Il vaso di alabastro

In quel luogo, l’armonia non esisteva. Il corridoio collegava l’ingresso a una sala d’attesa dove regnava un vacuo silenzio. Pochi volti tristi sbirciavano fuori dall’unica finestra in cerca dell’arcobaleno. Seppur piovesse spesso, il vispo signore vestito d’ogni colore non sentiva la necessità di fare una passeggiata tra le nubi.
     La porta dello studio si aprì e ne uscì una ragazzina impacciata, col vezzo di riportarsi gli occhiali sul naso a ogni parola. I presenti la ascoltarono rimarcare quanto la dottoressa fosse dispiaciuta di non poter ricevere nessuno, quel giorno.
     Tra i clienti, il primo si alzò dalla sedia: «Io pago, eh, mica vengo qui perché c’ho tempo libero!»
     «Signore, lo so benissimo, ma la dottoressa Flipsen ha avuto un gravissimo contrattempo.»
     Nessuno degli altri, salvo il lamentevole calvo, pensò di indagare su cosa fosse accaduto. Lui, però, dopo essersi lisciato la pelata, pretese che gli fosse spiegato che genere di imprevisto poteva indurre una professionista di un settore tanto delicato a chiudere lo studio senza preavviso.

Dorothea Flipsen esponeva un bel vaso di alabastro proprio sulla finestra. La tenda, che teneva sempre socchiusa, era quel giorno del tutto spalancata e metteva in bella vista i macchinari da dentista. Dorothea, con mani incerte, carezzava il freddo e latteo minerale del vaso: in un certo senso, rassomigliava proprio i denti di alcuni pazienti.
     «Dottoressa, se ne sono andati.»
     A quelle parole, lei si voltò verso la porta e incrociò il rosso e sudato visetto della sua assistente. Aveva tirato su quegli occhiali così tante volte da aver fatto arrossare il naso.
     «Dimmi, Karin, hanno fatto scenate?» domandò la dottoressa, scacciando un’ape curiosa. «Ho sentito che cercavi di spiegare, no? Che gli hai spiegato? Non sono fatti loro se voglio chiudere lo studio per una giornata.»
     La giovane assistente ponderò, ascoltando il ronzio dell’ape che era tornata all’attacco: gironzolava attorno all’unico fiore rosso che usciva dal vaso di alabastro. Si dimenticò persino cosa le fosse stato chiesto. Distratta, non si accorse che Dorothea le aveva preso entrambe le mani tra le proprie.
     «Karin, ascoltami bene: non devi aver vergogna. Sul serio, non è un problema chiudere lo studio per una giornata.»
     «È colpa mia,» mormorò lei, singhiozzando. Il dibattersi dell’ape che aggrediva il fiore si mescolò al piagnucolare della ragazza.
     Tra le due fonti di rumore, Dorothea non sapeva decidersi su quale mettere a tacere per prima. Massaggiò le tempie e poi, facendo bene attenzione a essere notata dall’assistente, sfilò la fede nuziale e la poggiò accanto al vaso.

Sulla porta dello studio dentistico della dottoressa Flipsen era affisso un bel foglio A4: “Lo studio resterà chiuso sino al primo di ottobre”.
     «Ma è pazzesco!» sbraitò una madre, con la figlia che si stringeva la mascella dolorante. «Ieri ha mandato via mio marito e ora questo? No, io non ci voglio credere!»
     La signora, la cui stretta gonna le impediva di correre, zampettò al massimo della sua capacità verso il retro del locale. Cercò la finestra che dava sull’interno dello studio e provò a sbirciare. Davanti agli occhi adirati le si pararono due bei fiori, uno rosso e uno bianco, infilati in un vaso alabastro. Le parve di aver scorto, in un guizzo d’oro e castano bruno, due ombre acquattarsi proprio dietro il lettino dello studio.
     Tornò dagli altri pazienti sconvolti col petto in fuori e un sorriso tronfio, e pretese di essere ascoltata: «La dottoressa è lì dentro, e non è neppure da sola!»
     «È vero?»
     «Oh, bontà divina, è vero sì!» ruggì la signora in gonna, osservando la figlia in pena per meglio alimentare la propria rabbia nei confronti della dottoressa Flipsen. «La sgualdrina è nello studio!»
     «Magari sta progettando di rinnovare. Adesso mi pare esagerato passare agli insulti,» mormorò un anziano poggiato a un bastone.
     «No, no, la insulto eccome!»
     «Signora, mi permetto di ricordarle che ci sono altri mille studi dentistici in città. Alcuni, me lo lasci dire, sono pure più equipaggiati.»
     Lei, paonazza, lottò contro l’ugola ruggente che voleva riversare la propria potenza su quel vecchio guastafeste. Resistette, se non per sé stessa, per dare il buon esempio alla bambina. «Ha ragione. Ma io pago, sono una cliente affezionata, e devo concludere la situazione che riguarda l’apparecchio di mia figlia. Non aspetterò ottobre, nossignore: io entro.»

