Il primo ricordo

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“Va bene, adesso tocca a me.”

Chiara mi aveva preso la birra di mano ed io ero rimasto con le labbra umide dopo l’ultimo sorso. Ne rimaneva davvero poca, lo si capiva dal rumore che faceva il liquido sbattendo contro le pareti della lattina, e dal sapore che ad ogni sorso diventava sempre meno quello della birra.

Ne io ne lei avevamo voglia di risalire la spiaggia fino al bar. Ne io ne lei avevamo abbastanza Euro in tasca in quella prima estate in cui un Maxibon non costava più 1500 lire, ed entrambi eravamo per la prima volta insofferenti alle vacanze in compagnia dei nostri genitori.

Andavamo tutti e due per i diciotto, ma entrambi avevamo avuto la sfiga di nascere in autunno e così, mio padre e mia madre ed i loro migliori amici, il padre e la madre di Chiara, ci avevano imbrigliato di nuovo a passare le vacanze con loro, al campeggio dove andavamo consecutivamente da quando eravamo piccoli.

Almeno alla sera però, dopo la cena tutti insieme, io e Chiara avevamo il permesso di starcene per conto nostro ed eventualmente con gli altri bambini cresciuti del campeggio, gli stessi che incontravamo ogni anno: bambini esotici, fossero tedeschi, belgi o di qualche regione che non fosse la Lombardia.

In ogni caso quell’estate stavamo più per i fatti i nostri del solito: eh sì, alla fine io e la Chiara, va beh, avete capito, tanto doveva succedere…

“Dai spara.”

Quella sera Chiara mi aveva fatto notare di sapere tutto di me e mi aveva sfidato a dimostrarle altrettanto. Io fallii miseramente alla seconda domanda, quando mi chiese quale fosse il suo cartone animato preferito. (con Mila e Shiro avevo creduto di andare sul sicuro. Credevo).

Così, accompagnando i nostri discorsi con quella Heineken in lattina, ci eravamo messi a raccontarci quello che mai ci eravamo detti: era una specie di Obbligo o Verità, ma più serio.

Io non fui sincero al cento per cento, e forse nemmeno al cinquanta. Povera Chiara.

Lei non lo so. Per me lei era una che le bugie non le diceva, ma chi lo sa.

Le risposi con totale sincerità soltanto ad una domanda, questa:

“Qual è il tuo primo ricordo?”

“Vediamo…” Io ci pensai su un attimo e me ne vennero in mente alcuni; c’era un solo problema: Chiara era presente in tutti, e io la volevo stupire. Tergiversai ancora un po’ fingendo di iniziare a raccontare per poi interrompermi immediatamente con la scusa di averne pensato uno ancora antecedente. Ci misi un po’, ma alla fine riuscii a scovare nell’archivio incasinato della mia memoria, il ricordo giusto.

“Era l’estate del… Novantadue mi pare, ed eravamo qua.”

“Ovvio.”

“Era mattina e tu eri rimasta nel bungalow perché avevi mal d’orecchie, ti ricordi? Tua mamma si era arrabbiata perché diceva che ti era venuto andando sott’acqua…”

“Avevo appena imparato a nuotare in apnea, lasciatemi stare!”

“In apnea, addirittura!”

“Dai scemo, che tu nel novantadue ancora nuotavi con i braccioli.”

“Questa è una cattiveria.’

“Dai, su… Comunque non dirmi che è questo il tuo primo ricordo? Io che strillo di dolore tutto il giorno finche mio papà mi porta al pronto soccorso…”

“No, questo deve essere il mio secondo ricordo a pensarci bene, adesso che mi stai facendo ricostruire cronologicamente. Comunque, io ero in spiaggia da solo quella mattina e me la spassavo di brutto a costruire una fedele riproduzione del castello di Greyskull, senza di te che mi stavi intorno a stressare con le formine e l’innaffiatoio come facevi sempre.”

Era stata dura ritrovare un ricordo che non avesse Chiara in circolazione, ma anche così ero finito per infilarla, benché in lontananza ed in preda all’otite, fra le pieghe delle mie memorie. Doveva essere stato quello il suo proposito, il motivo di quella domanda: dimostrarmi che dovunque voltassi lo sguardo lei c’era sempre. In fondo avevano ancora diciassette anni ed eravamo troppo profondi o troppo poco.

