In fondo al tunnel

Serie: Cecilia

Aveva già provato una sensazione del genere: un corpo gettato tra i rifiuti, metallo e carne legati assieme da vincoli elettronici. Un pruriginoso istinto le ordinò di grattarsi la spalla.
     «Non lo farei, bimba.»
     Denti giallastri la fissavano. Due sigarette spiegazzate si appendevano disperate a labbra sottili, emaciate. Inquadrò una folta chioma di batuffoli di cotone, un cespuglio impazzito di riccioli candidi. Si meravigliò di poter vedere ancora una volta: stava bene.
     «Mi hai riparata?» una breve occhiata le suggerì di essere finita nello studio di un pazzoide: tavoli di metallo, piastrelle lucide, provette, pezzi di ricambio per cyborg e ogni genere di diavoleria.
     «Scelta di parole interessante, la tua,» l’uomo si alzò dallo sgabello. A dispetto dei capelli canuti e della barba, saltellava in giro con l’entusiasmo di un giovanotto fresco di scuola. «Sono tinti,» spifferò.
     «Non…»
     «I capelli. Mica sono bianchi davvero,» ghignò. «Ma dicevo: scelta di parole interessante, poco fa.»
     «Che intendi?» Cecilia memorizzò la posizione della porta d’uscita.
     «Niente di che, lascia stare.»
     «Perché ne fumi due alla volta?» Cecilia annusò la nuvoletta di fumo che lui soffiò via. «E dove mi trovo? Chi sei? Cosa vuoi?»
     «Ah, vedo che i sofisticati microchip che hai cuciti al cervello stanno mandando i segnali giusti: paura, sconcerto, adrenalina in circolo!» rise e gettò una delle sigarette nel cestino. «Ne fumo due perché sto facendo un esperimento. Se va a segno, le grandi multinazionali del fumo tremeranno.»
     «Sei uno di quelli che detesta le corporazioni?» distolse lo sguardo. Si domandò se quell’uomo avesse scovato il marchio; non volle dargli il tempo di rispondere: «Grazie per avermi aiutata. Adesso consegnami la mia roba e lasciami andare.»
     «E dove andrai?» ribatté lui, distaccato. La voce si fece roca e pesante; mandò giù un sorso di liquore da un bicchiere sporco. «Il buon sessanta percento del tuo corpicino è meccanico. Poco male, giusto? C’è gente che lo fa per scelta. Tu? Per te non è stata una scelta. Hai lo stemma della Palmer ovunque. Dico, per intenderci, persino le cazzo di viti sono prodotte da loro…»
     «Non sai nulla di me,» sibilò, sulla difensiva. Il cappotto aspettava sull’attaccapanni, pronto alla fuga insieme alla tracolla.
     «La porta sai dov’è, la tua roba pure. Puoi andartene serena, non ho curiosato dentro di te,» si fermò, trattenendo un sorriso. «Voglio dire, dentro in senso clinico…» sbuffò fumo denso e spense anche la seconda sigaretta. «Ma comunque: non avevi danni alle parti umane, solo alle parti cibernetiche. Potresti avere dei fastidi alla gamba: un pistoncino era piegato e ho preferito drizzarlo anziché sostituirlo.»
     «Perché?»
     «Perché solo la tua gamba destra vale quanto questo palazzo; non avrei mai inquinato quella meraviglia d’ingegneria con i miei pezzi schifosi,» si massaggiò la barba folta. «Il resto del tuo corpo funziona a meraviglia. Non so perché sei andata in tilt.»
     «Non sono affari tuoi. Grazie ancora, addio.»
     Recuperò cappotto e tracolla e uscì dal laboratorio.

