La bambina e il mare

Il padre e la figliola sedevano su una panchina: dinanzi a loro si estendeva il mare: di sotto, le onde si infrangevano sulle rocce.

I gabbiani garrivano in cielo, e tutt’intorno c’era un piacevole odore salmastro. E calma.

Era quella calma che il padre cercava di mantenere, cercando di combattere quell’oppressione in petto: ora lui era senza padre e la figliola senza nonno.

Era una sensazione così strana, a tratti inquietante, quella di come una giornata come le altre poteva improvvisamente rompere una routine tranquilla.

Lui trovava affascinante come l’uomo potesse vivere questo fenomeno del “lutto”. Questo provare dolore per cose che non c’erano più, nostalgia; provare amore per concetti oramai astratti, ricordi.

Ed oltre il dolore, oltre una dimensione individuale, era così bello sentirsi parte di una catena che si spezzava e ricomponeva di continuo, ed essere parte di una staffetta che, passato il testimone, portava a divenire parte del rumore di fondo della Storia.

I suoi pensieri furono interrotti. «Che cos’è la morte?» chiese all’improvviso la figliola.

Il padre la guardò. Un essere così piccolo come poteva capire un concetto così semplice senza complicarlo? Una bambina dinanzi ad un mare incomprensibile: il micro e il macro, l’uomo e la natura, la conoscenza e l’ignoto.

Rifletté. Lui amava le visioni senza filtri. Come ognuno aveva la propria idea della morte, lui aveva la sua.

«L’essere umano è una macchina complessa e molto efficiente» fece infine. «Non dico perfetta, ma sicuramente si è adattata al meglio. Ma come ogni macchina, anche questa si può rompere, e come ogni cosa anche questa deve finire. Quando c’è un guasto, l’intera macchina inizia a spegnersi fino a non funzionare più».

«Come un computer?» fece la figliola.

«Si, esatto» rispose il padre abbracciandola.

«Ma l’anima?» continuò lei.

Il padre rifletté nuovamente.

L’anima…

«Vedi, l’uomo è proprio come un computer: se immagini il corpo, che consente la fisicità, puoi paragonarlo al lato hardware, come mouse, tastiera, monitor; se immagini la coscienza, il pensiero, puoi paragonarlo a tutte le reazioni software, come i programmi».

«Tipo Paint?»

«Esatto. Ora seguimi che è importante: se rompi un computer – quindi l’hardware – neanche il software può continuare ad esistere perché, malgrado appaiano come concetti distinti, in verità sono la stessa cosa: il secondo è espressione del primo».

«Non capisco» fece la figliola.

Il padre provò a spiegarsi meglio: «se il cervello, come un componente hardware, smette di funzionare, anche la mente, come il software, cessa di esistere: non va da qualche altra parte: la mente esiste finché esiste anche il cervello».

La figliola pareva un po’ pensosa, forse confusa, o addirittura spaventata.

«Non è brutto, non devi temere questa cosa» continuò il padre. «I pezzi di un computer vengono riciclati, e creeranno nuovi computer o chissà cos’altro. Non ci sarà di certo la stessa componente software, ma sostanzialmente nulla davvero scompare: ed è tutto parte di un processo infinito».

La figliola lo guardò. «Quindi sono come un computer».

Il padre rise: «no, non proprio. La differenza con un’auto, o un computer, è che questa macchina che è l’uomo ha emozioni». Toccò il petto della figliola: «sogni, desideri, ed anche un certo principio di autoconservazione.

«Inoltre, cosa ancora più importante, questa macchina è interconnessa con un network di tante altre macchine, che alla sua disfunzione e spegnimento ne risentiranno.

«Alcune si spegneranno con lei, anche se apparentemente accese; altre per un po’ saranno in stand-by; altre ancora cercheranno di cancellarne la cronologia. L’importante è continuare a funzionare.

«E in fin dei conti, la morte è una cosa piccola e normale, ingigantita dal software umano.»