Ma Chiara aveva ragione: e l’ho capito anni dopo, ubriaco e sfatto dopo una serata in discoteca a Barceloneta. Ero con i miei amici e non so perché Chiara mi era tornata in mente; forse perché avevo comprato una lattina di Heineken da un ambulante sul lungomare mentre cercavamo un taxi per tornare in albergo. Era qualche anno che non pensavo più a lei, e forse a causa del troppo Gin mischiato a poca acqua tonica, avevo di colpo ripensato al fatto che la maggior parte dei miei ricordi fino al raggiungimento della maggiore età avevano lei come co protagonista, tranne forse quello che le raccontai quella sera.

“Tu te li ricordi i coniugi Ferretti?”

“Chi? i Rotoloni Regina? Quanto ci hanno asciugato con i loro discorsi tanto per dire?”

“Brava, l’hai detto: meno male che non si vedono più, saranno morti…”

“Dai poveri…”

“Ma poveri cosa? Se erano già vecchi quando noi eravamo bambini…”

“Lei mi dava sempre le caramelle Rossana.”

“Lui invece tutte le estati mi stressava perché diventassi tifoso del Bologna.”

“Dai, ma adesso mi hai fatto venire voglia di sapere se sono ancora vivi.”

“La vedo dura Chiara…Ma torniamo a noi: I coniugi Ferretti quell’estate avevano l’ombrellone vicino al nostro e lui tutti i giorni attaccava bottone con mio padre, il vecchio Ferretti tentava di coinvolgerlo in una discussione persino quando lui faceva finta di dormire: era veramente un martello. L’unica volta in cui era stato mio padre a coinvolgere Ferretti in un discorso fu la mattina in cui tu eri a letto con il mal d’orecchie e io facevo i castelli di sabbia. Mio padre era arrivato al nostro ombrellone più raggiante che mai: aveva in mano la solita mazzetta di giornali: Repubblica, Gazzetta, Donna Moderna, Corriere dei Piccoli e finalmente qualche cosa di interessante da dire.”

Per creare suspense avevo ripreso ciò che rimaneva della birra dalle dita di Chiara e la avevo finita con un lungo sorso, per poi stritolare la lattina.

“E che cosa aveva di così interessante da dire tuo papà?”

Io sorrisi. “Avevano liberato Farouk, te lo ricordi Farouk?”

“No… Ah, sì: il bambino egiziano ricco rapito dall’anonima sarda.”

“Brava, proprio lui. Mia madre, da buona madre italiana, si era subito dichiarata felice per la sua collega mamma di Farouk, mentre mio padre mi pare avesse chiosato con una delle sue solite frasi fatte, tipo povera Italia, dove andremo a finire, o una roba così. Io ascoltavo, distrattamente ma ascoltavo, anche se non me ne importava nulla di Farouk e anzi, volevo solo andare a fare il bagno.

Il vecchio Ferretti invece era partito in quarta: dal caso particolare si era spostato in fretta ad un generale sproloquio sulla diffusione della violenza nella società, fino ad arrivare laddove voleva, ovvero alla Seconda Guerra Mondiale ed ai propri ricordi di partigiano. Il giro era stato piuttosto lungo, gli ci era voluta quasi un’ ora per raggiungere il suo scopo ma alla fine era riuscito nell’intento di attaccare con le sue memorie.”

Ancora a diciassette quasi diciotto anni, ero convinto di essere un ottimo imitatore, un Gigi Sabani in erba, anche se non era proprio così: il mio repertorio si limitava ad una pallida versione di Mike Bongiorno, Fantozzi, Gianni Morandi e mio padre. Quella sera però, mi lanciai nella patetica imitazione del signor Ferretti. Mi era uscito pure un accento più toscano che romagnolo, ma Chiara aveva riso lo stesso, forse apprezzando lo sforzo.

“Mi ricordo come se fosse ieri, era la primavera del 44. Il capitano tedesco aveva fatto radunare tutti in piazza, ma c’erano solo donne, anziani e bambini. Voleva sapere dove si nascondeva la brigata partigiana che era certo facesse base intorno al paese. Io e altri compagni stavamo osservando la scena da lontano con i binocoli. Bill…Mi disse uno dei miei. Che cosa facciamo? Non lo so… Risposi io. Il capitano tedesco intanto si era messo a sbraitare talmente forte che nel silenzio tutt’intorno persino noi da lontano riuscivamo a sentire le sue parole. Io un po’ di tedesco lo capisco e così riuscii a cogliere distintamente l’ordine che ad un certo punto, evidentemente esasperato dal non ottenere niente con le sue minacce, aveva impartito ai suoi uomini.”