Giorno. La luce del sole tentava di filtrare attraverso l’enorme cupola che schermava la città dalle radiazioni solari. Cecilia si accorse presto a cosa si stava riferendo l’uomo: zoppicava. Rapita da un istinto improvviso, mise le mani in tasca e tirò fuori la scatolina col regalo per la figlia di Sebastian. Quando alzò lo sguardo sulla via, tutto le parve molto più luminoso di come avrebbe dovuto essere: i sensori ottici faticavano a regolarsi, bloccati sui parametri per la visione notturna. Sospirò e continuò a camminare.
     Dietro il vialetto orrido, tra condomini anonimi e case popolari, Cecilia intravide un piccolo sottopassaggio che l’avrebbe condotta dall’altro lato del quartiere. Vi si addentrò senza troppo pensarci. Il mondo suburbano che aveva imparato a conoscere fiorì attorno a lei. I drogati e i reietti soffrivano le loro pene terrene, ammonticchiati in cataste di corpi e stuoie sudice di escrementi. Più a fondo nel tunnel, neon lampeggianti offrivano conforto ad altre giovani vittime della società, proprio come lei; alcune avevano dimenticato del tutto di avere un volto capace di esprimere emozioni: vuoti sacchi di carne che i pervertiti riempivano di malessere.
     «Yo, sorella…»
     Un tipo con una cresta di capelli fucsia le si affiancò, sbucando da una galleria laterale. Odorava di marciume e vestiva indumenti strappati, di varie taglie più piccole. Lo ignorò, accelerando il passo. In altre occasioni avrebbe abbassato il capo e sopportato le angherie: non quel giorno.
     «Smettila di seguirmi.» Gli suggerì, irritata.
     «Voglio dividere questa tessera con te, guarda,» le mostrò un semplice pezzo di cartoncino. «Dentro ci sono crediti della Blanchet, della Dumont e della… cos’è, aspetta. Sì. La Biancardi, sì. Tutte corporazioni che bazzicano nell’industria alimentare!»
     «Come no…»
     «Sono serio!» il giovane la agguantò per un braccio. Lei lo spinse tra il pattume e una prostituta che sonnecchiava; questa si scostò non appena l’odore dei guai le pizzicò il naso.
     «Sparisci.» Cecilia digrignò i denti. La cresta fluorescente del giovane le sfarfallò davanti agli occhi mentre si allontanava. L’aveva scampata.
     Controllò, ormai per abitudine, di avere ancora tutto, poi avanzò verso l’uscita del condotto malfamato. Il chiarore del sole e i colori di un parchetto ricoperto di neve le diedero sollievo.
     «Ehi, scusami…»
     Si sentì chiamare. Girò di poco la testa e adocchiò una figura che per nessuna ragione avrebbe dovuto essere lì: la ragazzina che aveva di fronte tremava come una foglia, nascosta tra due scatoloni. Non appena infilò una mano nella tasca, Cecilia s’irrigidì.
     «Scusa, ma sei tu in questa foto?» la vagabonda portò alla luce della lampada un cellulare d’ultima generazione. Nello schermo, Cecilia incrociò i propri occhi.
     «Mi assomiglia, non sono io.» Alzò il cappuccio della felpa sul capo e proseguì.
     «Conoscevi mio padre, lo so.»
     A quella parole, si arrestò.
     «Caroline? Sei la figlia di Sebastian?» Cecilia sbiancò.

