Il mestiere divino

Serie: Il viandante e la santa

Murak non dovette bussare. Il portone della chiesa si aprì da sé, spinto da due braccia scarne la cui lucida pelle traspariva da una sottile vestaglia sacerdotale. Drizzò il capo per seguirne le forme e si sorprese di scoprire che la santa Shinis rivaleggiava con la sua altezza. Mai in vita sua aveva potuto tenere lo sguardo ritto mentre parlava con una donna.
     «Siete imponente, eccellenza,» esordì, preoccupandosi di non apparire sarcastico o offensivo. Shinis piegò gli angoli della bocca e rise sottilmente, dando subito idea di aver ricevuto osservazioni molto meno educate.
     Lo prese per il polso, con garbo. «Non stare sulla soglia, viandante: la mia chiesa è aperta a tutti. A differenza degli inquisitori e dei loro preti, io non ho timore di baciare un lebbroso o soccorrere chi, in necessità di aiuto, bussa alla mia porta.»
     «Persino un cultista?» azzardò Murak.
     «Persino un demonio.» La santa sfoggiò una serietà impareggiabile. Di fronte a tanto distacco, ogni guizzo di umorismo che attraversava Murak si estinse. «Ora, viandante, seguimi ai piedi dell’altare dedicato al Guardiano e preghiamo assieme. Discuteremo, certo, ma solo dopo aver pregato.»
     «Perché lo fate?»
     Shinis lo ammonì con lo sguardo. «Cos’ho detto pocanzi?»
     «Parleremo dopo la preghiera.»
     «E così sarà, Murak.»
     Non si sorprese che sapesse il suo nome, si aspettava di venir sbalordito da più che semplici trucchi di divinazione.

Pregarono entrambi in silenzio, con l’incensiere che rilasciava i suoi odori avviluppanti in lente spirali di fumo denso. Murak osservò spesso i rigagnoli profumati scorrere nella stanza, seguendo con gli occhi i fumi che viaggiavano contro corrente e si smarrivano nella cupola scarna e vuota della chiesa. Assi di legno ingobbite sostenevano la struttura, non c’era né bellezza né grazia, e gli fu subito chiaro che a Shinis non importava di ciò che appariva.
     «Hai viaggiato molto. Sei stanco?» domandò lei d’un tratto, spolverando la veste di lino e coprendo di fretta i piedi scalzi.
     La vista di Murak, purtroppo, era veloce e maliziosa. «Cos’avete fatto alla caviglia?»
     Shinis immaginò che fingesse stupore: uno come lui doveva conoscere le pratiche in voga tra i seguaci del Guardiano. Spiandolo di sottecchi, dedusse un’altra cosa: non era come loro umani, non provava empatia e faticava immensamente a dar valore alle piccolezze a cui ogni altro si appigliava con mani e denti. «Vuoi sapere cosa mi è successo?» Shinis si sedette su una panca. Non in prima fila, bensì in seconda, distante dal centro e dove un punto senza finestre creava una confortevole penombra. «Mi va bene cominciare parlando di me, Murak.»
     «Potrò interrompere, se necessario?»
     «Certo. Ma non lo farai.»
     Non lo aveva fatto. Anche se avesse voluto, nessun muscolo del corpo obbediva ai suoi ordini e l’unica cosa di cui era stato capace mentre lei si metteva a nudo, era stato piangere.
     Shinis era originaria di Krannar, prima e unica figlia di un minatore e la sua cagionevole moglie. La donna aveva dato la vita e qualcosa in più per assicurarsi che la sua amata figlia nascesse sana. Il minatore, però, avrebbe voluto altro: un bel maschietto. Crebbe Shinis con riguardo, ma mai con vero amore paterno. Perdeva le giornate in cerca di una nuova donna, della possibilità remota di abbracciare un figlio maschio prima che gli ultimi attimi di virilità morissero nel pianto.
     «Questo non spiega i segni alle caviglie,» esordì Murak, dopo lunghi minuti di riflessione.
     «Mio padre è morto quando avevo sei anni. Sono stata presa tra gli inquisitori proprio nel periodo in cui cominciavano ad ammettere le donne tra le loro fila. Non so dirti se sono stata tra le prime, ma mi è stato chiaro che sono stata la prima spettatrice della malvagità intrinseca che si cela nell’uomo. Detestavano le mie capacità, tutti loro, dai clericali di più bassa lega sino a quelli che siedono sui troni d’oro e diamanti. Sono stata appesa in pubblica piazza, legata e torturata, abusata e maledetta. L’alto consiglio dell’inquisizione non voleva riconoscere le mie peculiarità, la mia così chiara comunione col Guardiano. Allora sono scappata, perché nonostante le abbiano provate tutte pur di piegarmi, nessuno di loro ha mai compiuto il gesto finale.»
     «Temevano la furia del Guardiano,» ipotizzò Murak, massaggiandosi il mento barbuto, «o temevano la tua?»
     «Fa differenza?» rise Shinis, lisciando una chiara ciocca che le finì davanti agli occhi.
     Murak non poteva negare che fosse bella. Ma bella era un aggettivo inadatto, troppo terreno. Shinis trasmetteva divinità e purezza senza pretese di ammirazione: non voleva seguaci, né statue e tantomeno una chiesa di solidi mattoni trasportati dagli schiavi che gli inquisitori rapivano dalle famiglie al confine ovest.
     «Sai, Murak? Credo che il tempo delle inquisitrici stia volgendo al termine. Magari si ripeterà, come ogni cosa, ma per adesso è solo qualcosa che il consiglio dell’inquisizione ha voluto sfruttare per attirare attenzione. L’imperatore è un buono a nulla, e purtroppo non ci sarò quando diverrà una figura di facciata, una bella vetrata che copra i veri governanti di questo immenso territorio. Ci sono troppe culture, troppi uomini diversi, ma gli inquisitori li riescono a unire grazie alla minaccia dei cultisti.»
     «Capisco,» sibilò Murak, rigido sulla panca della chiesa.
     «Capisci, certo, ma non t’importa.»
     «Puoi uccidermi, Shinis? Coi tuoi poteri, puoi farlo? Sai chi sono, sai quanto male ho portato sul mondo e sai che voglio solo tornare da mia madre. Puoi accontentare la mia egoistica richiesta? Te lo chiedo mostrandomi a te per ciò che sono: la più empia delle creature.»

