Infarto

Serie: La Farfalla

Si fregava le mani, si grattava la testa e, ma solo all’interno, scalciava come un animale in gabbia. E in tutto ciò riusciva a tenere un occhio sulla bizzarra creatura che, oltre la vetrina del ristorante di lusso, giocherellava con una forchetta in attesa del pranzo. Non si sarebbe mai permesso di entrare e sedere al suo stesso tavolo, per quanto desiderasse osservarla da vicino, studiarne i movimenti della labbra succose, delle guance, dei denti che, senza maniere né istruzione, avrebbero fatto sciagura dell’uovo che aveva ordinato.
     Colto da uno strano pulsare al petto, si rese conto di avere tra le gambe un rigonfiamento birichino, un segnale che a letto con la moglie avrebbe strappato risa e una pacca sulle spalle. Brendon aveva supplicato a lungo la medicina moderna e pure quella antica per riottenere tale vigore. Lei, la strana ragazza tatuata, glielo aveva donato per la seconda volta come se nulla fosse: si infilava tra i suoi pensieri e lo stimolava sino a renderlo un fanciullo bramoso.
     Quando rialzò di nuovo il capo, notò che Mylène aveva allargato sul tavolino di legno cerato una serie di flaconcini anonimi, tutti identici nella loro insolita lucidità: pareva che li lustrasse per hobby. La studiò senza troppo badarci e poi rammentò in un solo momento tutti i segni che lui e il dottor Morgernstern avevano scovato sul suo corpo. Fece un passo, uno solo, guidato dall’arredo caldo e dal tappeto che portava al bancone: non riuscì ugualmente a varcare la soglia. Fece dietrofront, ma continuò a controllare Mylène, osservata da gran parte dei clienti, mentre si accingeva a infilare l’ago di una siringa direttamente nell’uovo sodo che le era stato servito.
     La raggiunse in un solo scatto, afferrandole il polso colpevole: «Che stai facendo? Non ti rendi conto del posto in cui ti trovi?»
     Lei lo sbirciò, adagiando con cura materna la siringa sul tovagliolo. Rimise un paio di pillole nei rispettivi flaconcini e si alzò dalla sedia. Con gesti e movimenti altrettanto fluidi e graziosi, si rivestì e coprì le spalle tatuate che l’abito smanicato non si curava di nascondere. Prese l’uovo e lo infilò in una tasca della felpa.
     «Non voglio più saperne di te e delle tue pazzie,» ruggì lui, ma sottovoce. Mylène chinò il capo mortificata. «Paga con quella tua carta e vattene, prima che qualcuno chiami la polizia.»
     «Andiamo dove si può fare tutto in pace?»
     Lui trasalì. «Fare cosa?»
     «Lei è un pervertito, signor Brendon. Io lo vedo.» Lo fissò, mordicchiandosi le labbra per un vezzo che non riusciva a trattenere.
     L’avvocato strabuzzò gli occhi, e il nodo della cravatta gli sembrò improvvisamente troppo fitto: gli mancava l’aria. «Andiamo.»

Dal ristorante alla prima fermata della metropolitana ci vollero cinque minuti a piedi, cinque lunghissimi minuti nel parco che Brendon Dormer impiegò per fare il punto della situazione. Telefonò velocemente ai colleghi e avvertì che si sarebbe preso il pomeriggio per delle faccende private, poi dedicò quanta più energia possibile a decodificare ciò che gli ultimi eventi stavano cercando di comunicargli. Non sapeva se affidarsi a Dio o al destino, né se meritasse quelle angherie o se addirittura fosse stato lui stesso a cercare rogne. Era cosciente di quel suo lato, ed era anche più cosciente del fatto che Mylène rappresentasse la perfezione, ai suoi occhi.
     «Dove andiamo?» la voce riecheggiò squillante nel tunnel. Brendon la ignorò e lei dovette accelerare per stargli dietro. «Non c’è niente di male a essere come lei, signor Brendon.»
     Si arrestò e lei gli sbatté addosso. «Come me? E com’è che sarei!? Vuoi stare zitta?» inveì, senza più frenare la voce e cibandosi delle occhiate dei passanti. «Ti abbandonerò da qualche parte e poi sparirai dalla mia vita, intesi?»
     «Io volevo andare sulla linea sette, però.»
     «E noi prendiamo la nove!» ragliò, picchiando il pugno contro la macchinetta dei biglietti.
     «Ho l’abbonamento…» sibilò Mylène, stringendosi a lui e prendendolo sottobraccio. «Si calmi, signor Brendon, o le verrà un infarto, alla sua età.»
     «Io ti—» si morse il pugno, «sali.»
     Viaggiarono seduti uno di fronte all’altro, isolati e indisturbati. Brendon aveva calcolato che in un quarto d’ora sarebbero arrivati in una zona della città che univa, a modo suo, persone per bene e scapestrati; sarebbero scesi, lui l’avrebbe sospinta con un gesto garbato e poi le avrebbe dato le spalle per sempre.
     La metro impiegò esattamente sedici minuti. Durante il tragitto, Mylène aveva sminuzzato sul bracciolo del sedile una delle pillole dei flaconcini e l’aveva tirata col naso senza il minimo indugio. Lui l’aveva spiata di sottecchi, in parte inorridito e in parte curioso delle strane espressioni che si susseguivano su quel viso limpido e spensierato.
     «Oh, io lo so dove siamo!» rise Mylène, una volta abbandonato il vagone e usciti dal sottosuolo. Girò due volte su se stessa e, mentre perdeva l’equilibrio, si ritrovò tra le braccia di Brendon. Gli lisciò la cravatta col dito e cinguettò, strusciandosi, «oltre il parcheggio c’è un uomo che vende le mie caramelle. Se andiamo più in là, però, possiamo infilarci in una casa dove non si paga per dormire. È comoda, ma bisogna arrivare al decimo piano e non c’è ascensore. Strano, vero? Che non ci sia ascensore.»
     Lui la fissò, muto e imperturbabile.
     «Lo sa, signor Brendon?» riprese Mylène, camminando dinoccolata e allegra, «la pillola che ho preso prima è quella che mi fa fare tanta pipì. Non so perché, davvero.»
     «E le altre? Cosa c’è in quella siringa?» riuscì a chiedere, col colletto della giacca ben tirato sino a coprire parte della faccia. «Ti droghi spesso? Fa male, razza di inetta.»
     «No, fa male se smetti. Una volta ho provato, ed è stato brutto. Mi hanno dato botte, anche. Lei è un uomo buono, signor Brendon, e sono sicura che si convincerà ad aiutarmi.»
     «I miei servizi da avvocato non sono gratuiti e, soprattutto, non sono rivolti a privati. Lavoro per—»
     «La Alter Pharmaceutics.»
     Quando lui si accinse a replicare, si accorse di esser finito ai piedi di un grosso palazzo anonimo in scabroso cemento. Accanto, altri della stessa levatura artistica si ammassavano uno sull’altro, sbilenchi e per metà crollati. Le porte, per lo più divelte e colorate da vernici spray, immettevano ognuna in particolari microambienti: strani ecosistemi in cui vivevano le creature che Brendon aveva sempre accomunato a cani e bestiame.

