In assenza di luce

Quando la psicologa entrò, il bambino era seduto davanti a una finestra che si affacciava su un bosco. Suddiviso in ampi quadrati, quel pertugio formava uno schema su cui si poteva giocare a Tris. Forse lui stava pensando a quello, mentre teneva la testa inclinata e tracciava in modo aleatorio una riga che tagliava i vetri in diagonale. A ogni modo, sembrava apprezzare la luce che gli scaldava il viso. Poi però si accorse della presenza della donna, in camice bianco che si avvicinava, e andò a rifugiarsi accanto al letto, quasi fosse un animale guardingo che non si fida.

Mormorando tra sé parole incomprensibili, spalancò gli occhi chiari e provò a gridare, ma la voce non gli uscì. La donna nel frattempo si era accovacciata, per mettersi all’altezza del suo piccolo paziente. Non direttamente di fronte, però, per non ostruirgli la visuale di quella finestra che era parsa come solo e unico punto di apertura.

«Sono la dottoressa Maggi, Nico. Da quando sei scomparso ti abbiamo cercato dappertutto. Adesso siamo felici di averti qui, ospite nel nostro ospedale.»

Nico prese a grattarsi in modo frenetico le braccia, dando segni evidenti di fastidio.

«Quadrati… la luce. Mi piace la luce» si limitò a dire.

La dottoressa Maggi pensò che, evidentemente, lo avevano tenuto in un posto al buio.

«Sei stato trovato sulla strada principale che dal sentiero Bellaria porta al paese. Dov’eri prima di finire lì?» provò a chiedere.

«Il buio. Era tutto buio» rispose il bambino. E si alzò bruscamente, correndo a rifugiarsi nuovamente sulla sedia davanti alla finestra. La mano paffuta, nell’aria satura di pulviscolo, a tracciare per l’ennesima volta una linea sbilenca.

L’impresa sarebbe stata ardua, lo sapeva la dottoressa Maggi. Nico era scomparso un anno prima, rapito un pomeriggio che il padre lo aveva portato al luna park e lo aveva perso di vista soltanto per cinque minuti. Una leggerezza che gli era costata cara, perché la moglie lo aveva lasciato e lui si era ritrovato a dovere migrare all’estero, a bordo del suo camion, per riuscire a trovare un lavoro.

La sera prima, quando Nico era stato ritrovato da un automobilista di passaggio su quella strada, a brancolare nel buio come un capriolo, emaciato e vestito di stracci, i genitori erano stati subito avvisati.

La madre, che in fondo aveva perso le speranze, era svenuta. Poi, in poco tempo si era materializzata in ospedale, dove il bimbo era stato portato. Quando lo aveva potuto vedere, lo aveva tenuto stretto per un tempo interminabile. Nico si era lasciato andare in quell’abbraccio, per fortuna non lo aveva rifiutato. Il padre, invece, ancora doveva arrivare, dato che si trovava in Germania.

«Nico, la tua mamma è qui fuori, e fra poco arriverà anche il tuo papà. Non devi più avere paura, non ci sarà più buio» lo rassicurò la psicologa. «Tu però devi dirmi quello che ricordi. Chi ti ha preso? Con chi sei stato per tutto questo tempo? Dimmelo, Nico. Così lo fermiamo.»

E fu quando lei cercò di mettergli una mano sulla spalla, che il ragazzino si mise a gridale. Un urlo straziante, che non aveva nulla di umano.

«Va tutto bene!» si premurò di dire, mentre si allontanava. «Stai tranquillo, non ti tocco più.»

Se fosse successo di nuovo qualcosa di simile, avrebbe dovuto fermarsi.

Fece un altro tentativo. «Eri da solo, nel posto dove ti tenevano?»

In capo del bambino annuì percettibilmente.

«Sentivi dei rumori? Descrivimi quello che hai visto.»

Nico si avvicinò col viso fino a strusciare contro la finestra, con la lingua accarezzò la luce, s’inebriò del calore del sole.

«Se parlo ritorna» disse. «Mai più buio, mai più».

La psicologa gli promise che non avrebbero spento la luce, nella stanza. Neanche di notte.

Poi prese un foglio da un mobile, una matita e li mise sopra a un tavolino basso, che fungeva da scrivania.

«Vorrei che ti prendessi tutto il tempo che vuoi. D’accordo? Poi disegnalo, così non ne dovrai parlare.»

Nico sembrò destarsi e abbandonò l’osservazione maniacale della finestra, per dare un’occhiata a quel che gli proponeva la dottoressa. Il disegno era un buon compromesso.

La psicologa uscì dalla stanza, sapendo che bisognava aspettare. Passò a rassicurare la madre, poi ne approfittò per andare a prendere un caffè. Quella faccenda l’aveva logorata, sebbene fosse abituata ad avere a che fare con storie strazianti. Nei suoi quarantadue anni di vita ne aveva viste tante, prima e dopo la laurea, dato che non aveva avuto un’esistenza facile. Ma, d’altra parte, se sua madre non fosse stata schizofrenica e suo padre un ubriacone, si sarebbe mai appassionata ai misteri della mente? Difficile dirlo. Probabilmente no, perché il suo intento era sempre stato quello di capire, fare un po’ di ordine dove non ce n’era.

