Il sogno di una bambina

Due dita di caffè al bar lungo la strada e un croissant tra i denti. La mattinata di Piero sarebbe potuta iniziare peggio e, a tirar le somme, lo aveva fatto: aveva lasciato la figlioletta a casa, sotto specifica istruzione della bambina stessa.
     «Papà, fai una passeggiata e rilassati. Io posso stare a casa da sola, sono grande!»
     E aveva sventolato il cellulare davanti agli occhi del padre, dimostrando con la fierezza e la passione di una bimba che sapeva mandare messaggi e persino telefonare.
     Piero montò sulla jeep e lasciò il bar, puntando al bosco fuori città e svoltando su un sentiero sterrato. Non appena inchiodò sul terriccio sporco di foglioline, il cuore gli finì in gola: l’aveva lasciata sola. Se c’era una cosa che il matrimonio gli aveva insegnato col furore di occhi collerici, era che non avrebbe mai dovuto lasciare la bambina da sola. Era sempre stato prono a disobbedire con orgoglio, quasi aspettandosi un premio; veniva invece ammonito da chi, a differenza sua, prestava attenzione alle necessità della piccola, a chi la accompagnava a letto e le raccontava storie e fiabe. Lui allora guardava dalla porta, stranito e pure offeso, a volte troppo stanco e sudicio dal lavoro per potersi avvicinare a quel lettino e chiedere almeno perdono per essere sempre tanto assente.
     Drizzò la testa. L’aria dolciastra lo carezzò attenta, senza troppo indugiare sulla sua pelle e badando solo a guidarlo verso un sentiero sicuro quando metteva il piede in fallo. L’uomo solitario aveva troppo a cui pensare per preoccuparsi di dove poggiare gli scarponi: le pile di documenti e cartacce cominciarono a volteggiargli in testa, rimbalzando senza suono tra le pareti del cranio e sgusciando via sotto forma di lacrime. Non aveva voglia di riordinare, non ne aveva mai avuta, e lasciò che nel cervello regnasse il caos, godendo delle gradevoli attenzioni di quelle gocce che veloci gli attraversavano tutto il volto sino a morire nella barba. Ogni notte, prima di abbandonarsi al buio assoluto, stringeva la testa tra le mani e si ingannava:
     «È ancora nell’altra stanza a raccontare fiabe alla bambina. Tornerà presto a letto.»
     Ma non tornava. Non poteva più.

Una vibrazione alla gamba lo costrinse a fermarsi: un messaggio. Portò il cellulare davanti agli occhi e cercò di metterlo alla distanza giusta dalla quale leggere il testo minuscolo: «Papà del le persone vengono a casa nostra., hanno telefonato E ti vogliono Torni.»
     Non gli venne nemmeno in mente di ridere per il messaggio incasinato, non avrebbe mai potuto felicitarsi dopo aver letto le parole persone e vogliono nella stessa frase. Sapeva di chi si trattava, li aveva sognati ogni notte da quando era rimasto solo, li aveva accoltellati nel sonno e altrettante volte aveva considerato di ammazzarli pure nel mondo reale: assistenti sociali.
     «La mia bambina. La nostra bambina!» balbettò, guardandosi attorno. Alberi, foglie, puzza di muffa e funghi, odore di solitudine e sconfitta. «Ma dove cazzo sono?» sotto i piedi non più terra battuta, ma un marcescente tappeto di rametti e foglioline abbandonate al loro destino.
     In un solo attimo la realtà gli cadde in testa, e pesava, gravava sulle sue spalle più dei blocchi di cemento che aveva dovuto portare sulle spalle per tutto l’inverno per garantire alla sua amata bambina un banco a scuola. Se loro fossero arrivati a casa prima di lui tutto sarebbe finito. Gli assistenti sociali avevano già chiamato altre volte, mandato lettere, chiesto come andasse la situazione familiare, se la piccola aveva reagito bene alla morte di un genitore, se a scuola aveva buoni voti, se mangiava, se dormiva, persino se respirava regolarmente.
     Nel cercare una via per tornare alla jeep, dovette fare i conti col mostro più coriaceo e maligno che portava nel cuore. Lo vedeva prendere vita tra le ombre dei tronchi, serpeggiare famelico.
     «È stata lei a chiederti di fare la passeggiata, vero?»
     «Sì, e allora?»
     «E allora è un test, cretino. Ti ha mandato via e tu hai accettato subito. Non la sopporti, la piccina, ti ricorda la felicità di un matrimonio che non c’è più. Non la ammazzi nel sonno perché non hai le palle.»
     «Cristo, chi ammazzerebbe mai una bambina!?»
     «Ti ha mandato via perché non ti vuole. Quando gli assistenti sociali arriveranno a casa e lei sarà sola, dirà che abusi di lei e che la lasci sempre lì, in cucina, a far da mangiare e spolverare. Oh, sì, queste merdate alla Cenerentola fanno presa sugli assistenti sociali, fanno presissima! Te la tolgono. E tu stapperai la bottiglia di vino migliore e brinderai alla nostra salute.»
     «Smettila di dire stronzate!»
     Si colpì la fronte, ma non accadde nulla. Allora colpì il cuore, il petto, col pugno chiuso e sperando di ammazzare quel mostro balordo e, nel processo, di farsi abbastanza male da punirsi per aver anche solo concesso all’abominio di parlare.
     Fissò il cellulare, il GPS, girò su se stesso, agitò l’arnese di fronte alla faccia in cerca di informazioni sulla via da prendere. Poi l’illuminazione: se avesse chiamato, forse avrebbe potuto dire alla figlioletta di guadagnare tempo. Batteria scarica.

