La lanterna del viandante

I passi del viandante sono illuminati dalla luce fioca della sua lanterna, mentre attraversa il sentiero che taglia quel fitto e silenzioso bosco di querce e faggi. Non sa perché si trova in quell’oscuro luogo, tantomeno riesce a comprendere come abbia fatto a raggiungerlo, in quella notte talmente buia da ottenebrare anche la sua mente.

Tutto d’un tratto, però, il suo udito è improvvisamente sfiorato da una melodia meravigliosa, che pare intonata dalla selva più fitta.

Facendosi largo tra le fronde, poco distante da lì, l’uomo allora scorge due lucenti fate che, come due grandi lucciole nel buio, danzano sotto i rami pendenti di un solitario salice, accarezzate dai pallidi raggi della luna piena che fendono le tenebre come lame d’argento.

Il viandante rimane immobile, con lo sguardo rapito dalla bellezza delle due eteree creature che, notata la sua presenza, lo invitano ad avvicinarsi.

“Ramingo solitario, vieni qui e danza con noi,” gli fanno all’unisono, con voce più soave di qualsiasi suono paradisiaco.

Egli all’inizio indugia. Poi, come sospinto da una forza innaturale, si avvicina alle due bianche fanciulle. Ma non appena è sfiorato da una delle loro lunghe e candide vesti, luminose come le stelle, viene assalito da un profondo quanto improvviso sonno, che lo fa accasciare al suolo, affondando la sua coscienza nell’oblio più cupo.

Dopo un tempo indeterminato trascorso in quel sinistro torpore, il viandante riapre lentamente gli occhi e si ritrova disteso, senza sapere come, in quella che sembra una grande sala vuota, forse un salone, all’interno di un cupo e antico casale. Così si rialza, circondato da quella tetra fatiscenza, illuminata a malapena dalla luce degli astri notturni che fa capolino da dietro le polverose tende dei finestroni e da quella sua vecchia lanterna che inspiegabilmente si trova anch’essa, di fianco a lui, in quel luogo misterioso.

Nell’ambiente regna un profondo silenzio, che però, di lì a poco, viene spezzato da una sinistra risatina proveniente dal fondo della sala. In un misto di angoscia, confusione e paura, il viandante rivolge il suo lume verso l’angolo da cui proviene quel suono, scorgendo così una minuscola e oscura figura seduta su una vecchia sedia di legno. Sembrerebbe un bambino, con indosso un consunto saio nero e con un cappuccio abbassato sulla testa.

“Non abbiate timore, avvicinatevi!” esclama quell’essere con una vocina stridula, decisamente simile al cigolio di una vecchia porta.

“Tu chi sei?” gli chiede invece il viandante, sempre più col cuore in gola.

“Chi sono? Ma come? Non mi riconoscete? Voi tutti mi chiamate ‘o Munaciello…”

Un brivido di terrore corre lungo la schiena dell’uomo, che ben conosce quella storia. La storia dello spirito del bambino nascosto sotto la tonacella scura, dispensatore dei più terribili tormenti e dispetti.

Stavolta, però, si guarda bene dall’avvicinarsi a quella presenza e, sempre con la sua lanterna stretta tra le mani, si dirige verso una grande porta sulla sua destra, scendendo di corsa le scale che si trovano dietro di essa, per poi ritrovarsi nell’area esterna, antistante quel vecchio casolare. Nel guardarsi intorno, il viandante capisce di trovarsi in una vasta e brulla radura, ove stavolta non fa nemmeno a riprendere fiato e a far riabbassare i suoi galoppanti battiti cardiaci, che un’eco infernale riecheggia nella porzione di cielo stellato che lo sovrasta.

Si ode allora una lugubre cantilena, recitata da voci simili al gracchiare di cento corvi affamati.

“Unguento unguento, mandame alla noce di Benevento, supra acqua et supra vento et supra ad omne maltempo!”

Come uno stormo di uccellacci affamati, sei donne coperte dai loro lunghi mantelli neri, volteggiano sulla testa del viaggiatore notturno, “cavalcando” delle vecchie scope.

Madonna mia…le janare! Egli pensa tra sé, troppo spaventato per riuscire ad emettere qualsivoglia suono dalla gola, ormai chiusa da un uno strettissimo nodo di terrore.

Ancora confortato dalla luce della sua lanterna, l’uomo inizia allora a correre a perdifiato, accompagnato dal rumore dei suoi passi affrettati sul terreno arido e dal frastuono causato dalle terribili streghe, che lo inseguono divertite a cavallo delle loro scope, senza però dare l’impressione di volerlo raggiungere realmente.

Il povero viandante è ormai allo stremo delle forze e decisamente a corto di fiato, quando giunge nei pressi di un vecchio pozzo. Ciò che lo colpisce, è il suono che sembra fuoriuscire proprio dalle profondità di quell’antico manufatto. Gli è familiare. Anzi, questa volta è proprio a una musichetta che conosce molto bene. Fa giusto in tempo ad affacciarsi su quelle antiche e umide pietre, quando…

Din Din Din! Buongiorno! Din Din Din! Buongiorno!

Gennaro apre di colpo gli occhi sulle note della solita sveglia del cellulare.

