La giraffa

Se solo tu avessi visto il suo collo. Dio quanto era lungo. Era un tubo rosa stretto e rotondo. Non me lo sto inventando. Sarà stato come minimo 30 centimetri. Questo tizio lavora con me da più di 5 anni ed io non mi sono mai accorto del suo collo. Poi un giorno gli dico “Senti R.”, lui si gira verso di me e io ci rimango. Ti assicuro che un collo del genere non lo vedi tutti i giorni. “Che cosa c’è?” mi ha chiesto vedendomi sconvolto e io ho minimizzato e non mi sono fatto sgamare. Cazzo se era lungo. Poi però ho notato le orecchie. Quelle sue assurde orecchie. Dire che fossero a sventola sarebbe un complimento. Erano praticamente perpendicolari al collo e così sottili e mollicce che ci potevi vedere i raggi del sole attraverso. Sembravano una frittella triangolare. Erano forse più impressionanti del collo. Ma com’è possibile che non me ne fossi mai accorto. Passiamo assieme 8 ore al giorno da 5 anni e non l’ho mai guardato in faccia come si deve. Ne ho parlato a Pamela e lei si è messa a ridere. “Ognuno è fatto com’è fatto”, mi ha istruito acidissima. Io non volevo mica giudicarlo. Volevo soltanto sapere se fossi l’unico a non essermene mai reso conto. Mi sono sempre trovato bene con R….è uno che sa lavorare. Ti passa il tempo assieme a lui. Non fa troppe domande ed è essenziale nelle risposte. È un tipo onesto, all’antica. Infatti non è che queste cose del collo e delle orecchie mi dessero fastidio però, diamine, se tu le avessi viste…capiresti perché ne parlo. È questione di proporzioni. Qui non ce n’erano. Quel giorno siamo andati a mangiare pranzo assieme, io e lui. Gliel’ho proposto e ha accettato. Lo sai che di solito mangio da solo ma ero troppo curioso di scoprire di più su questa faccenda e lui era troppo gentile per rifiutare. Eravamo ancora fuori dal bar perché volevo fumarmi una sigaretta quando mi hai telefonato. Io ti stavo parlando e mentre ti parlavo ho visto che R. aveva la testa in mezzo ad un cespuglio e gli ho detto “Ma che cazzo stai facendo”. Poi ho messo giù senza dirti il perché. Ti giuro che quando R. ha tirato fuori la testa da lì mi è sembrato che stesse masticando delle cazzo di foglie del cespuglio. “Niente niente”, mi ha risposto con la bocca piena, ma intanto ha cambiato colore e si è fiondato nel bar. Quando sono entrato ci siamo seduti ad un tavolo uno in fronte all’altro. A parte lamentarci del lavoro non avevamo nulla da dirci e quel giorno non c’era nulla di cui lagnarsi così siamo rimasti in un pesante silenzio finché non è arrivata la cameriera. Io ho preso una bistecca con del vino rosso e lui un’insalata verde e due litri d’acqua. Mentre mangiavo e bevevo lo fissavo con insistenza e R. se n’è accorto e si è infastidito. Ma ti giuro questa cosa del collo mi stava ossessionando. Mi immaginavo che lo avrebbe flesso per raggiungere il piatto, senza avere bisogno di portarsi il cibo alla bocca. Avrebbe potuto tranquillamente disegnare una C con quel collo. E chissà come sentiva i suoni con dei padiglioni così anormali. Erano tutte cose che mi stavo domandando. In più avevo chiesto del vino, io che non bevo mai, e infatti dopo mezzo bicchiere ero sbronzo. Non sbronzo come quando sei sbronzo quando esci la sera ma comunque abbastanza su di giri da non sapermi comportare come si deve. Infatti a un certo punto non sono più riuscito a contenermi, l’ho squadrato per un po’, poi ho buttato la forchetta nel piatto e gli ho detto “Senti R. ma tu hai un collo davvero lungo” e lui ci è rimasto parecchio male. Mi ha detto che è un difetto di famiglia e cercava di muoversi come per nasconderlo ma, diamine, così lungo era impossibile. “Anche le orecchie, come sono strane” e le fissavo trasognato. In generale stavo sorridendo ma in realtà ero arrabbiato, cioè ero arrabbiato con me stesso per non aver mai notato queste cose e ora buttavo tutta questa cosa su di R. “Hai un collo e delle orecchie sproporzionatissime”, ho persino aggiunto con cattiveria. Il vino mi trasforma.