La chat

Se ne stavano belli comodi, lui davanti ai tre schermi del suo computer d’avanguardia, e lei stravaccata di traverso sul divano col telefono in mano. Non sapevano affatto che dirsi, neanche quelle due battute spezza-ghiaccio che fanno un po’ film scadente. Nell’attesa che l’altro scegliesse una lettera dell’alfabeto e cominciasse a scrivere, fissavano lo schermo e sbadigliavano: uno dei due doveva parlare, prima o poi!
     Si prese di coraggio, perché era un uomo adulto e con troppa barba per starsene lì a grattarsi la testa. Snocciolò una sequela di parole in ordine vario, ma gli rimasero incartate tra le mani, raggrinzite dalla paura e ferme a un millimetro dalla tastiera.
     Mentre lui si arrovellava per ovviare alla propria inettitudine, lei aveva timidamente scritto «ciao,» fermo lì sullo schermo. «Che fai?» pareva una domanda normale, tranquilla.
     «Ciao!» visto, ne sono capace! si disse lui, e almeno a rispondere se la cavava. «Ho appena finito di lavorare alla tesi.»
     «Oddio, chissà che noia! Non voglio parlarne neppure!» seguono faccine, due gif di divi di Hollywood in pose bizzarre e via dicendo.
     Lui studiò i geroglifici, domandandosi con un pizzico di timore se fosse saggio dire solo “ok”.
     «E a parte la tesi che fai…» aveva ripreso lei, coi tre puntini di sospensione che saltellavano mentre digitava il resto, «come ti sei trovato qui?»
     Eccola, era arrivata. Aveva invocato demoni del passato, supplicato la pietà del fato e pure di più, ma lei la domanda bastarda l’aveva fatta lo stesso. Lui, più bastardo ancora, ci andò giù con quell’onestà maligna che solo lo schermo può donarti: «Volevo conoscere una ragazza con cui spendere una serata in compagnia. Cena, passeggiata, e chissà,» quel chissà, ci pensò tardi, avrebbe potuto pure risparmiarselo. Ma ormai era fatta, e come uno stronzo rimase seduto con le mani ai capelli.
     «In realtà anche io…»
     Schizzò dalla sedia. “Anche lei”, aveva letto bene: pure lei voleva scoparsi il primo che passa! No, senza dubbio le sue idee erano diverse, più moderate e calme, adatte alla nomea che aveva quella specifica chat online. Allora si calmò, respirò a fondo e ricordò che, tra gli oscuri luoghi telematici, quello in cui stava chattando veniva sempre sconsigliato per  cuccare.
     La foto del coniglietto lampeggiò, «non vuoi nemmeno sapere come sono?» domandò lei, con faccine molto ammiccanti. «Tu immagino non sia un cane. Dico bene?»
     «No, così come tu non sei una coniglietta.»
     «Che ne sai? Magari ho i denti storti,» risate, animazioni di bambini che si sganasciano, «come mai proprio quel cane con le orecchie lunghe?»
     «Un po’ mi assomiglia,» che vergogna, pensò, stava realmente cercando di irretire una poveretta sul sito più casto del web.
     «Che scemo, non è vero!»
     «Giuro, sono serio.» E nel frattempo pensava.
     «Ci vediamo alle sei in piazza? Vicino l’arcata.»
     Così, d’un tratto? Lui si girò, si rigirò e vagò per la camera ordinata. Infine tornò alla sedia, «alle sei? Ceni così presto?»
     «Possiamo fare un giro, no? Voglio andare per negozi, ti dispiace?»
     «No, no, figurati.»
     Gli dispiaceva.