Sono soltanto le sei del mattino di un freddo dicembre e tutta Napoli è ancora immersa nelle tenebre, ma lui sa che deve ultimare e consegnare il suo lavoro alla redazione del giornale presso cui lavora. Già…la scrittura di quel dannato articolo sulle leggende della sua Campania, che pare continui ad angosciarlo a tal punto da causargli quello strano sogno del viandante, il quale e ormai si ripete da diverse notti facendogli “incontrare” le fate cilentane Serina e Budrina, il Munaciello, le Janare e tutte le altre ombre ancestrali in cui si imbatte nelle sue letture e nei racconti degli anziani intervistati.

Questa volta, però, tutto era decisamente più realistico e il giovane giornalista deve superare ancora qualche attimo di disorientamento, prima di scendere dal letto e iniziare il lavoro.

Ma nel sedersi sul materasso, urta qualcosa di metallico col piede. La sua stanza mansardata è ancora buia, ma grazie alla tenue luce lunare che entra dalla finestra, riesce a capire cosa è quell’oggetto colpito dal suo alluce: una vecchia lanterna, identica a quella che stringeva nel sonno, quando vagava nella notte nei panni del viandante. Anzi, sembrerebbe proprio quella lì!

“Ma che c…come fa a trovarsi qua ‘sta cosa?! Forse sto sognando ancora?”

Gennaro, lentamente, afferra il manicotto di ferro di quel lume che, appena sollevato da terra, magicamente si accende.

Il ragazzo, spaventato e confuso, per un attimo è tentato di gettarla al suolo, ma un misterioso impulso che avverte dentro sé lo spinge a non farlo.

Il lume, nel frattempo, illumina interamente la camera e Gennaro scorge qualcos’altro di decisamente arcano. Il pavimento è tutto ricoperto da quelle che sembrano essere foglie di quercia e di salice e, appoggiata al muro, vicino alla finestra, nota una vecchia scopa di saggina sul cui manico è appeso un pezzo di stoffa nero.

Il giovane si alza lentamente dal letto e si avvicina così a quei sinistri oggetti.

La scopa è effettivamente ciò che sembrava, mentre il pezzo di stoffa è un piccolo cappuccio del colore della pece.

Ma che sta succerenn’?! ‘Ste cose…qui…chi ce le ha portate?

Gennaro non fa in tempo a porsi troppe domande dal momento che, all’improvviso, avverte di nuovo quella strana e irrazionale spinta interiore che lo induce a impugnare la ramazza di legno. A quel punto la finestrella si spalanca e una folata di vento gelida fa volare ovunque le foglie che fino a un attimo prima giacevano inermi sul parquet. Gli occhi azzurri del ragazzo brillano di una strana luce, mentre la sua mente è definitivamente e completamente pervasa da un oscuro sentore che la avvolge come una magica nebbia.

Un’inquietante espressione compare, così, sul volto di Gennaro, il quale fissa, come se posseduto, l’ultimo cielo notturno, in parte ancora stellato.

Inizia, quindi, a mettersi a cavalcioni su quel manico, mentre la lampada che stringe nell’altra mano brilla sempre di più e le fascine della scopa iniziano a sollevarsi magicamente dal pavimento.

E le sue labbra, pian piano, si schiudono.

“…supra acqua et supra vento et supra ad omne maltempo!”

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Discussioni

  1. Ciao Raffaele, avendo letto le notti dell’alchimista ho riconosciuto subito le atmosfere magiche e al tempo stesso cupe che avvolgono anche questo bel racconto, in cui fantasia e folclore si uniscono in una bella commistione assecondata da uno stile scorrevole, piacevole mai banale. Bella la svolta nel tempo presente invaso però dalla magia oscura di un sogno divenuto realtà! Alla prossima😊

    1. Ciao Antonino, grazie. Sì, avrai certamente notato che ci sono alcuni elementi in comune…e anche qualche personaggio 🙂 Grazie ancora per essere passato!

  2. Ciao Raffaele, lo sai che le leggende popolari hanno un posto privilegiato nel mio cuore 😀
    Oltre alla qualità dello scritto, che trovo sempre ottima, la tua prosa “poetica” emerge anche nella narrativa: ci culli con le tue immagini portandoci in una favola, seppure dark. Mi è piaciuta anche la svolta “moderna” che ci riporta alla verità della magia: ancora esiste.

    1. Grazie Micol…sì, la magia ancora esiste. Magari non voleremo mai su vecchie scope di saggina, ma possiamo far volare la nostra mente tra streghe, fate e boschi incantati, preservando e tramandando l’immenso tesoro delle più antiche tradizioni della nostra terra. E sì…questa è davvero una meravigliosa magia!

    1. Sapevo che la filastrocca delle janare ti avrebbe intrigato 🙂

    1. Grazie! Sì, come osservava anche Alessandro, il mio intento era anche quello di scrivere un finale piuttosto a effetto e sono contento che il risultato venga apprezzato.

  3. Ciao Raffaele, bellissimo questo sguardo sul folklore campano. Le credenze popari sono argomenti che mi affascinano e che apprezzo, anche perché hanno la stessa radice delle favole.
    Complimenti per questo racconto e grazie per averci presentato il munaciello.
    Bello anche il colpo ad effetto finale.

    1. Grazie Alessandro, sì oramai il Munaciello è per me una sorta di compagno di viaggio. L’ho inserito tra i personaggi del mio primo libro e oramai mi ci sono quasi affezionato 🙂