Il Signore delle Mosche

Serie: Il Branco

Katherine aveva letto “Il signore delle Mosche” a tredici anni e per ben due si era svegliata matita di sudore riemergendo da un incubo di follia. I suoi genitori avevano tentato di rassicurarla, forti della loro fede nella supposta umanità insita nei loro simili. I membri della sua famiglia avevano diffuso e professato il messaggio “pace e amore” con radicata caparbietà, senza disdegnare i fatti alle parole. Un controsenso che l’aveva sempre sconcertata. I bisnonni si erano incontrati a Woodstock e marciato contro la guerra in Vietnam: le era stato raccontato che all’epoca la bisnonna esibiva un fiero pancione di otto mesi. Nel 1989 i nonni, ancora minorenni, si erano recati a Berlino armati di piccone e si erano uniti alla folla per abbattere il muro. Sua madre aveva incontrato il padre a un raduno di Greenpeace e lo aveva sposato il giorno stesso. Erano una bella coppia, Katy si sorprendeva a pensare che non le sarebbe dispiaciuto incontrare il suo compagno in quel modo. Magari, non denudandosi davanti alla sede del governo con l’intenzione di gettare litri di vernice sulle signore in pelliccia. Erano pazzi, originali, attivi. Hippie in un’epoca in cui quella parola suonava vintage.

Lo era anche lei, anche se preferiva mantenere un profilo meno invadente. Sosteneva le cause in cui credeva con passione senza arrivare a impugnare il randello. Amava l’amore e non disdegnava la compagnia dei ragazzi che frequentava. Le piaceva intrecciare corone di margherite che le sue amiche d’Università accettavano in dono con una risata divertita. Forse, a volte, un po’ forzata. Sapeva che molte tolleravano la sua vicinanza solo perché avevano bisogno di un tutor. Amava lo studio e a dispetto delle indubbie doti di ricercatrice sognava di diventare medico. Era suo desiderio lavorare nei Presidi alle dipendenze di un’associazione Onlus. Aveva incontrato un’amica di mamma che aveva svolto un periodo di volontariato come infermiera e i suoi racconti l’avevano incantata. Katherine, a differenza dei suoi genitori, non aveva fede nella supposta umanità insita nei suoi simili. Aveva deciso di contare solo sulla sua.

Aveva imparato a sparare al poligono, ma non aveva avuto il coraggio di acquistare un’arma e chiedere la licenza. Violenza generava violenza, lo insegnava la storia fin dai suoi albori. Anche in quel momento la violenza dominava l’animo di molti: i conflitti nei pressi dei Presidi lo dimostravano.

In cuor suo aveva sempre saputo che l’incubo era un presagio. Quando i Daemon avevano invaso la città era sola. I genitori si erano imbarcati all’inseguimento di una baleniera nei mari del nord e Katy si era trasferita nel monolocale di una compagna di corso.

Aveva trovato rifugio in uno dei dormitori del campus assieme ad alcuni compagni di facoltà, ma la necessità di reperire cibo l’aveva spinta ad unirsi agli altri in direzione del centro. Erano riusciti ad evitare le pattuglie di Daemon avanzando un passo alla volta, nascondendosi nei tombini o in anfratti tanto stretti da lasciar passare a malapena un gatto. I Daemon erano tutt’altro che snelli, quei luoghi offrivano loro una magra protezione. Erano sopravvissuti all’ondata di piena e si erano rifugiati nella cantina di un’enoteca. Sebbene non fosse una buona idea, i ragazzi avevano iniziato a scolare ogni bottiglia a disposizione, certi che l’indomani avrebbe portato la morte.

Katy non aveva bevuto solo perché il sapore dell’alcol non le piaceva. Aveva trascorso gli ultimi giorni in un angolino, sbirciandoli con sospetto. Ogni sua iniziativa, cercare cibo o altro riparo, era stata bocciata sul nascere o procrastinata.

Non le rimaneva che attendere il momento giusto per andarsene. I ragazzi con lei avevano iniziato a farle paura non appena si era resa conto che non intendevano muovere un passo. La loro letargia non era dovuta allo shock, quando al calcolo. Quelli che un tempo erano stati considerati dagli altri studenti gli “sfigati” si erano uniti in un gruppo compatto.

Conosceva piuttosto bene Aronne, il ragazzo dall’aspetto tisico che non spiccicava parola se non sotto tortura. John aveva perso gli occhiali e recuperato un altro paio da un cadavere sulla strada: le lenti non erano della sua gradazione e a parere di Katy gli davano alla testa. Strizzava gli occhi in un’espressione raccapricciante. Samuel interagiva unicamente con il pc nella sua stanza al dormitorio e come Aronne sembrava non avere dimestichezza con il linguaggio verbale. Di altri cinque non aveva voluto conoscere nemmeno il nome.