Dorothea, immobile sul lettino, udì un sinistro click. «Karin, hai lasciato la porta aperta?»
     «No, dottoressa,» bisbigliò la ragazza, riallacciando di corsa il reggiseno. «Pensa che sono ancora qui in giro?»
     «Vestiti e scappa dalla finestra. Inventerò qualche scemenza, ma mai permetterò loro di trovarmi con te.»
     La ragazza, colpita al cuore come da un dardo, strinse la cintura della gonna di jeans, asciugò una lacrima e si voltò un’ultima volta verso Dorothea, intenta a ripescare l’anello nuziale dal caos di ammennicoli che tempestavano il cassetto del mobiletto.
     «Vai, Karin, su! E non pensare idiozie, sai quanto amo la tua soffice pelle, il tuo profumo, ma soprattutto quel tuo riaggiustarti gli occhiali!» la spinse, con un sorriso amaro, aiutandola a scavalcare la finestra. «Troverò la forza di divorziare, un giorno di questi.»
     Mentre Karin scappava nel vicolo dietro lo studio, Dorothea vide proiettarsi un’ombra immensa contro l’intera parete. Si girò, si appiattì contro il davanzale della finestra e osservò turbata la donna bassa e grassa che dall’altro lato dello studio la fissava a sua volta.
     «Lo sapevo che era qui, dottoressa!» esordì quella, avanzando con passi lunghi e pesanti. Sembrava un dinosauro ubriaco, con solo la vaga idea di quale fosse il suo scopo, ma nessun modo per raggiungerlo.
     Dorothea non sapeva che dirle. «Oggi è chiuso, non ha visto il cartello? Devo aver dimenticato la porta aperta.»
     «Chiuso. Certo.»
     «Che significa?»
     «Mica sono entrata adesso, io. Ho visto tutto!» ghignò la signora.
     «Tutto cosa?»
     «La bella assistente indaffarata tra le sue privatezze, dottoressa. Un bel modo di ringraziare un marito affettuoso e dedicato, il suo!»
     Dorothea, senza nemmeno pensarci troppo, carezzò l’alabastro del vaso e lo strinse nel pugno. Il rudimentale strumento servì bene al suo scopo: calò dritto e veloce in mezzo alla fronte della signora. I primi schizzi di sangue si mischiarono alle urla, seguite dalla meraviglia della dottoressa nello scoprire che, sotto il fragile minerale latteo che ricopriva il vaso, vi era una più solida struttura di metallo.
     Dunque, immaginando di star prendendo a sonore mazzate un’automobile abbandonata, Dorothea si trasformò in un classico teppista da strada e si accanì con veemenza su quel cranio soffice che aveva intimato, neppure troppo velatamente, di allontanarla da Karin.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Giovanni. Di solito odio i dentisti, ma la tua Doc ha saputo conquistare la mia solidarietà. In alcune occasioni sentiamo davvero la necessità di avere sotto mano una mazza da baseball o un vaso d’alabastro 😇

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao! Un vaso di alabastro spero proprio di no. Per curiosità ho voluto sbirciare i prezzi online ed è una cosa che ci penserei prima di spaccare sulla testa di qualcuno! 😛

  2. Isabella Sguazzardi

    Ciao Giovanni,
    una lettura davvero coinvolgente in un ritmo serrato. Ho immaginato l’imbarazzo della situazione personale misto al fatto di dover essere scoperta dalla fastidiosa donnona. Un bel finale, pensa ad un possibile seguito. Complimenti!

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Ciao!
      Grazie per aver letto. Non penso ci sarà un seguito, ho già altro che bolle in pentola per quanto riguarda le serie! 😉

  3. Sara

    Mi lasci senza fiato. Il tuo modo di scrivere è avvincente, hai scatenato il panico e sai tenere benissimo la scena. Sei uno scrittore seriale. Finale inaspettato. Per me è da 5 stelle, anche se hai esasperato molto i toni per uno studio dentistico ! Il dente cariato fa male decisamente e qui non ci sono anestesie che tengano…

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Grazie! Sì, la storia è tutta tiratissima ed è stato molto bello esagerare con qualche scemenza (il vaso, prima di ogni cosa). 😀

  4. Cristina Biolcati

    Un modo originale di svolgere il Lab! Mentre leggevo, desideravo proprio arrivare a capire cosa stesse succedendo in quello studio dentistico. Bravo Giovanni, perché hai saputo creare suspense 👍

    1. Giovanni Attanasio Post author

      La vera suspense l’ho avuta io in testa per capire dove mettere la scena del video! 😀
      Grazie per aver letto. 🙂