Indochine

Serie: Taccuini di cinque anni fa #2 stagione

Lo scorso ieri ero di vedetta sulla prua di un insignificante imbarcazione a cavallo del fiume Mekong e oggi sono a piedi per le radure di una regione dispersa dell’Indocina. Distratto da ogni singolo moscerino svolazzante e dai contorni di un panorama così florido e colorito io dimentico l’essenza di me stesso. Mi perdo costantemente nei miei sogni vivaci rassomiglianti le nuvole ben distese che sopra le nostre teste preparano il prossimo nubifragio.  

La pioggia arriva sussultando su piccoli rintocchi, per noi è il paradiso che cade dal cielo, freschezza e purezza dissolvono la calura e l’afa insopportabile, nemica di ogni uomo. Con la sua cappa ha stretto il nostro respiro. Nemmeno un soffio di vento da quando ho messo piede in questo strano vecchio mondo. Avrei voglia di chiamarlo nuovo vedendolo per la prima volta eppure sono soltanto io a percepirlo così,di fronte gli altri personaggi locali dispersi e poco in vista nascosti nei loro capanni o raggruppati su scialuppe dalla forma a banana con lo scoppiettante motore, per loro si comporta come si è sempre manifestato, con le sue umide pareti invisibili e le palme di una forma particolare, protese in avanti, affaticate dalle gocce non ancora cadute e staccatesi da esse. L‘erba alta incolta nasconde insidie e serpenti, ci coprono il torace solleticandoci sotto le braccia scoperte. Il viaggio è lungo e senza una meta precisa,siamo soltanto viaggiatori, ci fermeremo quando saremo stanchi morti e sudati fradici fin dove i nostri indumenti potranno assorbire. 

Io e Ti-yeng siamo compagni ideali per il viaggio, non parliamo molto ne ci confessiamo sperando di farci amico l’altro o di assorbirne i pensieri per diventarne un fraterno contenitore. Niente bugie o inganni, soltanto il muto rispetto per questo posto e per tutti quelli che incontreremo. Il nostro barcaiolo è rimasto per pochi secondi sulla riva sorridendo e porgendo la punta della barca verso il ritorno, non lo rivedremo per altri diciassette giorni. Io non credo nella fortuna solo nei passi fatti senza guardare avanti. Non esiste il processo di sfiga. 

Lo specchio d’acqua sottile si confonde con l’orizzonte manifestandosi a chiazze tra radure piatte indeterminate e boschi sigillati da cui uccellini spiccano il volo per poi tornare immediatamente, compiono semi cerchi di agile bellezza. La nostra esperienza è nulla in confronto a tanta perfezione inerme, un esile e gracile velo pronto ad involversi in qualcosa di maniacale. Come seta imbevuta attaccata al corpo. Ne rimaniamo sconvolti, io stesso fatico a credere che tanta sintonia possa esistere in un luogo tanto vuoto. il cielo ci pare vicino e nostro, di proprietà umana, azzurro dove gli occhi possono arrivare a percepire il chiarore di un bianco cristallino. Sono addirittura imbarazzato nel soffrire una cotale perfezione naturale, non vorrei essere qui, vorrei invece più semplicemente ritrovarmi tra strade, manifesti e rumori molesti, su per la criniera di una città chiassosa, qui ho soltanto paura di innamorarmi e perdere l’inibizione di saper decidere dove ha termine la realtà del luogo e dove ha inizio la mia fantasia. Sono capace di erigere un muro e solidificarmi su queste terre per non tornare mai più. Ho tanta paura.

Io e Ti-yeng siamo stati sinceri sin dall’inizio, non sarà una ricerca di noi stessi da  condurre qui fuori ma solo un sincero girovagare alla scoperta di ciò che non conosciamo di cui ci affascineremo incondizionatamente. Al termine di questa frase si erge sulla nostra strada quel che sembra un essere di pietra adagiato su un fianco. Il viso invecchiato da piccoli rampicati trovatosi comodi tra le pieghe di un sorriso. Le sue vesti cedono alle leggi naturali. É la statua più grande che io abbia mai visto, la sua pietra è fredda intrisa di tradizione millenaria che ribolle al suo interno. Quante persone avranno toccato questa roccia, qui nel mezzo di un appezzamento distante dalla civiltà, senza nessun museo a ricoprirla o una fila per il biglietto per ammirarla, ne gadget di ogni sorta che nulla centrano con la riproduzione di una divinità pacifica semi addormentata. Il suo stato emotivo è la pace, con i muscoli distesi e rilassati predica la soluzione finale di ogni problema. Intorno giaguari e tigri immobili con gli occhi vuoti e le fauci oramai non più taglienti, fanno parte del panorama statuario che questo luogo ha dimostrato di infondere. 

