Il Multiverso

Prima di andarmene, desidero che il mondo conosca la verità su Michele – Ray – Raimondi, mio amico fraterno. Il tempo a mia disposizione è poco, sarò breve.

Tutto ebbe inizio nell’estate del 2020, una delle più calde mai viste.

Quell’anno Ray aveva deciso di partire da solo, anche perché nessuno di noi fremeva all’idea di trascorrere le proprie già scarse vacanze vagabondando per le strade polverose del Sud America.

Rimase in giro per un mese intero con lo zaino in spalla, non dormendo più di un paio di notti nella stessa città. Quasi ogni giorno ci inviava le foto più belle che aveva scattato e non vi nego che alcuni di noi iniziarono a pentirsi amaramente di non averlo seguito.

Dopo la prima settimana, le immagini iniziarono però ad apparire distorte, senza prospettiva. A posteriori sono certo che non fu solo un’impressione.

Quando Ray tornò dal viaggio passammo nottate intere ad ascoltare i suoi racconti, la descrizione delle persone incredibili che aveva conosciuto e dei luoghi fantastici che aveva visitato. Durante una di quelle serate, in cui le bottiglie di birra vuote superavano le sigarette nel posacenere, Ray mi confessò che oltre ai ricordi aveva riportato indietro anche qualcos’altro. Era iniziato durante il tour del deserto tra Bolivia e Cile. Non aveva indossato gli occhiali da sole una volta di troppo e gli si era formata una piccola macchia alla periferia del campo visivo dell’occhio destro. All’inizio non le aveva dato troppo peso ma i giorni erano passati e la macchia era sempre lì. A volte diventava iridescente, come fosse viva e in movimento.

Adesso Ray, che non era il tipo da farsi prendere dal panico, stava iniziando a preoccuparsi. Dopo quasi due mesi, la macchia era ancora lì. Cambiava colore e forma, ogni tanto diventava quasi trasparente ma i contorni netti rimanevano netti.

Con l’arrivo dell’autunno si spense in me il ricordo di quel racconto, almeno fino a quando non fu lui a riprendere il discorso.

“È peggiorata” mi disse di punto in bianco un pomeriggio sulla strada verso il solito bar per incontrare gli altri. Era ottobre inoltrato e le nostre scarpe erano ricoperte di neve fresca.

“Cosa?” gli chiesi. Quel racconto era troppo lontano nel tempo per me.

“La macchia…”

Tornai con la memoria a quella sera. Ripensandoci, non avevo mai visto Ray così preoccupato.

“Che vuol dire? Che è ancora lì?”

“Si…”

“Ray, che c’è? Tutto apposto?” Gli chiesi preoccupato.

“È peggiorata o forse sono io che non sto bene”

“Che vuol dire? Spiegati”

“Adesso…adesso c’è anche del suono” Abbassò lo sguardo nascondendo il viso nel bavero del pesante cappotto.

A quel punto penso che, anche se non poté vedere la mia espressione, percepì ciò che stavo pensando. Credeva lo stessi prendendo per pazzo.

“Fa niente, ok? Fai finta che non ti abbia detto niente. Chiudiamo l’argomento” disse decise affrettando il passo fino a lasciarmi indietro.

Non ebbi il coraggio di continuare e quel pomeriggio fu l’ultima volta in cui lo vidi.

Da quel momento Ray scelse di chiudersi al resto del mondo. Usciva da casa solo per andare al lavoro e fare la spesa. A stento rispondeva al telefono. Solo dopo tutti questi anni, posso capire le sue ragioni.

Non ho mai riflettuto troppo sulla morte, né sono stato credente. Speravo che me ne sarei andato in silenzio e in maniera indolore. Invece vivo in questo ospedale da quasi un anno, un tumore grosso quanto la mia testa mi sta portando via gli organi interni, uno ad uno. Cosa ne sarebbe stato di me? Cosa ci sarebbe stato ad attendermi? Sarei tornato ad essere un mucchio di cenere?

Oggi è il 20 Febbraio 2068 e un paio di giorni fa Ray è venuto a trovarmi. All’inizio ho fatto una fatica tremenda a capire chi o cosa fosse. Un momento prima non c’era e quello dopo era lì davanti a me con lo stesso aspetto che ricordavo dal nostro ultimo incontro. Mi ci volle parecchio per riprendermi dallo shock.

“Ciao” disse con voce calma.

“Ray…” risposi con un filo di voce.

“Si, più o meno”

“Che…cosa…” ero in uno stato di confusione totale.

“Aspetta, aspetta. Lascia parlare me. Non ci vorrà molto”

Lo vedevo a malapena, complice anche il mio stato di salute. Ray era una presenza traslucida tra me e la porta della stanza, e ne percepivo appena i contorni. Con una nuova voce, più calma e serena Ray mi spiegò tutto e quando dico “tutto” intendo davvero ogni cosa.

Innanzitutto, quel “suono” cui mi accennò l’ultima volta che lo vidi proveniva direttamente dalla macchia. La cosa più assurda era che era in grado di sentirlo con l’occhio. Il povero Ray non riuscì ovviamente a dare una spiegazione a quello che gli stava accadendo e dopo aver consultato quasi tutti i migliori specialisti dal paese, si convinse che ci dovesse essere qualcosa di molto più profondo che non andava in lui.

