La lettera

Serie: Il grande passo

Una cosa che da sempre avrei voluto dirti: t’amo.

Non per gioco, non per scherzo. T’amo veramente, e proprio assai.

Mi piaci, tanto tanto tanto. Quando ti vedo, quando siamo insieme, mi piace un sacco. Mi sento bene, sono felice senza motivo. Quando mi sorridi mi sciolgo.

Non è sempre stato così, però è da un po’ – un bel po’ – che provo certe cose, e non posso più tirarmi indietro. Lo so che sembra strano, che è qualcosa che non può funzionare, che magari per te non è così e non può esserlo, però per correttezza volevo dirtelo, non m’importa del prezzo.

Non potevo più trattenermi.

L’aveva imparata a memoria, quella lettera scritta a caso in un impeto improvviso.

La lettera che teneva tra le mani, così saldamente da stropicciarla. Quanto tempo ci aveva messo per scriverla? Da quanto tempo ciò che sentiva voleva metterlo su carta per poter dire al mondo quanto fosse innamorato?

Forse una lettera è banale, fuori tempo.

E poi se avessi fatto degli errori? Ho esagerato? Accidenti! E se la strappasse dopo il primo rigo? Se mi allontanasse? Se mi prendesse in giro? Tutti lo verrebbero a sapere, e quindi cosa farò dopo?

Quanti dubbi. Da anni, fino a quel singolo momento di verità che non riusciva ad esternare, aveva avuto solo dubbi ed uno struggimento forte, per tutte le volte che erano stati vicini, tra di loro quella fitta barriera fittizia che non permetteva ai sentimenti di essere espressi. L’inconsapevolezza delle proprie emozioni da parte sua.

Da quanto tempo era ormai davanti alla sua porta, con l’obiettivo di bussare, prima o poi, per consegnare finalmente la verità?

Era sicuro che le sue reazioni sarebbero state solo negative e di rifiuto, ma non poteva andare avanti così ancora per molto. Non ne poteva più. Erano sette anni, da quando erano poco più che bambini appena adolescenti, che provava certe cose.

All’inizio sembrava un errore, poi una fase passeggera, e invece, accettando la cosa, era una questione molto seria.

Perché quindi continuare a rimandare? Tanto era un sogno che mai si sarebbe avverato, che non poteva avverarsi; avrebbe solo portato sofferenza, per entrambi. L’unica cosa che poteva fare – che voleva fare – era togliersi parte del peso e, indipendentemente dalle possibili e orrende conseguenze, dire ciò che sentiva. Meglio star male per una delusione che continuare a logorare dall’interno.

Sì, era la cosa migliore, ciò che voleva, ciò che avrebbe fatto assolutamente. Ne era certo.

Eppure più ne era certo e più provava sensazioni altalenanti e sempre più pesanti col passare del tempo, che alternavano momenti di convinzione estrema ad altri di assoluto rinnegamento.

Era così con tutto, da sempre. Paura di fallire, di provare, di andare avanti, di cambiare, indipendentemente dai rimpianti che sarebbero prima o poi certamente arrivati, come un esame tante volte rimandato.

Eppure i tempi erano maturi, lo sentiva. Lo erano per lui, per la società, per tutto.

Doveva farlo ora, sennò quando?

Ne era così sicuro in quel momento che sapeva bene che, se non l’avesse fatto, non avrebbe più avuto la forza di riprovarci in futuro. Era il momento.

Diede un’ultima occhiata alla lettera, ripeté a mente la frase ad effetto che avrebbe detto prima di scappare e prese la foto di loro due insieme, fatta quella volta al parco, per darsi forza poco prima di bussare.

Quanto mi piace, pensò stringendo i denti e tirando dentro le lacrime d’emozione, quanto è bello.

Ripose la foto nella tasca, poi fu pronto.

Per lui era il momento che il suo migliore amico venisse a conoscenza della cosa.

Fece il sospiro più lungo della sua vita, poi alzò il braccio.

Restò con la mano così per almeno un cinque minuti, a rimuginare ancora.

La lettera è la cosa migliore. Una telefonata è troppo distante, un messaggio sul cellulare lo è ancora di più. Parlargli dal vivo però è una cosa troppo forte, che davvero non riuscirei ad immaginarmi.

Spense la testa, e non ci pensò più.

Strinse ancora di più la lettera, quindi bussò ossessivamente, quasi a buttar giù la porta, mentre serrò fortissimo la mandibola contro la mascella, digrignando i denti.

Poi tacque e aspettò.