“E che cosa disse?”

Chiara mi aveva fatto quella domanda con lo stesso tono impaziente e coinvolto di mio padre. Lui è sempre stato un grande fan di Salgari, tanto da avermi fatto leggere di Sandokan e Corsari Neri per tutta l’infanzia, ed era per questo attratto in maniera incontrollata dai racconti di avventura, soprattutto se reali, o ancora meglio dai racconti di vita vissuta con una punta di feuilleton alla Alessandro Dumas.

Il vecchio Ferretti a quel punto aveva fatto una lunga pausa evidentemente studiata, come nelle mille altre volte in cui probabilmente aveva raccontato la stessa storia all’osteria, per poi pronunciare solennemente qualche parola in una lingua che poteva essere vagamente germanica, a bassa voce, perché poche file davanti a noi stava mezzo Dopolavoro della Wolkswagen. Poi le aveva brutalmente tradotte.

“Violentatele…”

“Nooo!!!”

Chiara aveva avuto un sussulto di fronte a quel colpo di scena, lo stesso di mia madre che, facile alle lacrime quale è sempre stata, aveva iniziato subito a cercare nella borsa della spiaggia i fazzoletti di carta.

“E poi?”

“E poi, in quel climax di drammaticità sono intervenuto io, fuori luogo come lo può essere solo un bambino di otto anni al mare.

“Cioè?”

“Papà posso andare a fare il bagno?”

Chiara si era messa a ridere, per quel mio passo sgraziato da elefante nella cristalleria del signor Ferretti.

“Proprio così: incurante di Farouk, dei ricordi del vecchio Ferretti e delle povere donne illibate del racconto mi ero messo a piagnucolare Papà posso andare a fare il bagno? Con mio padre che, come sempre, mi aveva risposto, Daniele zitto, lo vedi che sto parlando? Ma io imperterrito sono andato avanti a perorare la mia causa, dichiarando che erano già le undici, mentre nemmeno sapevo leggere l’ora.”

“Che scemo…”

“Ero viziato da piccolo, lo ammetto… E insomma, alla fine ho avuto il permesso di avviarmi al bagnasciuga e di aspettare lì mia mamma: così sono corso via e fine della storia.”

“Che cosa vuol dire che sei corso via?”

“Quello che ho detto.” Le risposi io ridendo.

“Cioè non sai come è andata a finire?”

Io risposi semplicemente scuotendo la testa.

“Ma dai, ma guarda che è grave, potrebbe essere stato un crimine di guerra!”

“Ma va… In ogni caso, questo è il mio primo ricordo: l’essere scappato via prima di sentire la fine del mirabolante racconto del signor Ferretti. Comunque questa storia mi ha ronzato in testa tutta l’estate, tanto che quando siamo tornati in città sono andato a cercare sul dizionario che cosa volesse dire violentare. Ho provato vergogna Chiara, te lo giuro, come vedere due che si baciano in una telenovela sudamericana…”

“Idiota.”

“Guarda che è vero, sono rimasto traumatizzato, e infatti non ho mai più domandato conto a mio padre del finale della storia, temendo risvolti scabrosi.”

“Io direi che all’alba dei diciotto anni potresti squarciare un velo su questa storia e andare a domandaglielo.”

“A chi? Allo smemorato di come si chiama? Fatica sprecata: quando ho comprato Out of Time gli ho domandato quali fossero le sue canzoni preferite di REM negli anni ottanta, a lui che si è sempre vantato di essere stato ad un loro concerto quando io ero piccolo, mi ha risposto: non so, non ricordo.

Il giorno dopo interpellammo effettivamente mio padre sui ricordi di guerra del signor Ferretti: ovviamente non se ne ricordava. Così che anche io e Chiara finimmo col dimenticarcene in quella nostra ultima vacanza insieme al campeggio.

