Il perdono

Fu col tuono che si destò. Un rombo senza luce, com’era sempre stato, seguito dallo scrosciare della pioggia. Lo avevano abituato sin da piccolo a bagnarsi le mani, che fosse dei succhi di una donna o del sangue di uomini ammazzati per pochi spiccioli. Voleva andarsene in uno di quei modi, tra femmine pasciute e goduriose o su un campo di battaglia, tra le budella tintinnanti d’argento di perfetti sconosciuti.
     Ma non fu né uno né l’altro, e rise nel sentire la porta cigolante di quella cella sbattere alle sue spalle. Mani e piedi bloccati, un sacco di juta avvolto attorno alle nudità e una finestrella sopra la testa, vacuo miraggio di libertà. L’eterna bufera imperversava, gli spruzzi cristallini della sua potenza trovavano sempre la via attraverso le due barre solitarie.
     Non aveva avuto la forza di stringere quel piccolo collo, di serrare il pugno e spezzare la piantina più pregiata dell’intero regno. Avrebbe dovuto ferirla dove più le avrebbe fatto male, se lo ripeteva ogni volta che i testicoli gli gelavano tra le cosce: se avesse potuto metterli al calduccio almeno quella volta, avrebbe volentieri accettato di perdere le palle per mano di un boia.
     «C’è qualcuno?»
     Drizzò la testa. Sputò per togliersi i capelli e i fili di barba incolta dalla bocca. «Chi parla?»
     «Allora c’è qualcuno.»
     Si domandò, il condannato, se le ancelle degli dèi avessero preso forma umana e una di loro si fosse disturbata tanto da raggiungerlo. Rimase muto, immobile, ma le catene tintinnarono ugualmente quando un brivido lo scosse da testa a piedi.
     «Chi è, fuori? Siete venuti a prenderle, oh dèi? Sono io a non meritare di varcare la vostra soglia.»
     «Sei davvero Leofstan, dunque,» gioì la voce, seppur per un frangente. «Ho cercato nelle segrete del castello, invano. Non pensavo di dover attraversare il lago ghiacciato per venirti a trovare. Sai chi sono?»
     «Una bambina che presto morirà congelata.» Ruggì, alzandosi e stirando il collo verso la feritoia: le catene ai polsi lo trattennero, spregevoli nell’eseguire il loro compito.
     «Non ti piace avere bambine sulla coscienza, Leofstan? L’idea che una così giovane creatura possa soffrire ti è avversa?» la voce si tinse di qualcosa di maligno, un pessimo presagio per il condannato. «Il nostro sangue è forse più dolce, la nostra carne più morbida? O è perché quelli come te, quando non c’è guerra, non sanno come sfogarsi se non su noi vittime indifese?»
     «Non ho mai poggiato un dito su innocenti, solo su coloro che meritavano la mia collera!»
     «Sì, esatto, è proprio così,» mormorò la voce, col sospiro del vento ad aiutarla a farsi udire. «Ma chi sei tu, Leofstan, per decidere chi è da uccidere e chi da salvare?»
     «Sparisci!»

La voce melodiosa tornò, non fisicamente, ma nei sogni. Tra gli spasmi del freddo e i sudori degli incubi, le guardie che di tanto in tanto si accertavano che fosse vivo si cominciarono a preoccupare.
     «Schifoso, rispondi!»
     E lui rispose, digrignando i denti e abbaiando insulti e bestemmie.
     «È vivo, ottimo,» la guardia si pettinò i capelli con due dita, «e vedi di restarlo, cane, che il re vuole vederti morire coi suoi occhi.»
     Lo lasciarono solo coi suoi tormenti. Si concesse due lacrime, l’unica acqua che poteva scrostargli la lordura dal volto, acqua che le mosche e i vermi anelavano più d’una carcassa. Leofstan urlò, si dimenò e si scrollò di dosso quei minuscoli torturatori, grattandosi la barba unta contro il braccio.
     «Vuoi sapere chi sono?»
     La voce era tornata. Nell’eterna notte, Leofstan iniziò a domandarsi se non fossero davvero gli dèi a chiamarlo.
     «Perché non hai avuto la forza di ucciderla, quel giorno?»
     «Non so di cosa parli,» si lagnò, battendo la testa contro la roccia e supplicando quel dolore di stordirlo del tutto.
     «L’avevi tra le tue grosse mani, ma non l’hai uccisa. Avresti almeno potuto consumare il suo corpo, deflorarla e punire il re che tanto detesti. Perché non disonorare sua figlia col tuo seme? Forse hai, almeno adesso, riconosciuto quanto sia stato crudele accanirsi sui più deboli per punire chi non hai avuto la forza di raggiungere.»
     Leofstan ululò, impazzito: «Non ho ucciso ness— aspetta: sei tu!»
     «La vuoi sapere la verità, Leofstan?»
     «Stavolta ti ammazzo!» tirò le catene a mani e piedi, strattonando con rabbia. Il sangue colò dai polsi, dalle caviglie, ma lui non riuscì neppure a sporgersi dalla feritoia. «Vieni qui e fatti uccidere, lascia che mia moglie e mia figlia raggiungano gli dèi! Il loro posto non è nei miei sogni, non è con me che devono restare: fatti uccidere! Liberale!»
     «Pensi che il re sia colpevole di ciò che è accaduto alla tua famiglia? Non libererai proprio nessuno, così.»
     Leofstan sbraitò ancora, chiamandola a gran voce: non poteva esserne certo, ma aveva la sensazione di esser stato lasciato solo.

