Il Pellegrinaggio – parte I

Serie: Gli Occhi del Drago

Diana si addormentò nel tardo pomeriggio, con la guancia ancora poggiata sul petto di Akira.

Il continuo rollio del treno aveva già provocato i primi malori. Stretti nel vagone claustrofobico, senz’aria, alcuni dei pellegrini si erano sentiti mancare e si erano stesi a terra, riducendo ulteriormente lo spazio a disposizione. La lentezza del viaggio rendeva il tutto più penoso. Il gruppo era composto da postulanti di diversa origine ed estrazione sociale e il Ka non ebbe difficoltà a individuare i più tenaci. La loro non era una forza che aveva origine dalla prestanza fisica, ma dalla tempra.

Scambiò un rapido sguardo con un omino smilzo, che portava degli occhiali dalla montatura sottile, ottenendo un sorriso divertito. Viaggiava con un’anziana, probabilmente una parente. In fondo al vagone c’era una donna di mezz’età dall’aspetto piacente che fingeva di dormire e poche panche più avanti un giovane in sovrappeso intento a pregare. Era uno di loro, aveva imparato a riconoscerli. Persone cui nessuno avrebbe dato un soldo, dotati di una volontà implacabile.

Quanto tornò a concentrare la sua attenzione sulle compagne di viaggio, notò che le palpebre dell’erborista iniziavano a chiudersi per la stanchezza. Akira le cinse i fianchi con un braccio, portandola contro di sé per permetterle di poggiargli la testa su una spalla. Non gli pesava sostenere entrambe, l’endoscheletro artificiale gli permetteva di mantenere una buona postura senza affaticare la schiena. Il materiale che componeva le sue ossa era leggero, ma robusto: riusciva a sostenere un peso di tre quintali senza difficoltà.

Lenore si accomodò fino a trovare una posizione che le risultasse gradevole, passandogli a sua volta un braccio attorno ai fianchi.

Akira badò a tenere il tono della voce un sussurro. «Pagherei per avere una delle moto dei Prayers.»

L’erborista aprì gli occhi per alcuni secondi, rivolgendogli un’occhiata severa. «Non ti hanno mai insegnato a non desiderare qualcosa? Potresti ottenerla.»

Il Ka si strinse nelle spalle, badando a non infastidirla. «Hai ragione.»

Una volta quieta il volto dell’erborista si rilassò. «Grazie per aver accettato di accompagnarci, senza di te non sarei riuscita a mettere piede fuori da Aurona.»

«Mi ringrazierai una volta arrivati a destinazione.»

Non ottenne risposta. Akira sorrise, stringendola più forte per evitarle gli scossoni: non gli dispiaceva averla vicino. Sbirciò il volto addormentato di Lenore, sentendo nascere una sensazione del tutto inopportuna. L’autorevolezza che l’erborista era capace di comunicare solo con uno sguardo era venuta meno nel sonno: dimostrava pienamente i suoi diciannove anni di vita. Era una ragazzina poco più grande di quella che teneva sulle ginocchia.

Sospirò leggermente, tentando di concentrarsi in altro. Si era infilato in un bel guaio, l’unico ad essere informato di dove si trovava era Jeff. Akira Sapeva di poter contare sull’amico nel caso si fosse rivelata necessaria una missione di recupero.

Cercò di distrarsi, concentrandosi sul piano di viaggio che avevano studiato minuziosamente. Arrivati al Santuario di Imelda, uno dei suoi contatti li avrebbe ospitati permettendo loro di recuperare le forze.

Una volta corroborati li attendeva la parte più difficile del viaggio, nascosti nel vano di carico di un veicolo blindato utilizzato per il contrabbando di merci. La rotta era stata testata più volte, calcolando la ripetitività delle ronde dei Prayers incaricati di vigilare quel quadrante. Giunti a Histora l’erborista si sarebbe occupata di tutto il resto, compreso il viaggio di ritorno.

«Akira…»

Akira si rese conto di aver chiuso gli occhi solo quando udì il sussurro di Lenore.

«Akira, siamo arrivati al campo notturno.»

L’uomo si sciolse da lei, accarezzando il volto di Diana.

«Topolino, dobbiamo scendere.»

