Ingiustizia

Deserto secco.

Polvere sotto le mani, vento caldo sopra il viso.

Sudore lungo le tempie, sabbia in bocca.

Aprì gli occhi stordito.

Cos’era successo?

Alzò lentamente la testa, perché sentiva che ogni movimento brusco l’avrebbe steso nuovamente.

Non avvertiva nulla, né dolore né altro, solo un fischio nelle orecchie.

Improvvisamente si tastò istintivamente il corpo martoriato.

Abbassò lo sguardo.

Dov’era la gamba sinistra?

Ma certo, rise tra sé e sé: era volata via dopo esser stato bombardato!

Pian piano il fischio si placò, lasciando entrare nelle orecchie grida, urla ed esplosioni, un baccano incredibile.

I ricordi degli ultimi istanti lo colpirono come un pugno, e rimembrò tutto.

Il fucile era volato via, l’elmetto anche.

La sabbia era una fanghiglia vermiglione sotto la sua schiena.

Eppure ancora non sentiva nulla. Era forse meglio così?

Riposò il capo nella ghiaia, la testa leggera.

Ah, quel dannato giorno. Lui non avrebbe mai voluto fare il soldato. Eppure eccolo lì, morente.

C’era un tono di rassegnato divertimento nei suoi pensieri, o forse era solo esaurito.

Si ricordava quando dovette lasciare la sicurezza e il calore di casa, per combattere per un paese accidioso una causa che non gli riguardava minimamente.

Rosso, il suo cane regalatogli, e la sua sorellina, con cui giocava spesso nel giardino, insieme alla madre; lasciò tutto.

I mesi successivi furono peggiori di quell’addio.

Si sentiva parlare solo di storie eroiche, li facevano apparire salvatori, loro, giovani ragazzi alle prime armi, in tutti i sensi.

Più volte il cadetto si era chiesto se ne fosse valsa la pena, lasciare la possibilità dell’università per quella roba. Non che avesse scelta. Però il danno alla beffa è stato l’arrivo della guerra giusto in tempo per la sua leva.

Andava bene a scuola. Aveva sempre preso ottimi voti. Amava la storia. Quello era il suo percorso.

Da qualche parte c’era di sicuro qualche civiltà che attendeva di essere riportata alla luce, e lui l’avrebbe voluta trovare. O per lo meno gli sarebbe piaciuto moltissimo.

Però non poteva studiare ciò che voleva. Doveva morire. Morire in una battaglia qualsiasi, di una guerra tremenda, per una causa non sua, forse importante, ma che non ripagava la sua singola persona.

Guscio, il suo migliore amico, era rimasto a casa, anni prima, esonerato dalla leva grazie alle sue crisi allergiche e problematiche respiratorie.

Perché non si era inventato anche lui qualcosa? Che idiota!

Perché non poteva anche lui essere a casa, con sua sorella, il suo cane, mentre sua madre cucinava, sapendo che la più grande impresa del giorno successivo sarebbe stato un esame all’università?

La cosa peggiore che potesse succedere era un brutto voto – improbabile, ne era sicuro – ma almeno quello non era definitivo. Finché era alla sua vecchia vita nulla era definitivo, nessun’errore mortale.

Sua madre aveva perso il posto di insegnante per essersi opposta alle elezioni anni orsono, però non si era mai rassegnata ad insegnare, ed ora che dava lezioni private poteva anche passare più tempo a casa, dove lui poteva godere della sua compagnia.

Invece no, doveva combattere lui, partire a sud, via dal suo paese, in territorio straniero, a fare la fine di suo padre, morto dopo anni di squilibrio per i traumi riportati dalla guerra avvenuta meno di trent’anni fa. Lui era il prossimo uomo della famiglia ad andarsene.

Be’, non era solo.

Erano stati mandati lì anche i ragazzi con cui aveva vissuto l’addestramento, male armati, impreparati, nella loro sventurata prima missione di rilievo.

Erano carne da macello.

Un diversivo, mentre altra carne, mandata a morire, guadagnava qualche metro in più rispetto al nemico, che in realtà avevano invaso proprio loro.

Non sapeva neanche il perché di tutto questo.

Era stato strappato dalla sua vita, dai suoi sogni e dalle sue ambizioni, forzato a fare qualcosa che non voleva, pur di poter far dire al proprio paese di aver vinto la guerra, pur di servire uno stato malato.

Non poteva fare nulla. Era stato costretto.

Aveva perso l’importanza, la sua singolarità, l’identità di cittadino, di singolo uomo, ed era diventato un numero per aumentare l’armata di ferro contro gente che non aveva alcun interesse nell’uccidere.

Tutti erano così felici di mettersi in fila per combattere, ed ecco dove erano finiti tutti, chiaramente.

Il dolore pian piano si stava facendo sentire, mentre il sangue continuava a sgorgare fuori dal moncherino di carne rimastogli attaccato.

Gli stava venendo da vomitare.

Tutto quello che poteva fare, provare, vedere, tutto ciò che era e che poteva essere, che fine stava per fare?

Tanto oramai.

Si sentì avvolto da un’amarezza unica.

Aveva buttato una vita, anzi, gliel’avevano buttata via gli altri.

E perché ciò non era un crimine?