Dieci secondi, un minuto e così via, senza che nessuno aprisse.

Non c’è nessuno, realizzò quasi sollevato, mentre l’enfasi del momento scompariva a poco a poco e quasi era grato di non aver fatto quella cazzata.

Disorientato e dubbioso sul da farsi, mentre i rimasugli dell’adrenalina lasciavano il suo sangue, iniziò a scendere le scale, per poi incamminarsi sul corso principale.

Dannazione. Non è colpa mia! Non l’ho scelto io di amarti!

E poi, con la lettera lacerata dalla stretta violenta e umidiccia di sudore ancora nella mano, s’imbatté in lui dietro al primo angolo.

«Ehi» lo salutò l’amico sorridendo.

Oddio!

Il ragazzo sospirò lentamente per calmarsi, cercando di nascondere il tremore emotivo che lo stava attraversando. Ripose lentamente la mano nella tasca del pantalone, quella con la lettera stretta tra le dita annichilite.

«Ehi!» rispose sorpreso, con voce tremante.

«Sei passato per casa?» chiese l’altro dandogli una pacca. «Ero sceso un momento per andare in farmacia».

Gli sorrise ancora, con occhi felici, e lui non poté fare a meno di sentirsi bene come sempre quando lo vedeva, quando erano vicini, quando c’era un contatto amicale – purtroppo solo amicale.

Era quello il momento giusto per fare ciò che voleva? C’era gente intorno, ma tanto solo una dannata lettera doveva consegnarli, per Dio!

La strinse nella sua tasca fino a strapparla, così da non potergliela più dare.

Non aveva più scuse.

Sono troppo imbarazzato! Strillò alla sua coscienza per giustificare la sua accidia.

«In realtà sto facendo un servizio per conto di mamma» rispose infine il ragazzo all’amato. «Ci vediamo con gli altri stasera, ok?» concluse prima di scappar via, prima di attender risposta. Si sentiva la testa così calda per l’imbarazzo che era certo che stesse per esplodere.

«Per il tuo regalo di compleanno ci tenevo a dirti che ci sto lavorando. Manca poco, ne sono certo!» chiamò l’altro, mentre lui si allontanava sempre di più.

Ma chi se ne frega del regalo, io voglio te!

Il suo compleanno di qualche giorno fa era stato un disastro totale.

Era convinto che quello sarebbe stato il momento in cui avrebbe dichiarato il suo amore per lui, e invece restò in silenzio, muto come sempre, impedito, frenato e inetto come in ogni cosa.

Simona glielo diceva sempre: “apri gli occhi e trova il coraggio, che la tua vita la stai sprecando”.

Lei sapeva bene quanto lui fosse problematico, impedito nell’agire su qualunque cosa, che fosse stata la richiesta ad un insegnante o un caffè al bar. Non era timidezza, era stupidità.

Lei l’aveva sempre ascoltato e supportato nelle sue volontà. Era l’unica che sapeva della situazione, e malgrado tutto lei l’aveva sempre spronato ad andare avanti, a tentare.

La lettera era stata un’idea presa insieme, e lui aveva fallito la sua missione.

Sapeva che non avrebbe mai più tentato quest’avversa impresa improponibile.

No, mai, non l’avrebbe mai più fatto.

Serie: Il grande passo
  • Episodio 1: La lettera
  • Episodio 2: La cazziata
  • Episodio 3: La sconfitta
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    Commenti

    1. Raffaele Sesti

      Il tema non è certo uno dei più originali, anche se mascherato sotto un amore omosessuale. La storia di un amore non detto, anzi impossibile da dire se non attraverso delle parole scritte su carta che poi non si riesce a consegnare, lo abbiamo già visto. Però hai un modo diretto di raccontarlo che cattura e stimola il lettore ad andare avanti. Forse, ma sia chiaro è solo un’opinione, aumenterei il ritmo del racconto cercando di non perdersi troppo in riflessioni esistenziali. Alla prossima lettura.

      1. Roberto Gargiulo Post author

        Grazie mille per il commento!
        Da poco mi sono iscritto su questa piattaforma, l’obiettivo è di fare un po’ di “palestra” e divertirmi.
        Commenti costruttivi e spronanti come questo mi rendono davvero felice. Sono quello che serve per migliorarmi.
        Quindi grazie ancora per il feedback, terrò a mente i vostri consigli.
        Spero che con l’ultimo episodio di questa piccola avventura riesca a sollevare il ritmo e soprattutto a non cadere nel “già visto”.
        A presto!