Tirato a lucido come la nuova berlina del vicino, lui guardò di traverso il portafogli e si lanciò nella metro. Li aveva due spiccioli, necessari come minimo per un gelato, una magliettina di marca scadente e pure per la cena. L’avrebbe fatta contenta, cosicché lei, così ben trattata e coccolata, si sarebbe lasciata andare. Eh, sì, la vita da universitario era una merda, solo questo gli scorreva nel cervello: un’insegna oscena come di un localaccio, a ricordargli che se non si sarebbe portato a letto una tizia entro una settimana, doveva cedere i cari duecento euro della scommessa al collega.
     Scese dal vagone e salì le scali mobili due gradini alla volta, facendo slalom selvaggio tra i passeggini e i giovinastri storditi dal sabato sera. Volò attraverso la viuzza, sbucando dritto in mezzo alla piazza con la superba fontana al centro. Gli artisti di strada si esibivano in ogni genere di follia, facendo tintinnare nei loro cappelli monetine di poco valore.
     Il cellulare vibrò, «sono arrivata. Ho una salopette nera con la gonna, e dei collant scuri.»
     Lui lanciò subito lo sguardo attorno tra la miriade di facce e capelli cotonati, piastrati, annodati e intrecciati. Tentò di discernere tra i vari sorrisi allegri quello appiccicato alla breve descrizione ricevuta.
     «Scusa, non ti vedo,» digitò, confuso. L’idea di essere stato preso per il culo si avvicinava, infida e miserabile. «Come hai i capelli?»
     «Corti, con due ciuffi sopra le orecchie, tipo. Capito? Ho gli occhiali da vista.»
     Camminò verso la scalinata che portava alla parte sopraelevata della piazza. «Hai i capelli bruni? Tipo noce?»
     «Noce?»
     «Come il legno, noce.»
     «Sì, bravo! Mi vedi?»
     Lui la vedeva, eccome. Si girò, accelerando il passo in direzione del parcheggio: doveva sparire.
     «Oh, eccoti!» lo afferrarono per la mano, e la voce che sentì pungergli le orecchie lo terrorizzò. Quando si voltò, anche lei rimase basita.
     «Una bella sorpresa, vero?» ridacchiò lui, sperando nell’intervento del fato.
     «Quanti anni hai?» chiese lei, con le mani appese alle bretelle della salopette scura.
     «Trenta esatti.»
     «Io tredici.»
     «Cazz—» si fermò, «perbacco.»
     «Sei un pedofilo?»
     «No, ma sono un ottimo insegnate di matematica. Vuoi ripetizioni? Mi servirebbe un lavoretto del genere.»
     «Posso dire a mamma e papà che mi hai rimorchiata su internet?»
     Nonostante lei ridesse della propria ironia, lui trasalì al sol sentire la parola. Le sirene della polizia cantavano già nella sua testa, «preferirei un altro termine.»
     «Adescata…»
     «E basta!»

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Commenti

  1. Micol Fusca

    Ciao Giovanni, hai proposto un racconto che affonda le radici nell’odierna società. I social come mezzo di comunicazione, vita virtuale: una maschera, un avatar, che consente di ritagliare un angolo di mondo tutto nostro. In parte lo comprendo, in questo modo ho superato diverse incertezze nel propormi come scribacchina: apprezzo le critiche, ma il pseudo anonimato mi permette di ragionare con più lucidità, da una prospettiva esterna. Può fare molto bene, può fare molto male. Come ogni arma dipende da come viene utilizzata. Un altro concetto odierno è la velocità con cui le nuove generazioni crescono. A tredici anni ancora giocavo, ora le ragazzine escono con il fidanzatino in discoteca.
    Mi è piaciuto il piglio ironico del finale, l’invito a vivere la realtà senza cadere nell’equivoco. Un monito per molti.

    1. Giovanni Attanasio Post author

      Onestamente la storia è nata dopo aver visto un “meme” su internet. 😀
      Quella che hai fatto tu è una buona interpretazione, anche perché io non avevo proprio in mente nulla mentre la scrivevo, solo il concetto di questi due individui che mi faceva ridere (lo ricollegavo alla vignetta vista su internet).
      Comprendo la tua visione delle nuove generazioni premature, ma non sono sicuro di condividerla. In ogni caso sono d’accordo su ciò che hai detto del finale: la storia voleva far ridere. 😛