Quando dopo una mezzora tornò da Nico, lui stava disegnando assorto, come se la sua mano fosse posseduta e catturata da un vortice. La sua mente lo stava proteggendo, eppure a un tratto si fermò, e porse alla dottoressa il foglio.

Un palloncino, forse una giostra e un vortice nero. E di lontano un clown dall’aspetto inquietante.

Il rapitore aveva le ore contate, ed era evidente che dovesse essere ricercato fra il personale di quel luna park che lo aveva inghiottito dodici mesi prima. Una disattenzione, sicuramente, e Nico era fuggito. Chiunque fosse, il mostro non lo avrebbe mai liberato, per rischiare di essere individuato. La polizia avrebbe avuto un compito facile, perché Nico aveva già detto loro tutto quello che c’era da sapere.

Forse, quel bambino sfortunato e fortunato allo stesso tempo, avrebbe perso i ricordi, oppure li avrebbe trasformati. L’uomo nero, il clown malvagio, il nemico, avrebbero albergato a lungo nei suoi sogni. Però era vivo, un bambino di sette anni che non aveva avuto paura di cercare la verità. Lui, sul buio, aveva fatto prevalere la luce.

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Discussioni

  1. Un bel racconto, con clown e bambini non c’è mai da star troppo tranquilli.
    Mi piace che la luce che vince il buio da argomento del Lab sia diventato una metafora della liberazione di Nico e della vittoria della speranza sulla paura.
    Bel Lab

  2. Brava Cristina, mi è piaciuto molto il tuo racconto. La figura della psicologa è stata descritta alla grande e anche quella del piccolo Nico, ancora complimenti.

  3. Ciao Cristina, ormai lo sai che adoro i tuoi racconti. Questo finale lo preferisco di più alla tua prima idea. Meglio il clown del camion, almeno per me. 😘

    1. Ciao Ines,
      grazie per avere letto e commentato! Tu ci sei sempre 😘 Era poco credibile, che lo avesse rapito il padre. O, almeno, avrei dovuto dare delle spiegazioni e il racconto avrebbe preso una piega diversa. Un abbraccio 🤗

  4. Scrivi bene, penso di avertelo detto un sacco di volte. Anche stavolta non mi hai deluso. Io non dovrei parlare sul fatto del colpo di scena, ma sono d’accordo. Se la storia non lo richiede è bene che non ci sia. Però in un racconto breve come questo, un guizzo finale me lo sarei aspettato. Così, per semplice gusto personale. Un caro saluto.

    1. Ciao Dario,
      grazie per la tua attenzione. So che ami molto il colpo di scena, però qui io non me la sono sentita 😂 Proverò a stupire in un’altra occasione, promesso. Un saluto.

    2. Ti dirò che la prosa in questo lab raggiunge livelli molto alti. Hai ragione, io sto in fissa con i colpi di scena!😂 Probabilmente non saranno la migliore delle soluzioni, ma non alcuna pretesa di essere un grande scrittore (forse neppure uno scrittore mediocre), mi piacciono e li metto. Mi diverto. Ciao.

  5. Racconto interessante, ben delineato.
    E concordo con ciò che hai detto a Micol: non sempre bisogna stupire e a volte forzare il colpo di scena può essere distruttivo.

    1. Ciao Giovanni,
      grazie per il tuo appoggio 😊 Eh, sì. Qui non c’erano le condizioni per tentare il “colpaccio finale”. Ne andava della credibilità dell’intera storia. Invece… ho potuto soffermarmi un po’ sulla vita della psicologa, sulle sue motivazioni. Alla prossima.

  6. Ciao Cristina,
    la tua storia angoscia, proprio perchè potrebbe essere realtà. I bambini sono creature indifese, chi si accanisce su di loro è un vero mostro. Il disegno, come lo scrivere, è un’arma potente ed è bello che tu l’abbia utilizzato per far “parlare” Nico. Il tuo è un clown molto, ma molto, più spaventoso di Pennywise

    1. Ciao Micol,
      grazie per avere letto e commentato. Ti confesso che, all’inizio, avevo pensato di far disegnare un camion a Nico. Segno evidente che nel suo rapimento ci fosse lo zampino del padre. Però ho accettato il consiglio di persone competenti, che tempo fa mi hanno fatto notare che stupire ad ogni costo non paga. Intendo, cercare l’effetto sorpresa senza curarsi de resto. Il racconto è breve, con pochi personaggi. La trama quindi risulta banale e poco originale, lo so. Diciamo quindi che ho puntato sulla scrittura. Spero sia scritto decentemente e renda la scena. Un abbraccio.