“Sono fatto così”, ha tagliato corto R. umiliato e il fatto che non sapesse manco reagire ad una misera provocazione mi ha fatto imbestialire. “Ma sei sempre stato così…strano?”, ho insistito incurante. R. ha stretto le spalle e continuato a mangiare la sua insalatina, muto come un pesce. Sono rimasto in silenzio anche io, pensieroso. C’era davvero qualcosa che non mi tornava nella sua forma fisica. Non era semplicemente un uomo con delle fattezze particolari, a guardarlo bene mi sembrava un alieno. A parte il fatto che era vestito come me, non avevamo nulla in comune, il suo collo, le sue orecchie, sto cappello che levitava sul suo cranio spelacchiato… Alla fine chissà da dove mi è venuta un’illuminazione. “Senti R ma non è che sei una giraffa?”. Gliel’ho buttata lì per vedere come avrebbe reagito. Gliel’ho domandato sottovoce ridacchiando. Un po’ non ci credevo nemmeno io, eppure con un collo del genere non si sa mai. R. ha tirato su la testa e aveva quei suoi grossi occhi buoni tutti lucidi e gli tremava la bocca e ora notavo che anche la mandibola era strana da quanto era estremamente rientrata rispetto alla mascella. Stava ancora masticando l’insalata con ottusa lentezza, muovendo la bocca in senso orario mentre mi guardava triste come un cane abbandonato. “Tu sei ubriaco”, ha biascicato con fatica e ti giuro era praticamente in lacrime. In quel momento ho capito di averlo sgamato. R. è una giraffa. È una giraffa parlante umanoide, non so come sia possibile ma è la verità. Nessuno se ne sarà mai accorto ma così stanno le cose. Forse lo è diventato negli ultimi tempi, non lo so, ma la sua bocca, il suo collo, le orecchie, gli occhi, le ciglia, come mastica, e anche quando cammina sentissi come fa rumore, sembra uno sui trampoli. Non ti puoi sbagliare, è una giraffa. Una giraffa adulta di media grandezza. Ora che avevo scoperto il suo segreto, R. mi pareva un uomo distrutto ed io infatti mi sono sentito in colpa per averlo beccato. In fondo cosa mi cambia se lui è una giraffa? Per me può essere l’animale che vuole, finchè andiamo d’accordo. L’importante è non rompersi le palle l’uno con l’altro. Ci tenevo a farglielo sapere ma vedendolo come stava, tutto tremolante e spaventato, ho creduto che fosse meglio non parlarne più. Così gli ho detto “Scusami, sono ubriaco, non ci fare caso” ma non avevo ancora finito di parlare che R. si è alzato di colpo e se n’è andato. L’ho guardato uscire dal bar. Il suo sembrava il galoppo di un claudicante. Io invece ho aspettato che il vino mi scendesse un po’ e poi sono tornato a casa. Non mi andava di lavorare quel pomeriggio. Non avrei saputo come comportarmi dopo quella scenata, perlomeno non lo stesso giorno. Il mattino dopo infatti ero disposto a lasciarmi la cosa alle spalle con R. ma lui non c’era più. “Raffaele si è fatto trasferire,” mi ha comunicato Pamela sovrappensiero. “Perché se n’è andato?” le ho chiesto ma lei mi ha ignorato. Mi ha guardato come se fossi un idiota, poi ha scosso la testa ed è tornata al suo ridicolo cruciverba. Beh comunque a me dispiace che R. se ne sia andato. Ancora di più se l’ha fatto per causa mia. Non avrei rivelato a nessuno dei miei colleghi il suo segreto. Questi qui sono tutti degli stronzi. Anche Pamela è una stronza. Una delle peggiori. Invece R. lavorava bene. Parlava poco. Adesso con Olga non mi passa più. Si fa sempre gli affari miei e quando non siamo d’accordo strilla come un’indemoniata. Ti giuro che qui dentro sto impazzendo. La mia vita non sta andando per il meglio. Sento di dover fare qualcosa. Devo andarmene da qui. Devo andarmene il prima possibile.

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