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Discussioni

  1. La storia è lineare e coinvolgente grazie alla metafora tecnologica. Complimenti! Apprezzo anche la scelta del format breve, all’apparenza leggero ma che al suo interno centra perfettamente il fulcro della domanda – forse – più spinosa di tutte.
    Alcune volte mi è solo sembrata un po’ strana la scelta delle parole che il padre utilizza per la figlia, come se non fossero adatte ad una bambina così piccola.

    1. Grazie! I personaggi, come il paesaggio, sono più intesi ad evocare simbolismi e metafore, quindi non li ho mai pensati con realismo. La bambina non è davvero tale, come non lo è il padre, ma solo due personaggi – quasi archetipi – che hanno due valori diversi (la meno “esperta” della vita e il più navigato) e che interagiscono tra loro.

  2. Ciao Roberto, questo tuo racconto apre un rompicapo che l’uomo cerca di risolvere da quando è nato. Dove dimora, l’anima? Si può davvero paragonare ad un sofisticato software che si spegne con il cessato funzionamento dell’hardware? Ho condotto delle ricerche per un mio progetto, partendo dal famoso “peso dell’anima” ai “microtuboli”, ma la risposta rimane sempre lontana. Credo che alla fine, ognuno si faccia la propria idea a riguardo.

    1. Ciao Micol! Era da un po’ che volevo scrivere questo piccolo racconto. Lo iniziai mesi fa, ma non riuscivo a dargli la giusta forma. Alla fine ho trovato un compromesso che mi ha soddisfatto.
      “Rifletté. Lui amava le visioni senza filtri. Come ognuno aveva la propria idea della morte, lui aveva la sua.” Ognuno ha la propria visione di questo dilemma che l’uomo affronta dall’alba dei tempi.
      Personalmente, dopo svariate riflessioni e ricerche nel corso della mia vita (alla quale mi sono approcciato sempre – o quasi – in maniera materialistica e meccanicistica) ho trovato una risposta che per me risolve il dilemma, e tale visione è quella che mi sono divertito a proiettare in questa storia.
      E il bello di un’opera è proprio quello di essere una proposta: è solo l’inizio del viaggio del pensiero.

  3. “«Inoltre, cosa ancora più importante, questa macchina è interconnessa con un network di tante altre macchine, che alla sua disfunzione e spegnimento ne risentiranno.”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  4. “Il padre provò a spiegarsi meglio: «se il cervello, come un componente hardware, smette di funzionare, anche la mente, come il software, cessa di esistere: non va da qualche altra parte: la mente esiste finché esiste anche il cervello».”
    Questo passaggio mi è piaciuto

  5. Bellissimo, davvero.
    La storia appare molto semplice ma nascosto c’è qualcosa su cui pensare, riflettere,…
    Il software umano è assai complicato: arguto aver affiliato ciò alla tecnologia

    1. Grazie! Trovare temi che fanno riflettere e costruirci attorno una storia per tentare di svilupparli credo sia un ottimo modo per andare più in profondità e sondare i limiti e i pregi di tale tema. Inoltre lo trovo molto divertente!

  6. Ciao Roberto. L’idea è abbastanza buona. Dovresti sistemare un po’ la forma, evitare ripetizioni inutili. Ti dico questo perché trovo che il tuo lavoro abbia delle potenzialità; prova a svilupparlo meglio, fino a portarlo alla dimensione di racconto. Così com’è sembra fine a se stesso.

    1. Grazie per le osservazioni ed i consigli! Diciamo che con questo piccolo aneddoto sono arrivato a tre, come piccoli episodi di una serie antologica. Questi, rispetto ad altri, li ho costruiti intorno ad un piccolo pensiero, quindi non li ho mai visti come racconti, più come “caramelle” per riflettere su un tema. Però sono certo di avere molto da lavorare sulla forma e in generale sulla narrativa…mediterò per rendere la lettura meno ruvida e più fluente, appena ne avrò modo. In ogni caso grazie ancora, terrò a mente le tue parole!