Shinis sentì la pelle di Murak frizzare, il suo pianto di dolore riempire le navate della chiesa. Lo aveva fatto adagiare sull’altare, aveva aspettato che ogni fibra del suo essere si tingesse del nero oscuro che nascondeva con vergogna. Pazientò fino a quando le due corna apparvero tra i riccioli e gli occhi si riempirono di sangue caldo.
     La santa non aveva una gemma sacra a penderle dal collo come gli inquisitori, ma un intero sacco alla cintola di pietre di egual fattura, che lanciò ai piedi di Murak. Queste si accesero di luce bianca e abbagliante, così radiosa e potente che lui fu certo di aver perso la vista. Rimase immobile nel vortice di fasci dorati e ascoltò l’eco del salmo che Shinis intonava con voce sempre più eterea.
     La pelle cominciò a bruciare come sempre aveva sognato accadesse, le ossa e i muscoli dolevano com’era giusto che fosse, e poté finalmente gioire delle carezze della morte. Annaspò senza fiato, boccheggiò in un’orgasmica sensazione di libertà che lo trafisse in pieno petto. Il canto di Shinis raggiunse l’apice massimo e le assi fragili della chiesa furono sconquassate sino a cedere.
     «Non riesco!»
     A quelle parole, Murak spalancò gli occhi. La nuda realtà tornò a colpirlo in faccia, una realtà fatta di paesani e minatori esterrefatti. La gente del villaggio correva a destra e manca e solo in quel momento lui si rese conto di essere all’esterno. Alle sue spalle, la chiesa si era accartocciata in un polverone di legname e schegge arse da un fuoco che era già sparito.
     «L’ha uccisa! Ha ucciso la santa Shinis!»
     Guardò tra le proprie mani: reggeva la salma della donna tra le braccia, vuota di ogni energia. Le carezzò le guance, le labbra bagnate da un filo di sangue.
     Il primo forcone gli si piantò dritto nel cranio. Non lo sentì neppure. Unghie lo trascinarono per terra, sotto la luna, lo colpirono e trafissero. Murak non lottò, non ne aveva necessità: come avrebbero mai potuto ucciderlo gli attrezzi del lavoro terreno, quando quelli del mestiere divino fallivano miseramente?

FINE.

Serie: Il viandante e la santa
  • Episodio 1: Speranza
  • Episodio 2: Fede
  • Episodio 3: Secoli
  • Episodio 4: Terra e fango
  • Episodio 5: Il mestiere divino
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Fantasy, Narrativa

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    Discussioni

    1. Ciao Giovanni. Un episodio molto triste e un destino, quello di Murak, che non auguro al mio peggior nemico. Mi sono soffermata spesso sul concetto di immortalità e su come questo possa riempire di disperazione. Certo, inizialmente il tempo ti è amico. Con il trascorre dei secoli si perde il senso della meraviglia e della scoperta: la benedizione diventa maledizione. Credo che il concetto di reincarnazione faccia fondamento su questo, anime antiche che prendono vita in bimbi con la capacità di gioire.

      1. Ciao.
        Sì, diciamo che la vita di Murak non è tra le più allegre! 😀
        Sono molto felice che tu abbia voluto seguire questi personaggi nelle loro disgrazie. Alla prossima e grazie! 🙂