Dopo una serie interminabile di gradini sozzi di fuliggine e lordume, Mylène decise di fermarsi e bussare a una porta di legno e barre di metallo. La spinse e si meravigliò nel trovarla aperta.
     «Qui non c’è nessuno,» mormorò accigliandosi. «Meglio, no? Mi scoccia quando mi ascoltano gridare.»
     «Giuro che se è una trappola io—»
     «Si può sedere su quel divano, signor Brendon, a breve arrivo.»
     Dopo aver traghettato sul vascello di Caronte, all’avvocato Dormer non importava più se dall’altro lato dello Stige l’avrebbero accoltellato o rapinato. Detestò Mylène per averci azzeccato così in pieno: lui era un pervertito, un maniaco che più di una volta aveva fatto inginocchiare le giovanissime segretarie sotto la propria scrivania. La sua crociata contro i mendicanti e i disgraziati serviva da copertura, una perfetta e insindacabile scusa per ricoprire il suo animo marcio di un’armatura d’oro e diamanti.
     Mylène aveva appena infilato l’ago nell’uovo estratto dalla tasca della felpa. Lo riempì col liquido della siringa e poi lo morse, ingoiandolo in due soli bocconi. Brendon la guardò sogghignare, scuotere le ginocchia e borbottare qualcosa.
     In una frenesia dettata dall’istinto, Mylène si privò di ogni singolo capo d’abbigliamento che aveva addosso. Il braccio, pieno di tagli e cicatrici, si muoveva veloce in cerca di un flaconcino che aveva dimenticato tra i vestiti: mandò giù due capsule.
     «Perché è ancora vestito, signor Brendon?» lei scoppiò in una fragorosa risata, saltellando per la stanza.
     Il seno soffice rimbalzava, e presto rapì la vista dell’avvocato: tre nei circondavano il capezzolo destro, che quasi si confondeva col colore latteo della pelle. Lei atterrò proprio su Brendon, ancora seduto sul divano. Poggiò le natiche sulle gambe del muto avvocato, mostrandogli con fierezza le trascurabili imperfezioni di chi amava mangiare in modo sregolato, in aggiunta al ricordo di qualche taglietto nell’interno coscia. E fu lì, più vicino all’inguine, che Brendon incontrò una meravigliosa forma imperlata di vita, di una succosità che indubbiamente meritava d’essere approfondita.
     «Non si faccia venire un infarto, signor Brendon. Mi serve vivo.»
     E, detto ciò, guidò la virilità impennante dell’avvocato e la soffocò senza alcuna pietà, invitandola al caldo, lontana dagli spifferi autunnali che s’intrufolavano dalle imposte scassate.

Serie: La Farfalla
  • Episodio 1: Pipì
  • Episodio 2: Il tappeto
  • Episodio 3: L’uomo col cappotto
  • Episodio 4: Voglio un uovo
  • Episodio 5: Infarto
  • Episodio 6: Altruismo
  • Episodio 7: La perla più preziosa
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    Discussioni

    1. La descrizione alla fine dell’episodio è scritta decisamente con maestria. Esplicita senza esserlo, dettagliata eppure tutto fuorché volgare. Sai davvero come usare le parole. 🙂

    2. “si rese conto di aver tra le gambe un rigonfiamento birichino”
      Bisogna dirlo, tu sai miscelare davvero bene le parole per dire le cose in maniera simpatica quando è il caso, e banale mai. 😌