Se prima erano solo suoni indistinti, col tempo si trasformarono in un perenne sottofondo, fino a diventare una musica mai udita da orecchio umano. Ray l’ha descritta come una vibrazione profonda e acuta al tempo stesso, una modulazione di frequenza capace di farti escludere qualsiasi altra sensazione, fino ad annullare i cinque sensi.

Andò avanti così per mesi. Il suono era intermittente per cui fino ad un certo punto fu in grado di proseguire con una vita più o meno normale. Arrivò però il giorno in cui il mio amico fu costretto a interrompere ogni rapporto con il resto del mondo. La forza di quegli stimoli era tale da soverchiare qualsiasi altro input. All’apice della loro intensità, la musica e la macchia coprivano tutto ciò che gli stava intorno, il mondo veniva trasformato in qualcosa di completamente diverso.

Con la totale onestà di cui è adesso capace, Ray mi ha descritto quei giorni come terrificanti, un incubo indicibile che lo ha portato oltre il bordo della pazzia. La frequenza di quel delirio aumentò, durando a volte per ore intere che lui percepiva come settimane o mesi. Più lottava e cercava di controllare quell’assurdità di cui non sapeva e a cui non poteva dare un nome e una forma e più quella diventava invasiva, quasi avesse fretta di spezzarlo. Ridotto all’ombra del bel ragazzo che era stato, era arrivato a pesare quasi 35 chili. Casa sua era una specie di prigione dalla quale però non osava evadere.

Dopo mesi di quella lotta impari, arrivato allo stremo delle proprie ormai esigue energie, Ray cedette e perse il controllo. Michele – Ray – Raimondi morì ufficialmente il 2 Febbraio 2021. Ricordo che furono i vicini ad avvisare la polizia dell’odore nauseante che proveniva dal suo appartamento. Secondo il referto dell’autopsia la causa della morte fu “inedia”.

Quel giorno la macchia si allargò a dismisura fino a cancellare la realtà attorno a lui. Il segmento iridescente si trasformò in uno spazio infinito sul cui sfondo si intravedeva una sottile trama di puntini bianchi e luminosi. Il suono divenne una vibrazione costante, modulata sul suo respiro. Uno stato di calma assoluta lo avvolse facendogli anche dimenticare di avere un corpo. Ray attraversò eoni interi visitando tutte le possibili alternative. Lui, un povero semplice umano, era entrato per caso nel Multiverso.

No, “per caso” non è il termine giusto. Ray saprebbe spiegarlo meglio, ne sono certo. Non fu una casualità perché questa non esiste. Non posso chiamarlo Destino altrimenti farei un torto al tempo impiegato dal mio amico per spiegarmi tutta la faccenda. Per noi, o è un caso o è destino. Dopo ciò che Ray mi ha spiegato, capisco che siamo anni luce lontani dalla soluzione di qualsiasi quesito fondamentale.

Il Multiverso di cui il mio amico è parte integrante è l’insieme di tutte le possibilità date a qualsiasi particella che compone l’Universo, da prima che nascesse il Tempo a quando questo cesserà di esistere e oltre. E noi qui e ora siamo una manifestazione di questa massa di probabilità.

In quel pomeriggio nel deserto, senza volerlo Ray si è rivolto verso il punto giusto e ha così potuto vedere un frammento di Multiverso.

Tutto questo è solo il delirio di un vecchio che andando incontro alla morte inizia a perdere contatto con la realtà? Forse per voi sarebbe meglio ma non è così. Ray mi ha fatto un ultimo regalo. La Verità, pura e semplice. La configurazione che Io, Ray, tu, tutti noi abbiamo assunto è una semplice possibilità su un numero infinito di altre. Il Multiverso è l’unica Realtà e noi ne siamo parte integrante.

Dopo quell’ultima visita da parte del mio amico, la morte non ha più alcun senso. Tra poco tornerò ad essere una particella di possibilità nel mare infinito del Multiverso, così come lo ero già prima di prendere questa forma e come continuerò ad esserlo per tutto lo Spazio-Tempo.

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Questo racconto è dedicato a Raymond Carver. L’ambientazione è estranea ai suoi scritti, ma non lo spirito. La ricerca delle parole, della loro giustapposizione è frutto dei suoi insegnamenti. Spero di non averlo offeso. Grazie Ray.

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Discussioni

  1. Ciao Federico, sono certa che il tuo omaggio è stato apprezzato. Il tuo linguaggio raffinato, essenziale, ha saputo dare volto al tuo “multiverso”. Io vedo il “mio” come uno scorrere continuo di energia che si fa materia per poi tornare al punto di partenza. E così via, in un circolo senza sosta dove ogni creatura è una cellula che respira, vive, muore per poi acquistare nuova forma. In quest’ottica, l’immortalità esiste.

    1. Ciao Micol. Grazie, spero proprio che gli sia piaciuto … altrimenti so cavoli amari 😀
      Riguardo al Multiverso, io lo vedo come un unicum compatto ma a noi invisibile nel quale siamo costantemente inseriti ma che non possiamo percepire (se non per un accidente). È una dimensione reale tanto quanto, se non più, della nostra e alla quale “ritorneremo” ad un certo punto. Quindi si, sono d’accordo con te 😉