Quello che la spaventava era la mancanza di dialogo. Iniziavano a interagire a versi o occhiate quasi fossero guidati da un’intelligenza collettiva: uno sciame d’api. L’unico a esserle di sostegno era Abel, un quarterback palestrato: il tipo di uomo da cui rifuggiva come la peste. Sorprendentemente, Abel si era rivelato un ragazzo semplice: figlio di un pastore protestante e una maestra di asilo. Amava il latino, sognava di trasferirsi in Italia per studiare letteratura classica. Un sorriso sincero, l’occhio destro che a volte andava per i fatti suoi quando era nervoso. Duecento libbre di carne fresca.

Aveva cercato di difenderla quando gli altri si erano mossi verso di lei con intenzione palese: l’avevano trascinata all’aperto per i capelli. Ora, un polpaccio del quarterback era conficcato in un palo appuntito posto a contatto con il fuoco del bivacco: sfrigolava lentamente. C’era abbastanza “Abel” da sfamare l’alveare per una settimana. Dopo, ne era certa, sarebbe toccato a lei.

Katy aveva lottato al limite delle forze, tirato ogni oggetto che le era capitato fra le mani fino a quando un bastone l’aveva colpita alla tempia. Mentre abusavano del suo corpo la sua mente era scivolata lontano: l’ultima emozione che seppe riconoscere come propria fu tristezza. Amava l’amore fisico, molti la consideravano una puttana perché non ne faceva mistero. Quello che stavano facendo su di lei non era sesso: era rabbia, frustrazione, desiderio di ferire e prendere una supposta rivincita.

Il vuoto la colse e giacque a terra come una marionetta rotta, la guancia posata al suolo e lo sguardo perso in un orizzonte indefinito. Decise di chiudere gli occhi. Dormì. Si perse in un sogno senza sogni, ignara della tempesta che si apprestava ad abbattere lo sciame.

Non vide, sentì, il Daemon giungere silenzioso come un fantasma. Non ne ebbe coscienza.

Chi la vide, fu lui. Un corpo scomposto gettato come uno straccio, sporco del suo stesso sangue, senza indumenti e volontà. Era viva, Kato riuscì ad avvertire il suo respiro irregolare: il naso non era in buone condizioni, probabilmente rotto.

Prima di uscire allo scoperto si concesse alcuni secondi per valutare la situazione e ciò che vide ruppe qualcosa anche dentro di lui. Ragazzini, poco più di bambini. Ballavano attorno ad un fuoco come selvaggi, in uno stato di malsana estasi: ridevano sguaiati, sputavano, imprecavano. Avevano perso completamente la ragione, tanto che la carne sul fuoco era bruciata al punto da essere immangiabile. Erano questi i giovani umani?

Erano così, gli uomini che avevano attaccato il Villaggio Numero Cinque? Avevano massacrato le donne della sua gente, le figlie e i figli senza un reale scopo se non il desiderio di procurare dolore? Non aveva mai provato sete di vendetta. La vittima di tutta quella violenza cessò di essere una ragazza minuta, bionda: divenne una donna Daemon alta e slanciata, i cui capelli neri aperti a ventaglio erano incrostati di sangue. Anaj, la compagna amata che gli aveva dato una figlia.

D’un tratto, ogni cosa gli fu chiara. Aveva ragionato parecchio negli ultimi giorni, senza trovare soluzioni. Fino a quel momento. Maiali buoni, Maiali cattivi.

Afferrò saldamente la barra d’acciaio che portava con sé e si fece largo nello spiazzo. Li braccò a uno a uno, storcendo e strappando loro le membra, buttandoli nello stesso fuoco che avevano acceso ore prima. Decise che quelli erano gli uomini ad aver fatto scempio della sua famiglia, risolse la questione una volta per tutte mettendo il cuore in pace. Si abbandonò a una violenza che non gli era naturale, ignorando ogni pianto. Anaj e Kateeja non avevano potuto permettersi quel lusso: i loro occhi si erano spenti vitrei senza versare una lacrima.

Una volta solo, prese un respiro profondo. Decise di riporre quanto era accaduto in un angolo e dimenticare: fu il suo modo di seppellire i suoi cari. Un addio.

Raggiunse la ragazza e la sostenne per le spalle aiutandola a sedere. Quando aprì gli occhi, parve non vederlo e Kato attese con pazienza di scorgere un debole luccichio illuminare le iridi chiare.