Si sedettero su due altalene nel parco fuori dal tunnel. Gli alberi rinsecchiti dal gelo agitavano le braccia, scrollando via la neve. Caroline indossava un pigiama e su di esso una giacca pesante; Cecilia immaginò fosse scappata da casa alla prima occasione.
     «Gli uomini della Palmer Technology hanno ammazzato mio padre e attaccato casa mia. Ho ricevuto un messaggio da papà con la tua foto: mi diceva di scappare e aspettarti.» Caroline parlò piano, senza fretta e con tono rilassato. Sebastian le aveva lasciato in eredità una tempra invidiabile, oltre che un viso delicato e limpidi capelli dorati.
     «Come facevi a sapere che sarei passata di qui?» Cecilia si accigliò. Aveva imparato a non fidarsi troppo del caso.
     «Non sei qui perché hai trovato il mio biglietto?» l’altra si sorprese. «Sotto il cuscino ti avevo lasciato un messaggio. Papà mi ha detto che saresti venuta a salvarmi…» le lacrime e i singhiozzi ebbero infine la meglio. Cecilia avrebbe voluto confortarla, dirle quanto aveva apprezzato la gentilezza di suo padre, ma una nuova consapevolezza la sconvolse.
     «Dobbiamo scappare,» balbettò, prendendo Caroline per mano.
     «Dove andiamo? Che succede?»
     «Hanno trovato il tuo messaggio, ne sono certa. La Palmer ti starà braccando.»
     Ai loro passi nella neve si unì presto lo scalpiccio di numerosi stivali. Cecilia li individuò subito: scendevano da auto di lusso, con completi neri e occhiali da sole. Camminavano tra chi vagava nel parco: pochi barboni e gente che non avrebbe mai avuto la forza di ostacolarli. In un istante, sparirono tutti: sole.
     «Aiuto!» Caroline strillò, immobilizzata da due uomini.
     «No!» Cecilia si voltò e tentò di afferrarla. «Lasciatela!» lottò e si dimenò. Morsi, pugni, calci. Inutile. Un lacchè della Palmer pigiò un tasto sul fianco della pistola, la poggiò alla tempia di Caroline e premette il grilletto. Uno scintillio elettrico e la ragazzina si distese per terra, con un foro da parte a parte che distillava sangue scuro e odorava di carne cotta. Neve macchiata di rosso, ancora una volta.
     «Identificati.»
     Si rivolsero a Cecilia. Ma lei non rispose. Tremava. Calda paura le scivolò lungo la coscia e le ricordò di vivere.
     «Identificati, sappiamo che appartieni a noi. Comunica il tuo numero di serie.»
     «Che volete ancora da me?!» si dibatté: mani troppo forti, stavolta.
     «Molto bene.» L’uomo della corporazione si lisciò i capelli acconciati. Si tolse gli occhiali neri e fece un cenno al collega: «Terminala e recupera la scatola del signor Davis.»
     Un cellulare squillò nel silenzio del parco. Cecilia fissava i corporativi che a loro volta aspettavano che il leader rispondesse alla chiamata.
     «Pronto. Sì, è qui. Cosa!? Maledizione! No, no, dico solo… d’accordo.» Ripose il cellulare in tasca e sospirò: «Torniamo in sede.»
     Salirono sulle auto e sparirono.

Serie: Cecilia
  • Episodio 1: L’uomo del treno
  • Episodio 2: Neve nera
  • Episodio 3: In fondo al tunnel
  • Episodio 4: La chiave
  • Episodio 5: Conoscenze
  • Episodio 6: Occhi senza vita
  • Episodio 7: L’ultimo tassello
  • Episodio 8: Un pezzo di carta
  • Episodio 9: Paranoia
  • Episodio 10: L’angelo custode
  • Episodio 11: Concessione
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    Commenti

    1. Giuseppe Gallato

      Ciao Giovanni. Trovo la tua scrittura degna sotto ogni punto di vista: dai periodi alla punteggiatura, dal lessico alla struttura. I dialoghi sono naturali e fluidi, coinvolgono il lettore e lo conducono pian piano nel cuore stesso della trama. Bella l’idea degli episodi (mi hanno catturato tantissimo) e stupendi i titoli scelti.
      I miei più sinceri complimenti!
      Attendo con piacere nuovi capitoli!

      1. Giovanni Attanasio Post author

        Ciao Giuseppe. Ti ringrazio davvero per l’analisi sincera. Sono rimasto sorpreso dal fatto che ti siano piaciuti i titoli: non sono una cosa a cui penso troppo 😀
        Grazi ancora.