Perse il conto dei giorni, assediato ogni singola notte dalla voce che puntualmente gli suggeriva di abbandonare l’idea della vendetta. La bambina, seduta tra la neve, salmodiava le solite frasi, la stessa insopportabile litania che avrebbe dovuto condurre Leofstan su un percorso di pace e serenità. Ma lui rifiutava sempre, ignorando la verità e ostinandosi a urlarle oscenità.
     Infine, con la luna altissima nel cielo a ricordargli quanto fosse misera la sua esistenza, si arrese: «Vuoi che io perdoni il re e poi me stesso? Vuoi che lasci perdere la vendetta?»
     «Sì, Leofstan.»
     «Sei davvero la principessa Edwen?»
     «Sì: la bambina di cui hai avuto pietà una volta, e di cui avrai pietà di nuovo. Mi presenterò al tuo cospetto, domani notte, e tu avrai misericordia e perdonerai la mia famiglia per ciò che ti ha fatto.»
     Leofstan levò gli occhi verso le due barre della cella. Inspirò forte sino a indovinare l’odore della principessa, a distinguere il profumo del suo sudore e della sua paura. Avrebbe atteso l’indomani fermo, a meditare e a raccogliere tutte le proprie energie. Lei si aspettava il perdono, ma lui le avrebbe negato quello e altro.

La guardia aprì la cella.
     «Principessa Edwen, io non credo che—»
     «Va’, e lasciaci soli.»
     Leofstan sbatté le pesanti palpebre e la guardò: in così poco tempo aveva dovuto mettere in un baule gli abiti da bimba indifesa, ormai troppo piccoli per contenere l’abbagliante grazia di una principessa. Lei, un passo dopo l’altro, giunse in mezzo alla cella e si fermò.
     «Dunque, Leofstan: la vuoi sapere la verità, adesso?»
     L’uomo, dopo un ringhio baritonale, scattò dalla parete e si catapultò su di lei. Le catene lo contennero, e lei indietreggiò inciampando. Lo fissò sbavare e abbaiare peggio di un cane impazzito. Un suono metallico esplose: la catena del polso destro si spezzò in minuscoli frammenti di ruggine e ferro.
     Leofstan riuscì a fare quel singolo passo in più che gli permise di afferrare la giovane per il collo. Ancora una volta, aveva tra le dita la piantina più fragile dell’intero regno, la più preziosa e unica.
     «Mio padre non aveva scelta!» gemette lei, sgambettando in cerca di libertà, «le tribù mercenarie l’hanno costretto. Come pegno! Come pagamento, loro—»
     «Menzogne!»
     «Perché avrebbe dovuto inimicarsi la tua gente, Leofstan? Lo hanno costretto, o avrebbero annientato il regno! Ha scelto male i suoi alleati e ne ha pagato le conseguenze.»
     Leofstan non allentò la presa, nemmeno quando lei iniziò a piangere e a gocciolare terrore sui propri stivali. «Il re non ha pagato nessuna conseguenza: sei ancora viva, o sbaglio?»
     Lo sferragliare delle armature lo allertò: «Lascia andare la principessa, pazzo criminale!»
     Lui la fissò, i suoi occhi castani e belli, la giovinezza rigogliosa che lui aveva il potere di distruggere come il re aveva fatto con sua figlia e sua moglie.
     Fu col tuono che si destò. Una luce alla finestra, bianca e pura, lo irradiò. Era un segno: gli dèi le avevano accolte nel loro reame.
     «Giuro che la ammazzo!»
     Ma mentì, e anziché stringere il pugno allentò leggermente la presa. Le guardie, guidate dalla cieca necessità di salvare la principessa, strinsero le picche e le piantarono nel costato del prigioniero, spingendolo sotto la finestra e contro il muro umido di neve. Leofstan spirò, liberato dall’odio e col sorriso di un padre e di un marito rivolto a chi, con candida insistenza, lo aveva indirizzato verso gli dèi e la sua famiglia.

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Discussioni

  1. Ciao Giovanni, è da un po’ che non leggevo qualcosa di tuo e devo dire che ti sai destreggiare bene in qualsiasi genere, bravo! Alla prossima.

    1. È un po’ il mio obiettivo cercare di non fissarmi troppo su un genere. 🙂 Grazie per avermi letto e alla prossima!

  2. Ciao Giovanni, ora ho compreso il motivo del tuo commento nel lab. Quelle grate ci hanno dato le stesse sensazioni, visioni: una cella, schiavitù, libertà. Ho apprezzato particolarmente la storia che hai narrato, mi hai lasciato il desiderio di sapere cos’è accaduto “prima”

    1. Qualche indizio sul prima c’è, anzi, ci sono proprio i punti necessari a capire le ragioni e i conflitti del protagonista. È un opera che avrebbe volentieri sforato i 1500 caratteri, ma ho dovuto stringere.

    2. E’ un bel personaggio, magari in futuro scriverai altro su di lui.

  3. davvero un bellissimo racconto, scritto bene e avvincente.
    Un viaggio onirico che porta il lettore in un mondo da scoprire e in una storia da ricostruire.
    Bel Lab

    1. Sono felice che l’incipit abbia fatto effetto: è la parte su cui sto lavorando di più di recente, in ogni opera.
      Grazie per avermi letto e alla prossima! 🙂