Lidia, la creatura più dolce del mondo, misurò lo zucchero da mettere nelle tazzine di caffè nel caso i suoi ospiti lo avessero desiderato. Nel caso lo avessero preferito amaro, avrebbe proposto un goccio di latte. Felice di avere ospiti e di aver obbligato papà a rientrare presto a casa, tornò in salotto col vassoio, adagiandolo pian piano davanti alla signora e al signore che avevano fatto visita.
     «Lidia. Ti chiami Lidia, tesoro?»
     Lei annuì, un po’ in soggezione di fronte all’agghindata signora dai capelli cotonati. L’uomo di fianco, muto e coi baffetti bianchi a nascondere quasi del tutto le labbra, si azzardò ad allungare il dito verso la tazzina: fu bacchettato e rimesso in riga.
     «E dimmi, Lidia: papà dov’è?»
     «Gli ho suggerito di fare una passeggiata. Papà è stanco, sempre, e ho pensato che almeno di domenica si sarebbe potuto rilassare.»
     «Ti lascia spesso da sola?»
     La porta di casa sbatté furiosa e Piero balzò dentro, sudato e piegato sulle ginocchia: «Non la lascio mai da sola! Vi giuro che non volevo uscire, vi giuro che la amo con tutto me stesso e… Dio mio, non ho fiato…»
     «Piero?» la signora trasalì. Gli occhi le si gonfiarono di lacrime.
     Lui la fissò, indeciso se parlare o attendere che fosse lei a farlo. «Ci conosciamo, signori?» non erano assistenti sociali.
     «Siamo i genitori di Vincenzo.»
     Piero allungò le braccia verso il muro e cercò sostegno: sarebbe svenuto. «Ah, ecco. Chiaro. Che ci fate qui? Non vi siete neppure presentati al matrimonio. Neppure al funerale.»
     Lidia camminò verso Piero. «Sono il papà e la mamma di papà? Sono i nonni?»
     «Non sono i nonni.» Tagliò corto lui, costringendo le lacrime a starsene quiete al loro posto. Avrebbe mostrato loro solo sdegno e rabbia. «Se per favore potete lasciarci, sarebbe gradito.»
     «Piero, io e mio marito ci odiamo per ciò che abbiamo fatto a nostro figlio Vincenzo e a te. Ma prova a capire. Siamo anziani, per noi è impossibile pensare che un uomo possa averne sposato un altro! Adottare, persino!»
     Piero respirò a fondo. Cercò di individuare del buono in tutta quella faccenda: non erano assistenti sociali, dunque non gli avrebbero tolto la bambina. Inutile odiarsi e odiare ogni altro essere vivente. «Restate a cena, signori?»
     «Restano, papà?» Lidia saltellò attorno al tavolo. Già li amava.
     «Restate, nonni?» rincarò lui.
     Il signore coi baffi, che tanto rassomigliava Vincenzo, si alzò dalla sedia e camminò sino a raggiungere Piero. Senza esitazione, lo abbracciò: «Hai reso onore a mio figlio più di quanto io abbia saputo fare in un’intera vita. Nessuno ti toglierà mai la bambina, vostra figlia. Ho fatto due chiacchiere con gli assistenti sociali e ho risolto tutto.»
     Lidia si infilò tra papà e il nonno, fissandoli dal basso e ridendo tra le lacrime. Chiuse gli occhi, sospirò e capì che, se avesse continuato a crederci, il sogno di una famiglia felice si sarebbe davvero realizzato.

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Responses

  1. Una tematica che andrebbe definita attuale anche se di attuale non c’è proprio nulla, perché sminuirebbe il vero senso del tutto e della vita. Due persone che si amavano, due uomini, con una bambina adottata, uno dei due non c’è più, l’altro, forse il più debole della coppia (ma davanti alla morte tutti siamo deboli, impassibili, disarmati) che si ritrova con un immane fardello sulle spalle, crescere una bambina tutto da solo, con il fiato degli assistenti sociali sul collo, tentatori, infidi, pignoli.
    Sei stato molto bravo a descrivere le emozioni provate dall’uomo, le hai trasmessi, si è provato tenerezza e comprensione verso quell’uomo solo, incapace, in quanto uomo(?), di crescere una bambina da solo, con la bigotta aggravante di essere “diverso” “deviato” “invertito” e chissà quante altre etichette.
    Fa riflettere questo racconto.
    Mi è piaciuto

    1. Non so se è un’impressione mia, ma percepisco rabbia nel tuo commento, ed è la stessa emozione con cui avrei reagito io se la storia non fosse stata mia. A me certe cose non fanno pietà, né imbarazzo, fanno più spesso rabbia.
      Grazie per avermi letto e sono felice che la storia ti sia piaciuta. 🙂

    1. Grazie per avermi letto!
      Ho usato il racconto per provare delle cose, e la trama è venuta fuori da sé. Sono felice di averti emozionato, la considero una piccola vittoria soprattutto perché significa che certi argomenti e certe situazioni di vita riescono a toccare nel profondo.
      Alla prossima!

    1. Grazie per avermi letto!
      Il mio intento non è quello di spiazzare (anche se alle volte succede), ma quello di invitare la gente a riflettere. Mi piace mandare messaggi, usare simboli e sotterfugi per invitare ogni individuo a indagare dentro di sé.
      Grazie ancora, e alla prossima! 🙂