Il giorno del Signore



Giusto la mattina della domenica, di ogni domenica, è doveroso precisare, la dimora si fa silente. È muta: dalla stanza più nobile e magnifica, alla più sudicia della servitù. E non v’è luogo, inutile cercarlo, dove si possa udire anche un minimo suono. Fuori, gli alberi si azzuffano, provocati dal vento che come un bimbo dispettoso stira loro i rami affinché s’intreccino. Le poche foglie, ricordo della bella stagione, sono ora rossicce, talune castane, rare quelle ancora rigogliose. Queste ultime, sapendosi graziose, aspettano che il sole del mattino le illumini per farne risaltare la brillantezza. Ma il tempo scorre, le nubi accorrono e ogni smeraldino capriccio infine appassisce. Il cielo intona un requiem, piangono gli angeli: i rami secchi, rivolti alla tempesta, tremano al pensiero del gelo che li attende.
     Il giorno adesso è corto, striminzito, e non vi è tempo per nulla se non poche faccende domestiche. La spaziosa villa vanta stanze e anfratti inutilizzati che tengono la servitù ben impegnata. Povere le donne che devono uscire per sciacquare i panni; ancor più sfortunate coloro costrette a vuotare i pitali dei ricchi padroni e zampettare sino alle campagne, dove la neve rosicchia le caviglie.
     «Domani è il giorno,» cinguetta la giovane serva. È pettegola, lo sanno tutte, ma ciò che le esce dalla bocca incanta sempre le ascoltatrici.
     «Cosa vai dicendo? Di che giorno si tratta?» le domandano.
     «Domenica. Giorno del Signore e momento, per noi tutte, di tornare alle nostre case e goderci un’intera giornata di riposo.»
     «Per quale motivo ci lasciano tornare in paese, poi? Durante la settimana dormiamo in villa e la domenica no? Valli a capire questi nobili!»
     «Già, valli a capire. Ma che importa? Possiamo andare a messa e poi starcene con la famiglia: cosa volete di meglio?» ride la servetta. Sbatte lo spolverino e sbuffa. «La domenica ci vogliono lontane dalla villa? Nessun problema. E hai detto bene: chi tra noi potrà mai capire questi nobili? Nessuna. Me li immagino, dopo la messa: faranno comunella tra potenti, sparlando del re e ridendo della bruttezza della principessa e il suo promesso.»
     «Disgraziata, parla piano! Se ti sentissero…» una donna le tappa la bocca. Si guarda attorno e capisce da sé che mai nessun nobile scenderà laggiù ad ascoltarle spettegolare.

La villa è muta, proprio come lo è stata ogni singola domenica da settimane a questa parte. Il portone però si apre. Volteggiano petali bianchi: nevischio candido che accompagna l’ingresso della nobildonna. Avanza, con la schiena dritta, lo sguardo fiero che punta dritto sul focolare al centro della stanza.
     «Vostra Grazia, ben tornata.»
     Da una porta a lato sbuca un singolo servo. La marchesa lo guarda con un filo di sdegno; si reca al suo cospetto e lui s’inchina, incapace di resistere ai suoi occhi cerulei.
     «Sei l’ultimo rimasto? Non sei andato alla santa messa?» domanda, con la pretesa di una risposta veloce.
     «Sono rimasto come avete chiesto voi, marchesa.»
     «L’ho chiesto io, dici?» sfila il velo dal capo e il fuoco avvampa attorno al suo viso. L’ardente intreccio di seta le ricopre le spalle, le carezza il petto; qualche boccolo si addentra nella scollatura dell’abito, curioso delle sue meraviglie. La marchesa, accortasi dello sguardo vispo del servo, lo ammonisce con un’occhiata torva.
     «Mi perdoni, Vostra Grazia, non volevo,» lui balbetta e fa un passo indietro. La legna scoppietta nel focolare: una lingua frastagliata si erge e come un lampo colora la sala. Quand’è estinta, la marchesa, con la mano, ne rinnova l’ardore, ma sul volto del servo.
     «Scellerata bestia,» digrigna i denti e lo punisce ancora. «Ti piacerebbe bearti delle mie carni, viscido animale che non sei altro! Abbi la forza di guardarmi negli occhi, di fissare la tua signora e di ammettere di volerne violare il corpo immacolato.»
     «Marchesa, io temo di…»
     «Dillo! Te lo ordino. Dì che vorresti che questa donna, il cui solo volto accende in cani come te l’istinto ferale, ti comandasse di saziare un appetito che lauti banchetti non possono! Dì che accetteresti che io, la tua padrona, ti usassi per peccare davanti agli occhi del Signore!»
     Il servo freme di sentimenti ignoti. Lungo la schiena si arrampica la serpe maligna e infida, intreccia le sue spire al petto e si prepara ad addentarne il cuore. Davanti all’evidente impossibilità di resistere alla donna, fa un passo indietro. Ma la marchesa insiste, ormai spogliatasi d’ogni abito; ai suoi piedi giacciono le vesti dai colori sgargianti, ammonticchiate senz’ordine.
     «E ora guardami negli occhi e dillo: “Vorrei che voi facciate di me ciò che desiderate, marchesa”.» Le labbra di lei si muovono per fiatare. Il servo ne carpisce gli intenti non dalle parole, ma dal volto rosso. Straziato dalla lotta contro le proprie viscere, avanza e in un sol gesto le afferra i seni, ne bacia senza ritegno le forme morbide. La marchesa getta il capo all’indietro e i riccioli roventi accendono il suo desiderio; le addenta il nocciolo duro di piacere sul petto ansante. Lei rinsavisce e lo spinge via. Lo schiaffeggia e lui inciampa.
     «Mi dispiace…» biascica il servo, ai suoi piedi.
     «Farai come ti dico, senza più azzardarti a prendere iniziative! Frena le tue pulsioni e obbediscimi.» La marchesa poggia il piede nudo sulla sua guancia. L’uomo ha gli occhi fissi sulla nobile. Dal basso ne segue le gambe, le cosce formose che s’incrociano al rossiccio prato incolto, umido di rugiada. «Scortami in camera da letto.»
     «Agli ordini, Vostra Grazia.»

