La leggiadra visione

Serie: Le tre essenze

Quella sera, mentre l’oscurità più celata si addensava all’interno di una foresta che si affacciava di fronte ad una verde distesa pianeggiante, imbrunita dall’ingiallire delle foglie inumidite da una leggera pioggia del giorno precedente, un leggero venticello, leggiadramente, risuonava gli steli d’erba indeboliti dal freddo. Poco distante da quel bosco, nel mezzo di quella infinita pianura che si andava diradando incontaminata verso il visibile orizzonte, un fuoco tremolava scoppiettando e diffondendo una lunga colonna di un grigio fumo addensato dall’umidità che scompariva in altezza, nel vuoto del cielo, il quale iniziava a riempirsi di innumerevoli e infime luci. 

Decisi di avvicinarmi lentamente, nascondendomi tra le ombre delle piante della foresta, cercando di muovermi silenziosamente, con i piedi scalzi che percepivano i punti sul suolo in cui sarei stato impercepibile. Con lo sguardo, fissavo quella luce in mezzo all’ampia distesa, cercando di scorgere la presenza umana responsabile di quel calore, ma in lontananza l’erba alta mi permetteva di scorgere a malapena un’ombra che sembrava tutto fuorché umana. Giunsi ai confini della foresta, quando ormai l’oscurità l’aveva conquistata completamente, e pensai che mi sarei potuto arrampicare su una pianta, per poter vedere meglio ciò che al mio sguardo era celato. Incerto sul da farsi, dubitai alcuni istanti, quando improvvisamente sentì una voce sollevata e profonda provenire dalla foresta, poco distante da dove ero giunto che si rivolgeva in lontananza verso il fuoco.

D’istinto mi avventai nella distesa, sperando che l’erba potesse proteggermi, o almeno nascondermi, e cercai un punto che mi permettesse di vedere chi si sarebbe mostrato, uscendo dal bosco, e chi si stava godendo in silenzio il calore di quel fuoco. Accovacciato nell’erba, con le mani ferme sulle ginocchia, muovendo un passo alla volta, percependo la fredda terra sotto i piedi, cullato dagli steli d’erba che mi proteggevano dal venticello il quale risuonava inaudite melodie passate, mi feci più vicino al fuoco fino a percepirne quasi l’essenza, sicuro che nessuno avrebbe notato la mia presenza o il mio flebile respiro, percosso dal sudore annerito dal fango che scrosciava dalla mia fronte.

Con gli occhi arrossati dalle fiamme che intravedevo a pochi metri di distanza da me, sentì passi avvicinarsi sempre più, appesantendo con gravità l’erba e facendosi spazio in quella debole selva al crepuscolo di una giornata che poteva anche essere l’ultima della mia esistenza. Il rumore di quei passi quasi si sentiva appena, alleggerito forse dalla quiete della notte e più si avvicinavano, più si stava creando una situazione dalla quale sarebbe stato impossibile sfuggire. La curiosità di sapere chi fossero quelle presenze che percepivo maligne attorno a me, vinceva l’adrenalinica fuga in cui ero incappato quasi senza rendermene conto.

Il rumore dei passi si fermò all’improvviso e realizzai che si trovavano appena ad un fiato da me: mi serrai la bocca, mi accovacciai a terra più che potei, con la fronte che toccava il suolo e le mani sulla nuca, in una posizione di indegna sottomissione. Sentì il fiato di quell’uomo, fermo ad un passo dal mio corpo tremante e immobile, un respiro profondo e sconsolato, ne percepii l’odore, un profumo che mi ricordava vagamente i giorni d’infanzia passati nella natura della montagna e poi qualcosa cominciò a gocciolare dall’alto, a poca distanza dal mio sguardo. Fintanto che quell’uomo rimase immobile, un liquido denso e scuro si schiantava fragorosamente sul terreno, mischiandosi con la terra fredda e producendo piccole ed evanescenti nubi di vapore che si intravedevano appena. Quando fece gli ultimi passi per entrare in quel cerchio di luce e calore prodotto dal falò, sospirai di sollievo in silenzio e allungai tremante una mano verso la piccola pozza che quell’ignoto liquido aveva creato poco prima. Mi macchiai un paio di dita con esso, me le portai al naso e alla bocca, fiutai e toccai con la punta della lingua il liquido, realizzando fosse sangue.

Il tonfo di una carcassa che si schiantò in terra, coprì il suono delle mie più profonde preoccupazioni e paure, tremavo di un terrore che non avrei saputo definire, trovandomi in una situazione di cui era responsabile la mia sola ingenua curiosità. Eppure una sensazione di speranza, iniziò a nascere dentro di me e mi costrinse, ancora, a farmi più vicino, attratto dalla luminosità del fuoco e dalla presenza di altri esseri viventi, i primi che incontrai da giorni.

Un manciata d’erba mi proteggeva soltanto più, nascosto più che altro dal buio, ma illuminato da un’insolita luce notturna, più potente delle notti precedenti durante le quali avevo vagato fuggendo dal mondo. Osservai quelle due presenze le quali mi mostravano la schiena e subito notai qualcosa di sublime e terrificante: affianco all’uomo che stava dividendo in parti la carcassa di un animale smembrata a terra in una pozza di sangue, un caprone sorrideva seduto in una posizione potente, osservando belato la sua cena, Lo guardai ancora e ancora, senza riuscire a distogliergli gli occhi addosso: un paio di corna gli cingevano il capo come fossero una corona, il muso affusolato e appuntito, imbrunito in una lunga barba riccioluta come quella di una divinità antica, le narici aperte decorate da un anello dorato e le spalli possenti, il busto scolpito e bronzeo, infine le gambe, ammorbidite da una peluria esagerata e scura, che terminavano in zoccoli rovinati, ma ancora gloriosi.

