Kutsu to Ai  –  くつ と あい –  Un paio di scarpe

Serie: Taccuini di cinque anni fa

Ad Akibahara l’aria sospira sempre di traverso come un ventre di animi che si agita durante il sonno, non è un caso. In questo paese niente lo è. Gli alti palazzi costringono i venti a percorrere un perfetto rettilineo strattonandoli tra le viuzze minori ed i vicoli ancor più stretti riuscendo in fine a sopravvivere ed uscirne indenni. Se edifici, negozi, e botteghe sono disposti in un certo verso è per volere dell’architetto e dell’efficiente gabinetto dell’urbanistica di Tokio che con un minimo di “visual concept” ha saputo donare la giusta posizione ad ogni pedina. I giapponesi lo sanno bene, questa è una partita lunga mille e più anni. Si gioca perdendo denaro e guadagnando un rispetto duraturo nel tempo. Ci sono cose spiegabili sotto forma di numeri ed equazioni altre che non hanno il minimo senso o che per ingiustizia non appartengono ad alcuna grazia divina. Questa popolazione si muove in masse delineate montando maree e marosi, scontrandosi ed includendosi a vicenda. I portuali di Kubura, i pescatori di Tsushima, o gli industriali Yokohama. Queste sono soltanto piccole denominazioni parziali anche troppo generali per definire con certezza e scrupolosità l’imprinting di una cultura.

In tutto questo Matías è il puntino colorato ed informe che sfreccia tra i miliardi di disparati altri puntini bianchi che continuano a raggrumarsi e restringersi in aree stabilite con grande organizzazione.

“Vuoi aprire un negozio di scarpe? Qui? ad Akibahara?” chiese Maiko sgranando il più possibile quei suoi occhi sottili.

“Perché no? Faccio la sponda da Boston fino a Tokio almeno due volte al mese e da ben quattro anni solo per aggiornare i cataloghi di calzature che si venderanno nei negozi. Ne ho abbastanza, voglio vendere qualcosa, parlare con il cliente, fare amicizia. Insomma fare il commerciante” Maiko sorrise con grande tenerezza mantenendo un distacco gentile ed affabile con Matías. Sorride sempre quando è in sua compagnia, una reazione che da un occidentale può essere confusa con tanto altro, ma che in un giapponese è solamente una delle molteplici formalità mimetizzate nei caratteri miti e nelle gestualità nascoste dai tanti sorrisi.

“Sembri convinto di quel che fai” disse lei fissandolo in modo garbato senza lasciar trasparire le proprie preoccupazioni per quel suo amico conosciuto quasi per sbaglio dentro l’ufficio in cui lei svolge lavori di segretaria. Dietro di sé, Matías, si porta i ricordi di un giorno di primavera in cui in modo rozzo e sgarbato entrò dalla porta principale trascinandosi una valigia di pelle nera scura con dentro il catalogo delle calzature ed un’altra valigia personale per viaggiare. Quel giorno, Maiko non poté mai dimenticarlo, entrò emanando un odore di sudore e blaterando poche e stramazzate parole in giapponese che sembravano essere quelle di un uomo stressato. Quel giorno pioveva, dal cappotto di Matías cadeva una quantità incontrollabile di acqua sulla moquette azzurrina dell’ufficio della Matachi Company. Il suo direttore commerciale il signor Azuki, dovette accoglierlo per forza con una punta di disprezzo e fu solo grazie ai dolci accorgimenti di Maiko nell’impartire e nell’insegnare a Matías i modi giapponesi che gli permisero di avere sempre più contatti commerciali in città, ma soprattutto di riuscire a sopravvivere ad una dura e brutta nomea di “gaijin puzzolente e maleducato”, trasformatasi poi in una più orecchiabile. “Kami gentile” lo avevano apostrofato data la mole di acqua che quel fatidico giorno si era portato dentro l’ufficio. I kami sono demoni dalle sembianze particolari che vantano una propria forza solo in prossimità di corsi d’acqua, spesso per mancanza di questi corsi ne portano con sé una piccola quantità tenuta sopra il capo concavo a forma di scodella.

“certo che faccio sul serio, non sarei qui a parlartene” Disse Matías. Si incontravano spesso vicino l’ufficio di lei per prendere un caffè e continuare con le lezioni che al diretto interessato servivano come mappa culturale per orientarsi nel vasto impero di ipocrisia e gentilezza giapponese.

“e cosa dirai ai clienti quando entreranno?”

“non so. Salve? Buongiorno?”

“ah ah” sorrise nascondendosi con la mano la bocca

Matías aggrottò le sopracciglia e si chiuse in una smorfia.

“non fare così, solo le donne giapponesi possono permettersi di essere permalose, tu no. Ed i commercianti devono sempre sorridere”

“ok va bene”

“con un bel sorriso, dillo sempre con un grande sorriso” aggiunse lei

Lui sorrise e lei di rimando rispose accorgendosi dell’immane sforzo che Matías stava sopportando.

“ma ieri il signore dei ramen aveva una smorfia di rabbia mentre mi serviva da mangiare” disse lui

“e tu avresti dovuto chiedergli di voltarsi per non rovinarti il pranzo”

Matías fu colpito dalla severità con cui Maiko si era espressa. I suoi lineamenti si erano fatti duri delineati da una muscolatura in sincrono per definire la mancanza di comprensione per un uomo che nel proprio negozio aveva avuto un singolo momento di scompenso, magari per un problema personale senza rimedio o forse per un sintomo di stanchezza. Matías da quel momento aveva avuto un dispiacere personale, la sua parte di occidentale radicata forzatamente come una radice antica gli aveva imposto di farsi carico insieme al venditore di ramen dei suoi problemi. In quel piccolissimo e magrissimo negozio Matías si era seduto su una panca e a forza di succhiare il brodo dei ramen i suoi pensieri su quale problema affliggesse colui che glie li aveva cucinati si erano ben mescolati ai fumi della cucina e al sapore di uova bollite che andava espandendosi in bocca come un sapore deciso. Stette un paio di minuti in silenzio insieme alla dolce Maiko seduti sul pilastro in cemento che delineava un grazioso giardino dove un gruppo di anziani stava a praticare esercizi con lentezza e precisione.