La porta si chiude. Due lanterne accese ai margini della camera. Il letto sa bene d’esser palcoscenico e attende solo che gli attori vadano in scena. I respiri crescono, l’invisibile folla acclama.
     «Striscia, verme. Queste profumate stoffe non sono fatte per te.» La marchesa confina il servo al pavimento, mentre avvolge le pallide natiche tra le lisce e gelide coperte del letto. «Leccalo.»
     Lui conduce il piede della marchesa a sé, con entrambe le mani. Una lo sorregge per la pianta e l’altra ne carezza le parti. Dalla caviglia discende lungo il dorso e lo avvicina al proprio volto: ne assaggia il sapore. Lo poggia poi sulla guancia e la marchesa si morde le labbra, tacendo il desiderio di implorarlo di darle altra gioia.
     «Ne ho abbastanza!» protesta d’un tratto. Il servo, temendo d’averla offesa con la curiosità della propria lingua, si mette in piedi. La guarda: le gambe accavallate e i seni baciati dalla luna. Un pennello, tra le mani dell’artista della notte, avvalora ogni dettaglio del corpo giovane della marchesa.
     «Sdraiati a letto, animale, mettiti supino.»
     La ascolta, senza fiatare.
     «Porta le braccia bene in alto e distendi le gambe.»
     Obbedisce ancora. In un attimo, tutto è buio. La marchesa gli annoda una benda attorno al capo, privandolo della vista. Ma non del tatto: le mani e i piedi gli vengono legati al legno intarsiato del letto, con stretti nodi.
     «Aspetta, forse è il caso di fermarci,» l’uomo si fa serio. Il tono di voce ne tradisce i sentimenti: ha paura. «Era deciso che fosse solo un gioco, il nostro. Cosa stai facendo?»
     «Un gioco?» la marchesa si adagia su di lui. I loro corpi aderiscono, la pelle strofina e il fremere della donna presagisce l’imminente tempesta.
     «Fermati, scellerata, è il tuo signore che te lo ordina!»
     «No, duca, oggi non siete voi il signore. Oggi sono io a dettar legge, la marchesa, come mi avete chiamata la prima notte. Che sia stato per capriccio, per noia o persino per gioco, non è importante. Continuate a recitare la parte del servo, mio signore: vi si addice grandemente.»
     «Ti farò impiccare!»
     «Non lo farete,» ride la donna. Il duca si dibatte. Lei, accovacciata sull’uomo, cerca con le mani lo scettro che la renderà nobile. «Vi darò un bambino, duca, l’erede che avete sempre sognato e che nessuna ha potuto darvi. Tacete al mondo le mie origini, tacetele persino al Re! Amatemi e lasciate che viva la mia vita al vostro fianco.»
     La di lui carne è costretta ad affondare nel ventre della serva, colei che lo ha ingabbiato nel perverso gioco di piaceri. Pochi gemiti, giusto due singhiozzi. Lacrime di dolore che presto diventano gaudio.

L’indomani, le serve che si occupano di pulire la camera da letto del duca rimangono sorprese: gocce rosse incrinano la purezza del niveo lenzuolo. Nel guardarsi attorno, l’assenza di Eadgyth muove in loro il dubbio tagliente.



Pubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Marta Borroni

    Uno stile in cui ti sento incredibilmente a tuo agio e in cui, a mio avviso, dai il tuo meglio, una potenza di immagine che incatena nella lettura, si diventa servi della tua storia, con il piacere di avere la libertà di poterla rileggere quando si vuole. BRAVO BRAVO BRAVO!

  2. Tiziano Pitisci

    Beh, magistrale, come sempre. Trama sofisticata e prosa avvolgente. Hai tutta la mia ammirazione, bravissimo Giovanni! Devo dire che sull’erotico mi sembri abbastanza a tuo agio. La frase che più mi ha colpito: “I respiri crescono, l’invisibile folla acclama”.