Era contro gli uomini ciò che stava accadendo, e per capirlo un ragazzo voleva dire che tutti lo sapevano, e pur non facevano nulla.

C’erano interessi ben più grandi sotto.

Ebbe paura all’improvviso, il dolore si acuì di botto.

Tossì.

Si ripromise di non piangere.

Guardava il cielo nuvoloso, mentre la sabbia si attaccava al sudore sul viso sudicio.

Sentì dei rumori poi.

Degli aerei nemici stavano contrattaccando, sparando sui soldati.

Un’ondata assassina lo sfiorò, la sabbia che gli schizzò contro.

Dei gemiti soffocati gli fecero capire che qualcuno dei pochi amici che si era fatto in quei mesi di addestramento poteva essere morto.

Uno dopo l’altro tutti stavano venendo massacrati.

Anche loro, sogni spezzati, piante sradicate dal loro naturale destino, storie infinite e complesse e uniche che non erano più nulla.

Sarebbero stati raccontati come eroi? No, come sacrifici di una battaglia persa, una delle tante insensate di una grande guerra ancor meno sensata.

Lui era intelligente, e nella sua testa aveva previsto tutto.

La fine di quell’inferno, che dilaniava le nazioni da un anno ormai, sarebbe arrivata con una grande tragedia, se lo sentiva. Il mondo stava precipitando velocemente, stato dopo stato, nazione dopo nazione.

Che schifo.

Il pranzo gli risalì nuovamente.

In lontananza dei soldati si avvicinarono. Erano nemici.

Non sapeva perché, ma stava ridendo. Era tutto insensato.

La perdita di sangue e la confusione gli avevano fatto perdere il senno probabilmente.

I soldati gli puntarono contro le loro armi.

Il ragazzo si ricordò quindi della sua borraccia, quella che aveva riempito la sera prima – quella che sarebbe stata la sua ultima sera – con dell’alcol.

Non sapeva neanche che tipo di bevanda fosse, però il suo compagno di tenda – uno dei suoi amici – l’aveva rubata da qualche superiore, e imitando suo padre dopo il rientro, aveva versato parte del contenuto nella sua borraccia.

Sarebbe stato un colpo forte per i momenti che lo avrebbero atteso – come lo era per suo padre. Oramai era un soldato, era un uomo secondo quello che gli veniva detto.

La borraccia era lì vicino e si allungò per agguantarla. Era l’unico conforto che riuscì a trovare nel crescente terrore assordante.

A fatica, scavando nella sabbia, l’avvicinò a sé, quindi l’osservò: il tappo era volato via nell’esplosione, ed ora era vuota.

Solo poche gocce, unite a sabbia, bagnarono la sua lingua, amare come la vita.

Scaraventò quindi via la borraccia, piangendo come un bambino.

Alla fine non poté neanche quella soddisfazione infantile di provare a bere, per una volta nella sua vita.

Che esistenza inutile!

Si sentì avvolgere in una spirale senza senso.

La sua famiglia ad attenderlo infinitamente, i suoi amici – salvi a casa o morti in guerra –, i suoi sogni, non erano più nulla.

Lui non era più nulla!

«Non è giusto!» gemette tra un singhiozzo e l’altro. «Perché a me! Perché questo! Neanche un ultimo piacere! NON E’ GIUSTO!»

Poi i nemici, probabilmente ragazzi come lui, spararono.

Le ultime lacrime gli rigarono il viso, e provò un abisso di tristezza ed un profondo sollievo.

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Commenti

  1. Antonino Trovato

    Ciao Roberto, hai trasmesso grande intensità ed emozione in un crudo racconto che ha il sapore amaro della realtà, una verità che rimane imprigionata nella privata sofferenza di un uomo mandato a morire in una guerra. Un dolore che hai saputo ben strutturare nel fluido scorrere dei pensieri, dei sogni, dei rimpianti di quest’uomo. Davvero apprezzabile la parte ove il suo malessere si scaglia contro una vuota borraccia, simbolo di un’esistenza ormai ridotta in cenere. Aggiungo la conclusione, davvero struggente, soprattutto le ultime righe, cariche di malinconia, che rispecchiano però anche la fine di una lunga agonia. Quoto in pieno le parole di Giuseppe, in particolare, i suoi complimenti😁!

  2. Giuseppe Gallato

    Ciao Roberto e complimenti per questo racconto intriso di cruda realtà… di quel male umano insulso che fa davvero rabbrividire. Interessante anche la struttura narrativa che hai scelto di adottare per proporlo. Efficace. 🙂
    Questo passo mi è piaciuto particolarmente: “Aveva perso l’importanza, la sua singolarità, l’identità di cittadino, di singolo uomo, ed era diventato un numero per aumentare l’armata di ferro contro gente che non aveva alcun interesse nell’uccidere.”

    1. Roberto Gargiulo Post author

      Grazie mille! Mi fa davvero piacere che ti sia piaciuto. Mi sono buttato in questo mondo (dopo anni di bozze di varia natura) grazie a questa piattaforma, e sto cercando di migliorarmi di volta in volta. Commenti come il tuo mi riempiono di gioia e di energia 💪!
      La fama delle tue opere ti precede, e non vedo l’ora di poterle leggere con calma 😁