La Colomba

All’alba del primo aprile, e purtroppo non si era trattato di uno scherzo, ogni forma di libertà era cessata. Instauratosi col garbo delle belle parole e le movenze di un pattinatore sul ghiaccio, il supremo ministro aveva dissolto nell’acido caustico del regime ogni altro oppositore. La repubblica, bella, sana e amata da vecchi e piccini, era morta. Dicevano, in altri stati e altri tempi, che Dio fosse morto. E forse, con un minimo di elasticità mentale, si poteva pur dire che Egli fosse proprio defunto, ammazzato con randellate ai margini della strada, tra i vetri rotti e gli schizzi di sangue di chi, al grido di libertà e uguaglianza, veniva masticato nelle fauci delle forze militari.
     Le città, la maggior parte ancora ustionate dalle guerre del novecento, si prepararono a venire abusate e calpestate senza ritegno ancora una volta. Non trincee nei campi, ormai desuete, ma solchi grossi e profondi scavati nelle menti di chi, tra titoli accademici e onorificenze, adesso sedeva alla destra del Padre. In squadre di terrore e divise ben riconoscibili, setacciavano i quartieri dove i rivoltosi alimentavano il fuoco della protesta. Tra di loro acciuffavano di tutto, da coloro che ritenevano colpevoli sino agli storpi, i disabili, gli omosessuali, gli immigrati. Pareva, a guardarla da lontano, la replica di un film già trasmesso, ricolorato e in HD per l’occasione. Spiccavano persino attori diversi, ma, grave pecca, sembrava che il copione fosse stato riciclato.

Dovettero trascorrere decine di anni affinché il trambusto si quietasse. Nel frattempo, nuovi e lucidissimi muri proteggevano i confini, vedette e incrociatori se ne stavano ben al largo delle coste a sorvegliare acque tanto calme da poterci camminare sopra senza affondare. Qualcuno si meravigliava di come, in così poco tempo, l’intero paese si fosse piegato a ciò che sotto gli occhi degli altri sembrava naturale e logico.
     Strana bestia, l’uomo. Attento a distinguersi sia dalle macchine che dagli animali, si trastullava e vantava senza rendersi conto della verosimiglianza col prodotto deforme delle fornicazioni di entrambi. Da un lato seguiva algoritmi prescritti da chi, dietro tv e giornali, gestiva con impeccabile cura il fulcro del paese, dall’altro si ostinava ad abbracciare e saziare con voluttà i più bassi istinti dei più bassi esseri striscianti sulla terra.
     Di fronte alla tv, proprio la sera dell’anniversario del regime, sedeva una famigliola come tante. La figlia, incastrata sul divano tra madre e padre, ascoltava con disinteresse la marionetta di carne che apriva e chiudeva la bocca. Ciarlava, ma lei si era tanto addestrata a spegnere le orecchie da non percepire neppure lo straparlare del padre.
     «Ben gli sta, a queste puttane ingrate!»
     Qualcosa, di tanto in tanto, sfuggiva. L’uomo, di decoroso aspetto e gran maniere, si aggiustava smanioso un ciuffo fuori posto. Da qualche parte cercava le parole per esprimere il proprio dissenso, la collera da spettatore che tanto gli mordeva gli intestini.
     «Marito adorato, non davanti alla bambina,» la moglie pronunciava le parole secondo la nuova regola grammaticale, attenta a scandire bene le sillabe e non suonare straniera neppure per errore. «Se hai necessità impellente di sfogarti, la accompagnerò in camera da letto e tu potrai imprecare quanto vorrai.»
     «No, cara, imprecherò con lei qui presente. È ora, per Dio, che impari a capire che certi errori non vanno commessi. Voglio precisare, e ascoltami, cara creatura, perché sto parlando con te, che ci sono individui, negli ambienti scolastici, che vanno evitati come quegli altri schifosi che vedi sullo schermo. Certe frequentazioni, figlia mia, ammazzano la dignità di famiglie rispettabili come la nostra. Bada bene.»
     «Lo farò, papà.» Nell’annuire, la figlia distolse lo sguardo dalla tv. Avrebbero mandato in onda lo stesso servizio nazionalista, un grosso e chiaro atto masturbatorio che serviva a poco più che far eiaculare di gioia gli spettatori più patriottici.
     «Notizia dell’ultima ora!» la principessina dietro al banco del Tg riacciuffò la penna e il quaderno, accorgendosi tardi di essere di nuovo in onda. «Ci comunicano che La Colomba, l’attivista che ha tormentato le nostre forze dell’ordine negli ultimi due anni, è stata catturata in una retata a un ostello fuori città.»
     La figlia portò le mani al capo. «No.»
     «Come dici?» il padre si voltò, rapido come una ghigliottina.
     «Ho bisogno di dormire, domani ho un test importante,» si licenziò con rapidità, prima che sul viso le apparisse l’orrore per ciò che aveva appreso.

