavi, fili e monitor, ma guardati!

    Ho bisogno di tempo per adeguarmi a questa nuova vita che è diversa da quella precedente e sappi che sei una cosa bella, la migliore che potesse capitarmi in questi giorni d’inferno. Ora pensa solo a rimetterti in sesto all’ospedale e stai sereno: LA RAGAZZA CE L’HAI! 😉 see you soon, Stefano Bizzaglia! ghghghhghglh 😉 😉 😉 😉 😉 XOXOXOXO”

    I miei muscoli sono paralizzati e la mente è contorta, svuotata, divisa in scaglie e frammenti d’inquietudine. Sono vicino alle nuvole. La mia è un’osservazione circolare, come una foto in 3D.

    Serie: Hotel Zen


      Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa

      Letture correlate

      Discussioni

      1. Eccomi giunta alla fine di questa non-stop all’Hotel Zen. Che dire che non sia già stato detto? Questa serie mi ha fatto ridere molto e messo addosso altrettanta malinconia. Sono felice che alla fine per Stefano sia giunto il momento per una sorta di riscatto, amarissimo anche questo. Ma, in fondo, non è così che va la vita? Un grande abbraccio ed un grazie per avermi tenuto compagnia con la tua storia, spero di tornare a leggerti presto qui su Edizioni Open 😀

      2. Ci sono dei gran bei personaggi, ritmo rapido, si legge d’un fiato e mi ha fatto pensare a Che la festa cominci, il grottesco di Ammaniti, personaggi inverosimili -ma non più di tanto- che si accartocciano da soli, come questi, particolarissimi. Anche realistici, siamo tutti un po’ grotteschi nella vita. Insomma, piaciuto.

        1. “Che la festa cominici” rientra nella mia top 10 di romanzi italiani preferiti, in quanto segna il ritorno di quel primo Ammaniti scanzonato, ironico e un po’ romano che si era visto in “Fango” e “Branchie”, due libri che mi hanno formato. Grazie B!

      3. Ciao David, era quello che volevo: un riscatto per il protagonista, avvenuto sul piano sociale, affettivo, mediatico e forse anche economico (dico forse, perché questo avvocato azzeccagarbugli mi ricorda quello di interpretato da Sordi in Troppo Forte). Nello spirito di questa Serie non c’è il trionfalismo, quindi non mi aspettavo un lieto fine fatto di sorrisi e abbracci. Bene il licenziamento di Gabriela: in quanto antagonista della vicenda hai fatto bene a chiudere un nodo narrativo sfilandole lo strumento a lei più caro: il suo ruolo manageriale, attraverso il quale alimentava un sistema deformante e frustrante. Spero ci sarà una seconda stagione e comunque aspetto altri tuoi scritti!

        1. Hai proprio azzeccato, per il cameo dell’avvocato mi sono ispirato al personaggio del bel film di Carlo Verdone, di cui sono un fan innato… questo sito è stato un bel banco di prova per me, mi ha aiutato a scrivere meglio (il limite di battute è visto da me come un incentivo per esaltare l’incisività della trama, mentre da solo mi sarei perso in bivi e digressioni, spesso non utili a una storia)… mi piacerebbe andare avanti nella comunità, magari con una serie totalmente diversa, ma per scrivere ho bisogno di leggere, mi sono preso una parentesi di lettura, anche su Open… ci aggiorniamo presto, ti batto un gomito cameratesco!

      4. Cmplimenti Giulio, un brano notevole, a partire dall citaizone nel titolo che fa dei tuoi brani un marchio di fabbrica. Ironico ma amaro, uno specchio crudele e cinico della nostra società e della percezione di cosa è veramente importante, che però fa anche ridere per le disgrazie del povero protagonista. Una critica che mi ha ricordato da vicino quella di Paolo Villaggio col suo mitico Ugo Fantozzi

        1. Grazie A, sono David, cmq hai individuato il mio tema… vero su Fantozzi, il suo stile ironico\ misantropico fa parte del mio imprinting. Purtroppo, forse sbaglio, a parte la serie Boris non ho visto più niente di simile in Italia

        1. Grazie K., pensa che ho un vecchissimo racconto che si chiama Kenji-Club, in onore a guerra stellari, l’episodio mi pare 7, in cui han solo ha un debito con il kenjiclub 😉