Katy prese atto della sua presenza. Sollevò le braccia, disperata, ma il gesto che Kato aveva interpretato come un rifiuto si risolse nell’abbraccio angosciato con cui gli cinse il collo.

« Portami via… Per favore, portami via. »

Kato le posò una mano sulla testa, carezzandole il capo. « Chiudi gli occhi, bambina, ti porto al sicuro. »

Serie: Il Branco
  • Episodio 1: Funerale Vichingo
  • Episodio 2: No
  • Episodio 3: Drago
  • Episodio 4: Maiale mangia Maiale
  • Episodio 5: Il Signore delle Mosche
  • Episodio 6: Falco
  • Episodio 7: Redenzione
  • Episodio 8: Punto Zero
  • Episodio 9: 973127
  • Episodio 10: Joy
  • Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Fantasy, Sci-Fi

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    Discussioni

    1. Il richiamo/omaggio al Signore delle Mosche (letto eoni fa, e mi era piaciuto molto) è azzeccatissimo.
      Come altri già hanno commentato, molto crudo il passaggio relativo a ciò che succede ad Abel e Kathy. Ma ben reso. Personalmente mi è piaciuta la scelta di omettere alcuni dettagli, per lasciare che la mente di chi legge li crei da sola, inevitabilmente.
      Infine la vendetta sui “maiali cattivi” di Kato, così catartica, liberatoria. Sto meglio anche io per lui.

      1. Ciao Sergio, inizio anch’io la scalata ai commenti dopo un periodo di forzata inattività 😀 😀 😀
        Ho letto il Signore delle Mosche alla stessa età che aveva Katy ed è stato il primo libro che mi ha provocato un forte senso di angoscia. Credo che abbia influenzato molto il mio modo di scrivere. Dove termina il concetto che abbiamo di “umanità”? In situazioni eccezionali, saremo capaci di mantenere l’empatia che proviamo per il nostro prossimo? E’ il tema portante di questa serie.
        Per Kato hai ragione, per quanto forte chiunque arriva al limite. Nemmeno lui è un personaggio “perfetto”, il che lo rende estremamente “umano”.

    2. “Hippie in un’epoca in cui quella parola suonava vintage”
      Ecco, altra cosa che mi piace del tuo modo di scrivere: con poche parole, riesci a far passare bene un concetto. Laconica, sintetica…ed efficace!
      Devo imparare anche io, che son prolisso 🤣

      1. Grazie! 😀 E’ un bellissimo complimento. Ti confesso che ho imparato moltissimo qui su Open, la necessità di condensare tutto in poche parole è un esercizio utilissimo. Ha stravolto per completo il mio modo di scrivere. Anch’io, per natura, sono prolissa

      2. dici bene, il limite di parole qua su Open non è un malus, ma un utile sfida per sforzarsi ad essere più incisivi, a sviluppare uno stile più comunicativo 🙂

    3. Mi è dispiaciuto quello che è successo a Katy e il quarterback: una scena molto cruda. Se addirittura il daemon è rimasto scioccato dagli esseri umani… Non ho parole. Veramente un bel episodio.

      1. Ciao Raffaele, credo che tutti, a volte, rimaniamo scioccati dagli esseri umani. 🙁

      1. Ciao Alessandro. Nel prossimo episodio fanno la loro comparsa Patrick e Joy. Essendo due personaggi con una storia complicata alle spalle, prima di farli congiungere al branco di Kato ho dedicato loro ben quattro episodi.

    4. In questo racconto la protagonista l’ho trovata molto più approfondita.
      A proposito de “Il signore delle mosche” adesso cerco sul web di cosa si tratta. Sono curioso…

      1. Ciao Kenji, quella parte è un po’ autobiografica. Quando l’ho letto ero più piccola di Kay e me lo avevano propinato come libro per bambini (solo perché parla di bambini) In realtà l’ho trovato davvero inquietante ed è stato il mio primo assaggio di distopico.

    5. Gran bel episodio! Mi è piaciuta la furia con cui Kato ha ottenuto la propria vendetta e quella di Katy. Ci voleva, come lettore lo volevo. Grazie! 🙂 Bello anche il senso di regressione globale che hai trasmesso nel caratterizzare i balordi.

      1. Andando avanti con la vicenda ho compreso che i miei sono antieroi, persone normali che a volte hanno reazioni incontrollabili. La violenza può sbocciare d’improvviso facendoci precipitare in uno stato di bestialità. Anche una sola scintilla nella vita. Per quanto riguarda il Signore delle Mosche, ammetto che leggerlo (da ragazzina) mi ha dato i brividi. Siamo così poca cosa senza le sovrastrutture che si siamo dati in secoli di evoluzione.