La bambina aprì gli occhi confusa, cercando quelli di lui. Dopo uno sbadiglio annuì, serrando la bocca con ostentazione per fargli comprendere che non aveva dimenticato quanto le era stato detto.

Lenore le strizzò un occhio con fare complice, facendola sorridere.

Attesero il loro turno e una volta scesi si mossero in direzione di una delle piattaforme lasciate libere: per loro fortuna, una di quelle più esterne al campo.

Di forma circolare, all’aperto, lo spiazzo era stato delimitato un recinto di pietra in grado di tenerli al riparo dal vento e dalla sabbia. Al suo interno, alcuni blocchi erano stati disposti a distanze fisse creando un disegno che poteva essere colto solo dal cielo: davano vita alla runa del Ser. “L’essere di carne”.

Questo erano per il credo, esseri di carne mossi dalla necessità di appellarsi al divino. Tutti avevano una grazia da chiedere al Santuario di Imelda, una sofferenza che portavano nel cuore.

Akira guidò le compagne verso uno dei massi che presentavano una base uniforme. Non aveva mai compiuto un pellegrinaggio, non era fedele al Credo, ma aveva carpito ogni possibile informazione dai testi a sua disposizione per comprendere quali disagi si sarebbero presentati in viaggio. Dormire su una superficie bitorzoluta era uno di quelli che voleva evitare.

Una volta posati gli zaini, Lenore prese con sé il sacco della farina e gli indicò il falò che era stato acceso al centro esatto dell’accampamento.

«Vado a cuocere del pane, la pietra ollare è ancora libera.»

Nessuno si era ancora avvicinato alla grande pietra d’uso comune e, come recitava il detto, chi prima arrivava meglio alloggiava.

«Vuoi venire con me, Diana?»

Gli occhi della piccola brillarono per la curiosità e l’erborista la prese per mano, allontanandosi con lei.

Il sorriso di Akira si congelò non appena si furono allontanate. Avvertì chiaramente la presenza del Prayer che si era portato alle sue spalle; tenne sotto controllo l’istinto di autodifesa appreso in tanti anni di allenamento, sentendo prudere le mani. Non gli sarebbe dispiaciuto girarsi di scatto e portare un attacco in corrispondenza del pomo d’Adamo, colpendolo di taglio con la mano. Sempre che, il Prayer in questione ne possedesse uno.

«Hai una bella famiglia.»

Akira attese che entrasse nel suo campo visivo, tenendo abbassate le mani unite. «Sono grato per questo dono.»

Scoprì con sorpresa che era lo stesso Prayer che aveva esaminato i loro documenti al cancello d’entrata. Trovò strano che si fosse unito al convoglio, ma tenne quel pensiero per sé.

«Tua figlia sembra in salute.»

«La piccola è la sorella di mia moglie.» Akira era sicuro che ne fosse a conoscenza, non lo aveva ingannato quando aveva finto incuranza nel leggere i documenti. «Il suo male risiede nella mente, non nel corpo.»

Il Prayer gli rivolse uno sguardo pensieroso. «Imelda saprà giudicare la sua anima.»

Akira annuì, osservandolo mentre si allontanava in direzione del falò per raggiungere i compagni. Erano sei, all’apparenza disarmati. Il Ka sapeva che erano in grado di montare i componenti dei fucili, riposti in un alloggiamento delle moto, in pochi secondi. Armi che rispondevano solo a loro, legate all’energia spirituale individuale.

Sentì scemare la tensione solo dopo aver constatato che il Prayer aveva perso ogni interesse per Lenore e Diana: almeno, questo era quello che voleva dare a intendere.

Si chiese se la sua avversione fosse frutto del pregiudizio. Provava per i Prayers autentico ribrezzo: li giudicava anime perverse, folli al punto da rinunciare alla loro identità di genere, biologica e psicologica, nell’intento di avvicinarsi a quella che chiamavano purezza. Uomini e donne si sottoponevano alla castrazione degli organi genitali interni ed esterni e alla rimozione chirurgica della zona mammaria, aspirando allo stato angelico.

Tutto il Credo era retto sull’Avvento del Puro. La dottrina voleva fosse una creatura celeste asessuata che, in un atto di magnanimità, era scesa sulla terra ed aveva indicato la via della salvezza dalla carne. Il suo cuore ancora batteva sull’altare del Santuario di Imelda, tanto che nel tempo i fedeli avevano iniziato a rivolgersi al Puro con quel nome.