Sbigottito, caddi all’indietro fragorosamente e indietreggiai spaventato, senza fiato in corpo e con un’infinità di pensieri che mi producevano scenari in cui la mia vita si sarebbe presto consumata. Mi resi conto che mi sentirono, percepii la bestia belare con una voce rauca e fiutare nell’aria la mia presenza, mentre l’uomo si alzò di scatto in piedi, impugnando la mannaia insanguinata, forse pronta a colpire un altro corpo caldo. Cercai di indietreggiare ancora, quanto più mi fosse possibile per riuscire a defluire attraverso l’oscurità di quella notte infinita, ma all’improvviso sentii una voce stranamente gentile rivolgersi a me: – non aver paura ragazzo, mostrati alla luce – disse – avvicinati. In un istante nulla accadde, così mi convinsi che, nonostante la fuga sembrasse ancora l’unica opzione possibile, a quel punto avvicinarsi non avrebbe potuto peggiorare la situazione e così entrai in quel cerchio di luce e calore, unico punto ospitale in quell’immensa distesa di erba e null’altro.

Appena venni alla luce, l’uomo con la mannaia in pugno mi sorrise, per poi tornare a lavorare la carcassa dell’animale, ma senza smettere di osservarmi: era un vecchio, con una lunga barba bianca e lunghi capelli ondulati che gli cadevano sulle spalle forti, coperte da un lunga maglia grigio cenere, vestito ancora con dei pantaloni di pelle sconquassati un po’ ovunque. Sorrideva, come non vedesse un altro essere umano da tutta una vita e, notando che non riuscivo a distogliere gli occhi dal suo compagno la cui effige premoniva qualcosa di terribile, si rivolse ancora con quella sua voce gentile che quasi pareva angelica: – non preoccuparti, Egnatius è innoquo – mi disse lasciando che il caprone si esprimesse con un verso e scostando lo sguardo dalla parte opposta, come per vietarmi di osservarlo – mi chiamo Horatius – si presentò, mettendo qualcosa da cuocere sul fuoco – immagino che tu sia affamano – e si fermò un istante in silenzio, come per lasciarmi il tempo di rivelargli il mio nome – Izoul – gli dissi – in effetti lo sono – affermai.

Mi invitò a sedermi affianco a loro, vicino al fuoco e iniziai a scaldarmi. Mi offrì poi dell’acqua e qualcosa da mettere sotto i denti in attesa che la carne potesse essere pregustata e, dopo tutte quelle gentilezze, una domanda mi sorse spontanea – chi siete voi? – Il vecchio si mise a ridere fragorosamente e guardò la sua bestia commosso, mentre lei manifestava indifferenza nello sguardo e malvagità nell’espressione del volto. – Potremmo – iniziò a dire, tra una risata e l’altra – chiederti la stessa cosa, – solamente – iniziò a dire il caprone, con una voce profonda e rauca – che a noi non interessa chi sia tu, siamo solo interessati alla leggiadra visione che si manifesterà tra non molto – continuò, lasciandomi in silenzio – c’è la luna piena, se non l’avessi notato.

Anche l’avessi notato, non capivo come potesse avere una qualche importanza, ma di una cosa ero certo in quel momento: la differenza abissale tra quelle due creature, chiunque fossero. Il caprone e il vecchio mi avevano dato come l’impressione di essere l’uno diametricalmente opposto all’altro, complementari in qualche modo, come fossero un’unico essere separato in due, ma forse mi sbagliavo. Avvolto nei miei pensieri, il vecchio si avvicinò, senza farsi notare, mi poggiò all’improvviso una mano sulla spalla, consegnandomi del cibo caldo e dicendomi – non preoccuparti ragazzo, la visione che si manifesterà stanotte è un evento unico, ti piacerà sicuramente.

Attendemmo ore, dopo aver consumato il cibo, la luce della luna splendeva sempre più e nell’aria iniziava a manifestarsi qualcosa di mistico, ogni istante sempre più; ma colto da una stanchezza improvvisa che mi costringeva a socchiudere gli occhi ripetutamente, mi addormentai e li riaprì soltanto quando una luminosità più potente si affacciò al mondo, l’indomani mattina.

Serie: Le tre essenze
  • Episodio 1: La leggiadra visione
  • Episodio 2: Luminosità crescente
  • Episodio 3: Granello di luce
  • Episodio 4: Il risveglio radioso
  • Episodio 5: L’abisso universale
  • Episodio 6: L’ultimo frammento
  • Episodio 7: L’inevitabile fine
  • Episodio 8: L’inaspettata creatura
  • Episodio 9: L’unione delle essenze
  • Episodio 10: L’eterna rinascita
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    Responses

    1. Ho letto prima “il risveglio radioso” ma son tornato indietro perchè volevo leggerli in fila.
      Bellissime descrizioni, precise e chiare, ti trasportano nel centro della scena.
      La storia si preannuncia interessante, corro a leggermi gli altri pezzi!

    2. “un fuoco tremolava scoppiettando e diffondendo una lunga colonna di un grigio fumo addensato dall’umidità che scompariva in altezza, nel vuoto del cielo, il quale iniziava a riempirsi di innumerevoli e infime luci.”
      Questo passaggio mi è piaciuto 😃

    3. Ciao Marco, la tua serie si preannuncia un bel fantasy. Sono molto curiosa riguardo ad uno dei tuoi personaggi: Morac. Seguirò volentieri le avventure del giovane Izoul, spero non ci farai attendere a lungo 😀