L.S.A.T.Y.D.

Cos’è la depressione? Il dizionario la definisce: “deviazione del tono dell’umore in senso malinconico per cui si ha avvilimento, difficoltà di pensiero e di concentrazione, rallentamento psicomotorio oppure agitazione, senza però che si giunga a una vera e propria forma patologica.”
Per me è un avverbio di negazione. E’ un non.
Non ti permette di essere te stesso;
non ti permette di vivere al meglio;
non ti permette di essere felice;
non ti permette di far felice gli altri;
non ti permette di apprezzare le piccole cose.
NON.
Una parola corta composta da sole tre piccole lettere. Eppure che effetto può fare! Su di me ha un effetto potentissimo. La sensazione? Troppo complessa da spiegare e se ci provassi risulterebbe troppo semplicistica. Ironico, vero?
Forse con i colori o con gli odori posso provare a spiegarla…Vediamo!
Se dovessi associare un colore alla depressione probabilmente direi un grigio architettura di Kaunaus con quel suo senso di malinconia e prigionia. 

Grigio architettura di Kaunaus

Se dovessi associare un’estetica azzarderei il Liminal Space, oppure l’After Hours, con quell’aria di abbandono, inquietudine, nostalgia e apprensione.

Tipico luogo Liminal Space

Se dovessi associare un odore direi l’odore di cantina.

Riflessione sul film “Tutta la Vita Davanti” di Paolo Virzì.

Quante volte me la sono sentita ripetere questa frase. Quasi alla nausea, ma è quello che sono costretti a dirti gli adulti quando hai vent’anni, giusto? E’ una di quelle frasi obbligate, come chiedere: <come stai?> a qualcuno di cui non te ne frega assolutamente niente. 
All’inizio ci credevo anche. Era una frase piena di speranza, affascinante. Ho tutta la vita davanti, si cazzo! Ho vent’anni e non devo preoccuparmi di nulla! Tutto arriverà, c’è tempo!
Ma è davvero così? Se non inizio a seminare adesso cosa raccoglierò? Se continuo ad aspettare cosa combinerò?
E infatti daje una, daje due, daje tre, non ci credo più.

La vita è un alito di vento. Va e viene, ti trasporta senza farti comprendere la meta. Rettifico: la meta è l’unica cosa certa. Non sai che viaggio dovrai affrontare per arrivarci, ma in fondo è consolatorio sapere che è tutto nelle mani di Zefiro, vero? (Zefiro, Zerfiro, Zefiro toornaa*). Qualsiasi mia decisione è già stata pensata da un essere etereo che ha tutto nelle sue mani. Ah figata! Quindi non devo pensare a nulla! Me ne sto seduta sulla mia sedia a dondolo, in veranda, sorseggiando un thé caldo aspettando che Zefiro sbuffi nella mia direzione. Ma è davvero così? Non ho nessun potere decisionale sulla mia vita? 

Che schifo. Allora perché dovrei vivere? 
Non comprendo come certe persone possano trovare conforto in un destino che li guida, in un Dio che decide. Io mi sarei già suicidata. Voglio decidere io le mosse sulla scacchiera. Se faccio scacco matto voglio farlo perché ci sono riuscita da sola e non perché alle mie spalle qualcuno suggeriva. Altrimenti che gusto c’è? Tanto vale lanciare i pezzi da tutte le parti e concludere la partita senza un vincitore.

Io sono Marta, mi sento Marta e so di non essere l’unica. **
Costretta a crescere troppo in fretta senza nemmeno comprendere a pieno ciò che mi stavo perdendo. Tranquilli non sto usando questa affermazione come scusa per essere depressa, lungi da me!
E’ solo una considerazione inevitabile.
Sempre sola senza sapere come gestire delle emozioni più grandi di me;
sempre sola senza comprendere cosa stesse succedendo al mio corpo;
sempre sola senza persone accanto in grado di capirmi e rassicurarmi;
sempre sola senza persone che mi trattassero come avrebbero dovuto per l’età che avevo;
sempre sola senza qualcuno che mi appoggiasse nelle mie paranoie da adolescente;
sempre sola;
senza.
Non sono avverbi di negazione, ma il significato è lo stesso. Ecco da dove nasce la mia depressione.
E’ mia, solo mia. Me la sono costruita negli anni, ma ammetto di non andarne fiera. Non è un grande goal. O forse sì?
Se non fossi stata depressa avrei apprezzato le piccole cose della vita?
Se non fossi stata depressa avrei compreso l’importanza della cultura?
Se non fossi stata depressa avrei amato la musica?
Di sicuro avrei avuto meno problemi e ne avrei arrecati ancora meno ai miei genitori, a mio fratello, ai miei familiari, agli amici (chissà che fine hanno fatto?), ai miei ex, alle mie ex, al mio compagno, all’amore della mia vita.