Akira confessò a sé stesso che non gli sarebbe dispiaciuto dare un’occhiata alla reliquia, sicuramente un artefatto. Secondo quanto aveva appreso si trattava di un vero e proprio organo ancora pulsante, immerso in una soluzione biochimica che ne permetteva la conservazione. Era esposto sull’altare del Santuario, protetto da un contenitore di cristallo.

Mise da parte quei pensieri, osservando Lenore e la bambina allontanarsi dal focolare. Diana reggeva i pani in un involto e Akira non poté che sorridere a entrambe. Gli riusciva piuttosto naturale e non volle pensare che quel viaggio non era che una parentesi di vita: gli erano bastati pochi giorni per allacciare con loro un forte legame empatico.

Giunta accanto a lui l’erborista lo scrutò per alcuni secondi, quasi avesse inteso le sue sensazioni. A dispetto dei suoi timori, il tono di voce della ragazza non suonò canzonatorio.

«È stata una lunga giornata, il pane ci darà sollievo e concilierà il sonno.»

Akira aveva qualche dubbio a riguardo, la presenza dei Prayers gli avrebbe reso difficile addormentarsi. Rivolse uno sguardo al cielo terso, punteggiato da gocce simili a brillante rugiada, e pensò che nel peggiore dei casi le stelle gli avrebbero fatto buona compagnia.

Serie: Gli Occhi del Drago
  • Episodio 1: L’erborista
  • Episodio 2: Il nemico del mio nemico
  • Episodio 3: Ninna Nanna
  • Episodio 4: Il Ka, l’Erborista e il Topolino
  • Episodio 5: Il Treno
  • Episodio 6: Il Pellegrinaggio – parte I
  • Episodio 7: Il Pellegrinaggio – Parte II
  • Episodio 8: Nel Deserto
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    Discussioni

    1. Ciao Micol, Dario ha ragione: anche in questo episodio il concetto di famiglia è la tenerezza trasmessa è assai evidente. Scalda davvero il cuore😍! Per il resto, sono curioso di vedere se i Prayers saranno un tormento!

      1. Ciao Tonino, i prayers ci terranno compagnia per qualche episodio, sentirai parlare di loro anche nella seconda stagione ;D

    2. “Rivolse uno sguardo al cielo terso, punteggiato da gocce simili a brillante rugiada, e pensò che nel peggiore dei casi le stelle gli avrebbero fatto buona compagnia.”
      Conclusione degna, poetica❤️ 👏

    3. “Non gli sarebbe dispiaciuto girarsi di scatto e portare un attacco in corrispondenza del pomo d’Adamo, colpendolo di taglio con la mano.”
      Questa frase mi ricorda qualcosa… brava!

    4. La famiglia è un concetto ricorrente nelle tue storie; famiglia nel senso più ampio del termine. Per quanto riguarda questo episodio, belli folli ‘sti Prayers! 😃

      1. Ciao Dario, hai ragione. Il concetto di famiglia per me è molto importante, probabilmente è per quello che “ciccia” sempre fuori 😀

    5. Ciao Micol,
      ormai è difficile per me trovare nuovi complimenti da farti.
      Qeusto viaggio della speranza è così vivido che mi sembra di essermi accampato con Akira a guardare le stelle, dopo un estenuante viaggio in un treno affollato.
      L’idea dei Prayers che rinunciano a tutti gli organi sessuali, un po’ come una castità potenziata, mi è piaciuta moltissimo, tutta l’ambientazione si regge bene è credibile e affascinante.
      Non ci resta che scoprire cosa ci riserverà il fututro e di vedere Akira spaccare qualche brutto muso.

      1. Ciao Ale, ti dirò che anch’io non vedo l’ora di scoprire cosa aspetta l’allegro terzetto 😀
        Come le altre, questa serie mi ha preso la mano e sono comparsi anche i Prayers. Ora devo concentrarmi sul super cattivo (boss) del deserto poi sulle altre ambientazioni. In effetti, più vado avanti, più mi rendo conto che questa storia è molto “final fantasy”