“credo di essermi innamorato” Disse Matías. A Maiko non piacque tale affermazione, i pettegolezzi erano da ragazzette innocenti con la divisa da scolari, pretendeva in ogni essere maschile una determinazione pari ad un giunco di bambù, flessibile ma non morbido.

“è giapponese?” chiese lei

“Si e anche tanto”

“non esiste una quantità di giapponese in un giapponese” aveva replicato lei sbuffando.

Matías sentì che la stava perdendo dentro un secchio di vanità e stupide convinzioni che non riusciva a spiegare, si sentiva come un tubo rotto che perde definizioni ed espressioni che una dopo l’altra vanno ad allagare un piccolo scompartimento già di per sé allagato. Cambiò allora discorso puntando su qualcosa che sapeva di piacere a lei. “Che scarpe ti piacerebbe trovare nel mio negozio?” Chiese muovendo le spalle in avanti e indietro per dargli ancor di più una forma indefinita. La tattica stava funzionando, vide in lei un cambiamento repentino dell’espressione come se dinanzi si era prospettato il miraggio di un interesse cosmico materializzato sotto forma di calzatura moderna dai toni sgargianti con tanto di musichina flebile di sottofondo crescendo a sostener il divampo di luci colorate.

Le piacevano le scarpe, questo era tutto ciò che Matías sapeva di quella giovane ragazza, ciò che non sapeva era che i loro non erano incontri destinati a portare uno scambio reale e futuro di affettuosità, ma solamente la richiesta del direttore Azuki verso Maiko di tenere i contatti con il giovane yankee in quanto miglior fornitore sulla piazza, seppur troppo occidentale nei modi.

“adoro le Nike, e le Adidas e quegli stivali di pelle rigida che si portano adesso, e poi…… ” Lei si era slanciata in una lista di marche e modelli dai lacci febbricitanti e penzolanti da una fervida memoria, capace di ricordare tessuti e colori, trame e sotto trame di qualsiasi modello fino a salire verso il resto del corpo attaccato ai piedi da vestire ed abbellire solo in funzione delle scarpe.

I loro erano incontri di lavoro, niente più e quell’insana idea di aprire un negozio di scarpe nel bel mezzo di un quartiere dedicato esclusivamente alla vendita di tecnologia era la sfida che Matías si era imposto sapendo che a pochi passi da quella via il palazzo della Matachi Company dove Maiko lavorava torreggiava accanto ad un altro edificio a vetri scuri. Sapeva che di quella sua sfrontatezza nel proporsi in tal modo ne sarebbe rimasto poco valendo però la pena averci provato con tutte le forze. Maiko gli piaceva in tutto e per tutto, in questi quattro anni da lei aveva ascoltato ogni singola parola lasciandosi ammaliare dall’inconfondibile modo di fare, dalla sua fermezza nelle parole, dall’accento orientale nel dire “shoes”, ma anche dalla cortesia di quando per non essere lasciato solo durante la festa della fioritura, lei lo aveva invitato a stare con i suoi amici in un karaoke bar bevendo e cantando strofe di una canzone dei Guns and Roses. Per lui quella notte c’era stata alchimia. Per lei un dovere verso il cliente di un suo capo.

Non importava la disparità di opinioni su certi argomenti o la troppa severità con cui lei affrontava la vita comune di tutti i giorni. L’avrebbe conquistata, e se per farlo serviva comprare un negozio, allestirlo di ogni tipologia di scarpe per poi vederlo vuoto giorno dopo giorno, non gli sarebbe importato. Conosceva i suoi gusti e l’avrebbe conquistata con pazienza. Un paio di scarpe alla volta.

Serie: Taccuini di cinque anni fa
  • Episodio 1: Murray l’amico
  • Episodio 2: Sospinti da un vento di fiducia
  • Episodio 3: Anatre e Anatre
  • Episodio 4: A cavallo di un Dio minore
  • Episodio 5: Come riconoscere due psicopatici
  • Episodio 6: Immobile dentro un corpo
  • Episodio 7: Un figlio devoto
  • Episodio 8: Kutsu to Ai  –  くつ と あい –  Un paio di scarpe
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    Commenti

    1. Marta Borroni

      Ribadisco, come @isabella ha già espresso, la meraviglia che crei nelle atmosfere.
      Ottima padronanza di una cultura non nostra in cui riesci, comunque, a far sentire ognuno di noi uguale nelle aspirazioni e nei sentimenti.
      Bravissimo anche in questo episodio!

    2. Isabella Bignozzi

      Sempre bravissimo Francesco. Mi piace molto come scrivi, le atmosfere che sai creare. Si intuisce grande conoscenza dei luoghi e della cultura giapponese. Molto romantico il finale, la conquista della tenue e (apparentemente) fredda amata a qualsiasi costo! Scarpa dopo scarpa 🙂

      1. Francesco Barone Post author

        Isabella ti ringrazio come sempre dei tuoi interventi che come una dolce armonia ristabiliscono equilibrio subito dopo aver pubblicato.
        È un piacere soddisfarti con il semplice uso della letteratura e dei suoi infiniti contenuti.
        ringrazio ancora Edizioni Open per le possibilitá che ci ha dato in particolare a me piccolo scrittore 😉 😉