***

Non lo so perché quella sera fuori dall’Opium a Barcellona mi sia tornata in mente Chiara: la birretta calda non era certo una scusa sufficiente. Di tempo ne era passato e adesso avevo ben altro a cui pensare: i diciotto anni e le vacanze con mamma e papà erano passati da un pezzo.

Mi ero preso male del tutto mentre camminavo a passo sfalsato dai miei amici verso il nostro albergo in una traversa della Rambla. Miki mi aveva preso sottobraccio incitandomi a raggiungere due ragazze che potevano avere l’età mia e di Chiara quella sera al campeggio con cui attaccare bottone, incuranti del fatto che avevamo da poco svoltato gli anni di Cristo. Gentilmente declinai e mi concessi quel tratto di strada per rabbuiarmi ancora un po’ e spalancare il cervello a tutta una serie di pensieri che a fatica spingevo via ogni volta che facevano capolino.

Il giorno dopo ero di nuovo io, ma tornato in Italia decisi di andare a trovare Chiara.

Di sicuro avrà pensato che sono uno stronzo.

“Ehi Chiara, ne è passato, eh? Boh, che vuoi che ti dica, la vita va. L’altro giorno ho pensato a te, sai? Cioè era notte, sono stato a Barcellona con Miki e gli altri, te li ricordi? Va beh… Senti, in realtà è un po’ che ti volevo parlare: ti volevo raccontare una storia. Non indovinerai mai chi ho incontrato: dai spara…Niente? Va bene, ti do un indizio: ero a Bologna, in trasferta a vedere l’Inter…E insomma, ad un certo punto entro con Miki in un bar vicino al Dall’Ara e mi sento prendere per un braccio: Va la che tifi ancora per quella squadraccia! Te dovevi diventare del Bologna! Ci credi Chiara? Era il vecchio, anzi il vecchissimo Ferretti che a 93 anni ancora tiene botta e ogni tanto accompagna figli e nipoti allo stadio. Come abbia fatto a riconoscermi non lo so, però non puoi immaginare il piacere che mi ha fatto rivederlo. Proprio vero che certe cose si impara ad apprezzarle crescendo, soprattutto quando non ne possiamo più disporre.

Abbiamo chiacchierato per un po’, mi ha offerto un aperitivo e mi ha tirato la solita imbarcata sulla situazione politica, Il disfacimento dei costumi, la Residenza tradita eccetera. Poi però ad un certo punto non ho resistito e gli ho domandato di raccontarmi di nuovo la storia che avevo lasciato a metà tanti anni prima.

Non ci crederai mai Chiara, è pazzesca…”

Chiara se n’è andata troppo presto: senza laurearsi e senza vedere me non laurearmi.

Povera Chiara, non ha nemmeno fatto in tempo ad esultare per il gol di Grosso alla Germania.

Chiara se n’è andata lentamente ed in maniera subdola, lasciando a tutti il tempo di capire bene quello che stava succedendo.

Allora non stavamo più insieme da un pezzo, ovviamente, e ci vedevamo molto meno di quanto non avessimo fatto fino ai diciotto anni.

Io lo sapevo, ma per pudore, o paura, o non so che, in quei mesi cercai di vederla solo il minimo indispensabile, senza mai niente di divertente o intelligente da dire.

Ci ho impiegato più di dieci anni per parlarle di nuovo, in un pomeriggio di sole, quando le ho raccontato la storia davvero pazzesca del vecchio Ferretti, facendola diventare la depositaria unica del mio primo ricordo.

Da quella volta ogni tanto la vado a trovare: non le dico niente, sto con lei qualche minuto o a volte anche un po’ di più.

La storia del vecchio Ferretti non l’ho mai raccontata a nessun altro.

Pubblicato in Narrativa

Commenti

  1. Foto del profilo di Tiziano Pitisci
    Tiziano Pitisci

    Mi aspettavo una storia estiva, allegra, spensierata; in sintonia, insomma, con alcune pubblicità di gelati che circolano in questo periodo. E invece c’è mancato poco che rivivessi “Il lungo addio” di Tiziano Sclavi, anche se sintetizzato in meno di tremila parole. Il finale ho dovuto rileggerlo due volte non perché fosse poco chiaro ma perché speravo di esseremi sbagliato, di aver capito male. E invece…tutto scorre, anche la prosa fluida di Matteo e il suo linguaggio “parlato”, pregno di realismo e privo di orpelli. Mi piace.

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