La porta della camera era esplosa in un fiume di polvere e trucioli. Seguirono le urla indistinte di corazze nere ed elmi senza faccia. La Colomba giaceva da sola nel letto, per metà nuda. Leggeva, con interesse, un pesante volume di sociologia. Il fragore non la scosse, non la scossero le offese e le intimazioni, e infine non la scosse neppure l’essere trascinata via per i capelli. L’uccello della pace che aveva tatuato in mezzo al petto apriva le ali sui due seni, e quelle battevano per farla volare, distendendosi e ritraendosi mentre la squadra d’assalto la sbatteva giù per le scale. Non la coprirono, non la incappucciarono, bensì pensarono bene di lanciarla di peso nel retro del furgone senza dare il tempo ai passanti di accorgersi di nulla.

La distanza tra la cella e la sala degli interrogatori misurava precisamente centocinque passi. Dalla cella al bagno erano cinquantanove. Dalla cella all’infermeria non lo sapeva, perché in genere la spedivano lì accartocciata su una barella.
     Aveva bei ricci neri che ululavano con folgorante chiarezza la sua terra di provenienza, come se la pelle bruciata dal fuoco della guerra non fosse già abbastanza. Parlava con un accento mezzo francese, e non le importava affatto di attenersi alle nuove regole di dizione.
     «Con chi stai collaborando?»
     Lei scrollò le spalle, ma solo la destra si mosse come doveva, perché la sinistra aveva ormai perso ogni sensibilità a causa delle tante percosse.
     «Ascoltami, Colomba, se non collaborerai non ci sarà fine alla tua sofferenza. Non ti ammazzeremo mai. Quando penserai di essere vicina ai portali infernali, qualcuno tra noi ti riporterà a calci nel mondo dei vivi!»
     «Capitano,» lei cercò l’insegna sul suo petto per sicurezza, «tenente. Non mi ammazzerete? Ben venga. Vivrò per sapere che le donne di questo paese, con più palle di voi stronzi fascisti, riprenderanno in mano le armi e saranno pronte a tagliar via quel cazzo marcio che se ne sta seduto sul suo bel trono di vittime innocenti.»
     La guardarono inespressivi, senza più sorpresa per le oscenità che lei pronunciava ogni giorno senza imbarazzo.
     «Ora, tenente, chi di voi dovrà stuprarmi il culo oggi? Il verginello in fondo alla stanza? A quello lo farei partire dalla mia bella e succulenta fi—»
     Il manganello la colpì dritta nei denti.

In pubblica piazza sfilarono più del settanta percento della donne della nazione. Tutte, persino le ragazzine più impaurite, continuarono a marciare sino al palazzo del dittatore. Alcune di loro furono arrestate, altre costrette con gesti di sconfinata violenza a finire in ginocchio, ma nessuna si fermò. Tutte avevano una grande colomba disegnata sulla fronte, altre la sbandieravano con orgoglio sul petto nudo, chi su grandi teli e striscioni che guidavano il muto corteo.
     Tra loro si distingueva orgogliosa l’espressione agguerrita di una figlia. Dall’altro lato dello schieramento, dove i poliziotti brandivano gli strumenti di giustizia, sapeva che avrebbe incontrato suo padre, anche lui col petto gonfio di orgoglio come tutti gli altri. E lo avrebbe guardato dritto negli occhi mentre lui, rompendo il cranio di quelle puttane ingrate, si sarebbe lavato la faccia col sangue del suo sangue.

Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa, Umoristico

Letture correlate

Discussioni

  1. Ciao Antonio, potresti inserire questo racconto a pieno titolo nel laboratorio Ucronie. Anche se, purtroppo, descrive una realtà non del tutto fantastica. Viviamo in un’epoca storica in cui le libertà e le “diversità” sono in pericolo. Il voler uniformare la massa è un concetto attualissimo, come il ritorno all’insofferenza e la falsa morale. Spero che il tuo non sia un racconto profetico, Orwell e il suo 1984 insegnano.

    1. Sono felice per Antonio per queste belle parole! 🙂
      A parte gli scherzi. La storia è ispirata a una vicenda vera (per quanto riguarda la donna prigioniera), più altri miei sassolini che volevo decisamente tirar via dalla scarpe. 😛 E sì, spero proprio che non si avveri nulla!

    2. Ma figurati! È stato divertente leggere l’email con la notifica del commento. 🙂 Secondo me è un bene che certe cose accadano, almeno si può sorridere un po’!