Ci lasciamo alle spalle velocemente il posto senza sederci a fissare il nulla o smaniando di portarci dietro con noi una fotografia, il nostro intento era fin da subito quello di raggiungere una casupola nascosta dietro un affollamento di alberi e risaie. É poco più avanti dove ci troviamo ora, ne riesco a vedere il tetto color verde pastello e le mura bianche con le macchie del tempo. Un sollievo naturale ci pervade sapendo che non dormiremo all’aperto, la notte l’umidità ti abbraccia e si attacca stretta alle ossa, per non parlare degli insetti pronti a sedarti con le loro punture. Un’uomo sulla cinquantina ci aspetta sulla porta, il suo cappello fatto di canapa copre il viso ed il leggero movimento verso di noi rivela il volto di un personaggio del posto, sembra poter dirci molto più del suo semplice cenno di benvenuto. Gli occhi lucidi e la pelle olivastra sono i tratti che più mi attraggono, egli è il custode soltanto dell sue poche cose ma dimostra di prendersi cura di ben altro da più tempo di quello che si può contare in anni. 

É il padre di Ti-yeng. Tra loro nasce un’abbraccio spontaneo senza lacrime, vorrei versarne io fino a riempire la stanza. Come lo so? Dal tremore che mi nasce sotto lo zigomo e quel tremolio scostante sopra l’addome. Rimaniamo sull’uscio della porta fin quando l’uomo ha capito che suo figlio è tornato per qualche giorno, non c’è premeditazione o prenotazione per quei posti letto a terra. Ci siamo presentati dal nulla. Io sono uno sconosciuto totale, riconosco dai suoi occhi che in viso sono particolare e strano, sono  bastati pochi minuti del suo serio sguardo sulla mia pelle per capire di trovarmi altrove, tutt’altro che in una semplice casa.

Entriamo dentro le quattro piccole mura, niente di serio o mobili ingombranti, una stuoia in terra in un angolo a simboleggiare il letto del padre di Ti-yeng. Qui i nomi non hanno importanza, non ci presentiamo per evitare l’imbarazzo di quando ci saluteremo senza forse rivederci. La stanza odora di acqua stagnata nei muri, legno e foglie di tè. Ci offre del cibo dentro alcune scodelle, riso, dei pesci abbrustoliti sulla fiamma viva e verdure stufate in un pentolino insieme ad un essenza davvero forte. Il fumo ne ha riempito il tetto svicolando da una finestrella ovale. La notte cala veloce, io  e Ti-yeng rimaniamo ancora  svegli per assaporare una parte di mondo di cui suo padre è soddisfatto. Si addormenta quasi subito girandosi su un fianco con ancora il fuoco scoppiettante che riempe l’atmosfera di piacevoli rumori. L’umidità tenta invano di entrare dalla porta principale ma difficilmente varca la soglia di calore provocata dalle fiamme. Fuori il buio copre l’interno circondario, qualche uccello di grandi dimensioni volteggia in cerca di cibo emettendo uno strido di passione. La terra fredda finalmente si libera dei predatori che di giorno hanno riposato, con le loro fauci e gli occhi luminosi si aggirano tra le piantagioni, sembrano fanali di una giungla incivile.

Il tempo di respirare ancora un pò di ossigeno fuori dalle mura e sentirsi soli e siamo rientrati nell’intimità della casupola. Ognuno ha un muro a cui rivolgersi di lato per prendere sonno. Avrei voluto chiedere tanto a Ti-yeng ma credo che a ogni suo volteggio tra le quattro mura ci sia una storia di povertà e debolezze che non trovo giusto rievocare. Non ho immagine del perchè sostiamo qui, forse per dare da bere alla nostra mente con uno stralcio di passato. Tra i lembi di luce che la brace fa volteggiare nell’aria percepisco lo sguardo perforante del mio compagno di viaggio, in uno scatto veloce mi giro verso di lui ed è li che me ne accorgo. Occhi piccoli a fessura mi scorgono, li trovo lucidi carichi di tristezza. Mi fa cenno di tenere per me quel suo stato anonimo che fino ad ora non aveva mai tirato fuori. Da lui ho sempre avuto spinte di coraggio e sorrisi a bocca larga, non c’è stata mai invidia nella mia giovinezza passata in città o sentori di rabbia per i nostri differenti modi di vivere. Volge lo sguardo altrove  preferendo restare da solo, e ce lo lascio voltandomi nuovamente.

Solo ora mi accorgo di alcune immagini sulla parete, piccole palme disegnate sul muro, dipinte con colori naturali sbiaditi nel tempo. Sono veramente pallide  e poco visibili se non a pochi centimetri dall’intonaco sgretolato. Dettagli, tanti dettagli. Fini e quasi nascosti tra le brame impercettibili della realtà. Vividi se riusciti a catturare.

Tutto questo mi preme all’interno, questo piccolo frammento di vita riesce a pervadermi come un cuneo. É soltanto un’altra vita umana spesa in solitudine, ne ho assaggiato un piccolo tratto e mi sento come tramortito nella mia intimità.

Serie: Taccuini di cinque anni fa #2 stagione
  • Episodio 1: Sottili Debolezze
  • Episodio 2: L’aria Sottile
  • Episodio 3: Indochine
  • Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in LibriCK

    Commenti

    1. Marta Borroni

      @franksato la tua prosa cresce, e anche se non dovrei, essendo ormai certa, mi stupisco della straordinaria bravura soprattutto nella prosa lunga, dove il tuo stile narrativo rende a pieno. Anche questo un episodio coinvolgente, dove immagini come “La pioggia arriva sussultando su piccoli rintocchi” lo rendono ricco di quei particolari a me indispensabili per poter avere il gusto di leggere. BRAVO!