Mi duole ammetterlo, ma sono tornata al punto di partenza. Aveva ragione il mio psichiatra, il mio santo protettore: non sarei mai riuscita a togliermi definitivamente dalla schiena questo fardello perché è parte di me. Com’è quella stronzata del “devi imparare ad accettarlo“? Ripeto: stronzata. Come puoi accettare qualcosa che non fa altro che procurarti dolore? E ci devi convivere tutta la vita! Chi non vorrebbe provare una lobotomia?!
Altrimenti le soluzioni quali sono? Drogarti di sedativi e antidepressivi che ti fanno alterare la percezione della realtà facendoti vivere sugli allori appoggiati sui cadaveri dei tuoi pensieri, oppure sopportare, sopportare e soffrire. Cazzo che prospettiva! Per citare gli Skinless: Life Sucks And Then You Die.***

La cosa più difficile di tutte sapete qual è? L’amore.
Si perché vorreste raccontarvi che grazie a questa emozione sarete rinati, tutto andrà bene e vivrete in una favola.
Bullshit.
L’amore c’è, ma la paura? La paura è lì, in attesa, in un angolo.
“Sono più forte del piacere, sono l’amore. Sono più forte dell’amore, sono il dolore”.****
E sapete il dolore qual è? Non è più un dolore interno rivolto a me stessa, ma è un dolore rivolto all’altro. Il pensiero di fargli del male, di fargli vivere una vita che non merita, di non essere abbastanza, di non fare abbastanza. 
E come spiegargli che non c’è nulla che può fare perché nemmeno io so come comportarmi?
E come spiegargli che quando mi isolo non è perché il mio amore viene meno?
E come spiegargli che lo stress mi fa calare la libido, ma lo desidero ogni giorno di più?
E come spiegargli che vorrei davvero migliorare, ma non so da dove partire?
Come? Io di sicuro non lo so, ma è l’unica domanda al mondo di cui vorrei avere la risposta.

*Cito un madrigale di Monteverdi: Zefiro torna.

**Marta è il nome della protagonista del film.

***La cazone degli Skinless citata è: The Optimist.

****La canzone della Rappresentate di Lista citata è: Alieno.

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Discussioni

  1. “scrivere aiuta a schiarire un po’ le idee. Per me, leggere i miei pensieri significa riordinare i cassetti mentali. Riesco a dargli un senso, senza che si accavallino uno sopra l’altro”
    E stavolta commento citando non tanto uno stralcio del tuo racconto, ma quello di un tuo commento. Sono d’accordissimo con questa frase. Io, senza arrivare a soffrire di depressione – quindi lungi da me far paragoni – sono terribilmente ansioso, tanto. Troppo. E spesso questo ha condizionato la mia vita, le mie scelte. La paura di… E sono d’accordo con questa tua riflessione. trascrivere i propri pensieri forse permette quella cosa che gli anglosassoni definiscono “slice the monster”, prendere un problema grande e scomporlo, analizzarlo, affrontarlo poco alla volta. L’ordine aiuta di fronte alle incertezze ed alle paure.

    Per il resto, brano di grande impatto, come al solito. E magistralmente scritto. E le citazioni artisitche lo impreziosiscono davvero.

  2. “ti fanno alterare la percezione della realtà facendoti vivere sugli allori appoggiati sui cadaveri dei tuoi pensieri,”
    Chapeau. Questa frase, nella sua brutalità, è estremamente efficace. Ben pensato l’accostamento di parole, un’immagine dolorosamente ben riuscita.

  3. Rimango sempre sorpreso dalla tenace forza di volontà di chi racconta le proprio paure e le proprie debolezze. Chissà se è davvero terapeutico, come si sente spesso dire. Di sicuro è toccante per chi leggere. La sensazione è disturbante perché il rischio è quello di riconoscersi nelle tue parole e questo provoca una sensazione di forte disagio. E innesca meccanismi di negazione.

    1. Ciao, intanto grazie per aver letto il mio racconto. Posso dirti, per esperienza personale, che scrivere aiuta a schiarire un po’ le idee. Per me, leggere i miei pensieri significa riordinare i cassetti mentali. Riesco a dargli un senso, senza che si accavallino uno sopra l’altro e soprattutto riesco a definirne l’importanza che realmente hanno. Nella mente tutto sembra ingigantito, pericoloso, terrificante! Leggerli aiuta a dargli il giusto peso senza farmi impazzire.
      Comprendo la sensazione di disagio che possono provocare le mie parole, anche perché non uso mezzi termini quando scrivo. Spero che possano servire a qualcuno per comprendere che non si è soli. Magari qualcuno ha avuto i miei stessi pensieri, ma pensando di essere “anormale” ha cercato di reprimerli. E mi auguro che leggendo i miei scritti quel qualcuno si possa immedesimare e sentirsi compreso.

    2. Certamente capire di non essere soli penso possa davvero aiutare. Aggiungerei che in questo racconto ci sono anche tanti riferimenti culturali stimolanti, dalle immagini Liminal space a “LA rappresentate di lista” (che non conoscevo, mea culpa, e mi riservo di andare a cercare su youtube).

  4. “Non comprendo come certe persone possano trovare conforto in un destino che li guida, in un Dio che decide. Io mi sarei già suicidata. Voglio decidere io le mosse sulla scacchiera”
    Applauso 👏 👏 👏