Il senso triste della noncuranza

La notte in cui il prigioniero vide un’ombra allargarsi sul muro, iniziò a strillare con le mani nei capelli e nessuno riuscì più a calmarlo. Venne giorno e venne anche il commissario Gaffa, nel tentativo di svelare l’arcano. Quando aprirono la cella, lui era seduto sul suo letto, ma non aveva più uno sguardo umano. Era come se il dolore che lo ancorava al mondo se ne fosse andato in un’altra dimensione, lasciando al suo posto solo orrore e sgomento. Di cosa aveva così paura, quel cristiano? Gaffa non lo poteva immaginare.

«Dunque, Telloli, tu hai sentito un rumore e subito una massa nera è uscita dal muro. È così?»

Telloli annuì, ma era muto. Il commissario avrebbe voluto dargli un calcio negli stinchi, quasi certo che lui stesse fingendo per farsi diagnosticare l’infermità mentale. Che ne ricavasse un beneficio. Però non capiva il disegno.

Telloli era accusato di avere ucciso il suo fratello gemello, due anni prima. Di averne occultato il cadavere in un bosco, che un cercatore di funghi aveva ritrovato per caso, di recente, e averne assunto la personalità. Per anni insomma lui aveva fatto finta di essere sia l’uno che l’altro, impersonando di volta in volta quello che aveva appuntamenti, faccende da sbrigare, lasciando il secondo nell’ombra, a letto depresso, a riposare.

L’uno cagionevole di salute, single e dalla vita ritirata; l’altro mondano, con una famiglia da accudire. Grave rischio, perché la moglie e i figli avrebbero potuto accorgersi in qualunque momento di quella sua doppia personalità. Ma nessuno lo aveva fatto, nessuno aveva indagato e il commissario si chiedeva come fosse stato possibile. Indifferenza massima persino fra congiunti, tanto da non essersi mai accorti che il tipo che correva a mettersi a letto quando qualcuno lo avvertiva che stava andando a rendergli visita, era lo stesso che viaggiava con la sua mercanzia per il Paese e che poi tornava a casa dai suoi cari, la sera.

Incongruenze massime su un omicidio che se qualcuno non avesse smascherato, ritrovando in modo fortuito un cadavere coi documenti ancora in tasca, a cui era stata fatta l’autopsia ed era risultato morto per avvelenamento da arsenico, non sarebbe mai venuto alla luce.

Telloli Alfio, di anni 46 e nullafacente, era il morto. Fratello gemello di Telloli Tullio, commesso viaggiatore. Messo alle strette, Tullio aveva confessato quasi subito e il commissario non aveva mai capito perché. Senso di colpa? Forse, acuito dal fatto che non si aspettava che qualcuno potesse risalire al corpo, interrato nel fitto della macchia, insieme al suo segreto che là doveva rimanere.

Benissimo, poiché Telloli non parlava, il commissario chiese al secondino cosa poteva averlo impaurito così tanto la notte precedente. Il secondino disse che Telloli stava guardando un quadro che teneva chiuso nel suo armadietto, e che poi si era messo a urlare. Il compagno di cella non poteva essere di alcun aiuto, dato che era stato portato in ospedale, per essere stato accoltellato durante l’ora d’aria. Telloli, quando si era verificato il fatto, era da solo. Il commissario aprì lo stipite di un armadio di ferro, essenziale. Non c’erano quadri, in quell’anfratto. Telloli iniziò a gridare e allora l’altro pensò di essere vicino alla soluzione.

Era un piccolo oggetto rotondo, con una cornice leggera, di legno. Gaffa lo girò, mentre le grida del prigioniero si facevano più forti. Fuoco! Era nient’altro che uno specchio, rifletteva la sua immagine.

Gaffa si voltò nell’attimo esatto in cui il detenuto si accorgeva che lui aveva scorto il suo enigma. Telloli smise di urlare e con voce greve, tremenda, disse: «Tullio è tornato dal mondo dei morti! Ero sempre chiuso in casa, io. Gli avevo chiesto di scambiarci per una volta, una volta sola! Volevo sapere cosa si prova ad avere moglie e figli. A girare il mondo. Ma lui non voleva, non voleva dividere la sua famiglia con me. Mi ha riso in faccia.»

E con voce piagnucolosa si raccolse in posizione fetale, addossato alla parete, piccolo com’era in quel letto così lungo.

«Sei Alfio?» chiese il commissario, senza troppo scomporsi.

«Sì» rispose lui allora. «Tullio è tornato dal mondo dei morti e presto si vendicherà di me.»

A casa di Alfio, in cortile, c’erano le talpe. Che andavano uccise con l’arsenico. Quella poteva essere una spiegazione. Bisognava appurare però, con più precisione, quale dei due fratelli fosse realmente morto.

Non bastava un documento in tasca e nemmeno la prova di familiarità con un gemello omozigote che riconosce, sotto la sua responsabilità, l’altro.

Il commissario Gaffa se ne andò mesto. Non aveva smascherato un piano diabolico, aveva semplicemente fallito. E con lui le istituzioni, ma più che altro aveva fallito la famiglia. Che un uomo fosse morto e nessuno lo avesse notato era grave, ma che un uomo si sostituisse ad un altro e sembrasse tutto normale, lo era di più. 

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Discussioni

    1. Dario, grazie infinite per il tuo supporto. Sì, lo so. Questo Lab è nelle tue corde. Sono contenta che ti sia piaciuto. Ciao.

    1. Grazie Kenji! Un’idea fulminea, che spero sia plausibile. Posso solo dirti che mi sono divertita. Alla prossima, attendo di leggere il tuo.

    1. Alessandro, grazie! Non potrei mai mancare, lo sai! Dai, ho beccato al volo quest’idea… è andata. Alla prossima.