Il pappagallino

Serie: Gianfilippo

«Bello da qui!», incominciò a cinguettare il pappagallino!

Era un cinguettio stridulo, quasi di un bambino, ma molto chiaro e penetrante. Nascondeva serenità, nonostante emettesse un suono acuto.

«È una fortuna che pochi hanno!», insistette quel volatile sperando di ricevere una risposta da un incredulo Gianfilippo.

Infatti, il professore era rimasto completamente immobile e muto al sentire il cinguettio di quel suo improbabile compagno. Non credeva ai propri occhi e, soprattutto, alle proprie orecchie.

«Guarda che sono io che ti sto parlando…vedi forse qualcun altro vicino a te?», infierì con toni scherzosi sull’incredulità del nobile, il quale si avvicinò allo scrittoio per bere un sorso d’acqua.

Tutto sembrava molto surreale. Un pappagallino, che di solito vivevano in una gabbia, era sul davanzale dello studio di Gianfilippo. E parlava. Anzi. Rivolgeva delle domande proprio a lui. Eppure, non si trovava di fronte ad uno degli armadi di casa, dentro i quali era nascosta la sua voglia di libertà! C’era qualcosa di assurdo in quella situazione. Non era possibile che i suoi desideri reconditi fossero usciti dalla torre d’avorio per presentarsi, quando meno se lo aspettava, sul luogo di lavoro.

Si sentiva nudo, come se improvvisamente gli avessero rubato i vestiti dentro i quali celava il suo vero io. Ed aveva paura di essere scoperto, perché non aveva mai avuto il coraggio di esternare il disagio per la vita che conduceva.

«Ho capito. Vengo io da te visto che ti sei incollato alla sedia del tuo scrittoio facendo finta di non vedermi e sentirmi», disse il pennuto, entrando nella stanza ed andando a posarsi di fronte al professore, sopra quel libro aperto sulla meccanica dei fluidi.

«Posso sapere chi sei?», fu la domanda che sbloccò le corde vocali ed i pensieri del giovane uomo.

«Sono un tuo amico».

«In che senso?».

«Chi è legato ad altri da vincoli di amicizia. È la definizione della Treccani. Ti basta?», replicò l’ospite.

«No. Conosco bene questa definizione. È riferita agli esseri umani…e tu non lo sei», puntualizzò Gianfilippo, ancora frastornato da quell’assurdo incontro.

«Beh, sei un po’ limitato con la fantasia!».

«Che cosa intendi dire?».

«Un uomo come te, abituato a viaggiare in mondi fantastici, non può limitarsi a considerare amico solo colui che è della sua stessa specie».

Gianfilippo si vide ancora più nudo di quello che era prima. La sensazione di disagio per essere stato scoperto della sua insoddisfazione intima era ormai diventata una certezza: un pappagallino, di quelli abituati a vivere in gabbia, gli era davanti, gli stava parlando e lo stava colpendo proprio dove lui era più debole. Si rendeva conto che aveva davanti a sé il proprio ritratto. Tra lui ed il volatile c’era uno specchio invisibile, che lo stava riflettendo in un improbabile volo oltre le paure.

Il pappagallino rappresentava un Gianfilippo fuori dalla gabbia nella quale lo avevano rinchiuso, libero di vivere quello che lui realmente era e sicuro del presente nel quale volava.

«Lo so che è difficile affrontare la propria vita. Incertezze, delusioni e dubbi sarebbero i tuoi compagni di viaggio», il cinguettio assunse un tono che penetrò direttamente nel petto del professore. «Il mondo fuori da quella finestra non è semplice. Io ero abituato a vivere in una gabbia, che pulivano tutti i giorni. Acqua fresca non mancava mai, come cibo di prima qualità comprato nei migliori negozi per animali. Quando era freddo venivo coccolato dal caldo della casa che ospitava la mia gabbia. Quando il sole della primavera incominciava a riscaldare, mi mettevano in balcone per godere di un calore che mi rigenerava. Ed io cantavo fino a quando non decidevano che dovevo dormire e coprivano il mio mondo con un pregiato tessuto che mi faceva calare al buio. Ma il buio era dentro di me. Il sole non mi illuminava. Il mio canto non era allegro. Il mangiare non era per me buono. Non ero io».

Le parole del pappagallino erano colpi di spada che trafiggevano Gianfilippo in ogni dove. Dentro, fuori ed intorno a lui scoppiavano mine impazzite. I raggi di sole che si affacciavano dalla finestra del suo studio mostravano i numerosi pulviscoli di polvere che ristagnavano nell’aria.

«Non aver paura di essere te stesso. Non temere il giudizio della gente. Liberati! Sarà tutto più semplice anche nell’ignoto», l’esortazione dell’uccellino che si alzò in volo verso la finestra.

Si posò di nuovo su quel piccolo davanzale, dal quale si poteva dominare una piazza piena di vita, e, voltandosi verso il suo amico, disse: «Fai finalmente vivere le tue ali!».

Lo squillo del telefono fece scuotere le membra del nobile ragazzo.

«Professore, buongiorno!», la voce di Gabriella, la segretaria dell’Istituto scolastico, risuonò dall’altro capo della linea.

«Buongiorno Gabriella! Come va?».

«Tutto bene, grazie. Le dispiacerebbe passare da me dopo la lezione in Terza? Devo lasciarle una comunicazione che la riguarda».

«Certo! Ci vediamo dopo!».

Chiuse la conversazione, mise il libro di fisica nello zaino, uscì dallo studio, chiudendo con cura la porta, e si avviò verso la noiosa lezione di meccanica dei fluidi.

Serie: Gianfilippo
  • Episodio 1: La torre d’avorio
  • Episodio 2: Il condor
  • Episodio 3: La scuola
  • Episodio 4: Il pappagallino
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