La maggioranza vince

Lorenzo odiava i multisala nei centri commerciali. Per due motivi: il loro primo piano e la loro ubicazione. All’ingresso, oltre alle biglietterie ci sono sempre quegli orribili agglomerati di luci al neon, tanti e trashissimi metri quadrati riempiti di piste da bowling e video giochi a gettone. Certe volte ci sono anche i tavoli da biliardo, che vanno benissimo se sono in noce e nella sala apposita di un locale del centro, che ospitava le chiacchierate della meglio gioventù impegnata, quando ancora ce n’era una. Ma questi prefabbricati con piano sintetico, a cui il gioco è disturbato dal chiasso dei vicini di tavolo, parolacce e congiuntivi sbagliati, sono il male. Mega strutture a vetri, oscurati dallo smog, ai bordi delle tangenziali. Nei parcheggi, la lotta per il posto libero la vince il motore più prepotente, la legge della giungla. Intorno solo magazzini e capannoni, benvenuti nel regno della logistica.

Eppure la gente ci va eccome. Tantissima gente. Questo lo sa perché una volta c’era stato anche lui, quando era al liceo, con gli amici. Li aveva visti, tutti quanti, i prototipi di persone con cui non avrebbe mai avuto niente a che fare. Giovani donne tinte di biondo con la ricrescita, borse di Gucci probabilmente false, magari in viola e  trucco pesante, a braccetto di ragazzi in Adidas, pantaloni stretti e camicia fuori dai pantaloni, con gli occhiali da sole D&G, alle 22,00. Teenagers accompagnati da genitori sbuffanti, che li depositavano davanti all’ingresso per starsene in pace qualche ora mentre i ragazzi giocano al pugile, con quella macchinetta con il sacco appeso, sempre a gettoni. Poi le famiglie, più o meno numerose, rumorosi gruppi in euforia per il cineabominio del momento.

Odiava anche i centri commerciali, più o meno per gli stessi motivi.

Che cosa ci faceva allora quella sera in fila alla cassa delle giuggiole con in mano 8 euro di orsetti gommosi e ciucci zuccherati, visto che odiava anche quelli? Accontentava la bella bionda che stava portando fuori per il primo appuntamento in un piovoso mercoledì di gennaio? No, troppo facile.

Quella sera Lorenzo stava facendo un esperimento sociale su se stesso: se tutti intorno a lui sembravano così sereni, nella banalità delle loro routine, condite di queste tristi gratificazioni, doveva funzionare anche per lui.

Felice non lo era mai stato. Solo qualche attimo di gioia disseminato e ben circoscritto in 35 anni di esistenza. Tre decenni e mezzo passati a circondarsi di bellezza e piaceri in tutte le forme: arte, vini buoni nei ristoranti di livello e nella cantina personale, mobili di bottega in casa, visite alle mostre, abiti di sartoria. Un etereo puzzle.

Eppure era sempre un costante fastidio vivere. Non c’era stato giorno in cui non aveva dovuto fare i conti con mille sfumature di angoscia, dai 16 anni un poi. Da quella volta in cui a una festa, un po’ ubriaco, mentre i suoi amici parlavano nei termini più volgari possibili del culo di Mara Rolli di III B, riusciva a pesare solo alla noia che provava a stare lì.

Aveva deciso di provare a mettere un punto alla sua storia triste e aveva deciso di iniziare dal multisala del centro commerciale nella sera delle proiezioni a 5 euro. Stava andando verso la sala assaggiando una liquirizia arrotolata. Che schifo. Non gli sono mai piaciute, ma se faceva le cose le faceva fatte bene.

Il perfezionismo. Quello, anche se potenzialmente deleterio, non lo avrebbe mai mollato. Gli aveva permesso di laurearsi un tempo con lode e kiss accademico e di diventare l’avvocato che era. Se non fosse stato il tipo di persona convinta che non esistono cose che sono tutta la vita di qualcuno, avrebbe detto che il lavoro era tutta la sua.

Per ora stava andando bene. Aveva superato tutta la scadente pubblicità introduttiva.  Si chiedeva cosa avrebbe potuto dire Clara, la sua amica e vicina di bilocale in centro, pubblicitaria, di quegli spot. Poi cambia idea, la risposta poteva essere terrificante, meglio non immaginare. Si era perso a pensare a perché negli spot i genitori, madri e padri di famiglia, sono sempre degli under 30 con già 3 figli in età scolare. “Non è così la gente fuori. Nessuno può permettersi di fare bambini prima del 30 anni!”

Forse è per questo che gli inconsapevoli consumatori di cine-panettoni nelle poltrone intorno alla sua si bevevano quegli sketch commerciali. Incredible la banalità dell’animo umano. Poveri esseri corruttibili, consumatori accecati dalle illusioni, che pensano di impossessarsi di un’utopia, comprando delle merendine.

Finita la rotella di liquirizia tocca al ciuccio zuccherato. Non gli piace nemmeno quello. Lo ingoia un po’ disgustato. “la prossima settimana tento con i popcorn.” 

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in LibriCK

Commenti

  1. Sara

    Hai voluto parlare di luoghi asettici animati dal passaggio dell’ uomo un passare distratto indifferente , una logistica ben studiata , un setting da manuale .. Il protagonista è senza personalità non sa decidere cosa vuole dalla sua vita mangia liquirizie che non gli piacciono come un bambino troppo cresciuto si muove in luoghi “protetti” controllati ma poco ospitali. Non c’è umanità e nemmeno alienazione , ma sopimento di istinti.

    1. Letizia Bonvini Post author

      È un po’ l’ inettitudine a cui sono relegate molte persone. Un’ incapacità di adeguarsi, accompagnata a un’esigenza di farlo.

  2. Giuseppe Gallato

    Un racconto a mio parere molto forte, dal retrogusto amaro… sa di denuncia sociale. Attraverso una narrazione “semplice” ma efficace, il lettore non può fare altro che immedesimarsi con il protagonista, rivedersi nel suo stato d’animo, affondare lentamente nel suo disagio esistenziale.
    Questa è una di quelle storie che lascia il segno, a partire dal titolo “La maggioranza vince” sino alla conclusione: Non gli piace nemmeno quello. Lo ingoia un po’ disgustato. “la prossima settimana tento con i popcorn.”
    Veramente molto brava, complimenti! 🙂

    1. Letizia Bonvini Post author

      Grazie. Vedi dai commenti che il messaggio è passato. Quello che mi dici sulla facilità di immedesimarsi un po’ mi dispiace, vuol dire che c’è ci sono più persone imprigionate in questo di saggio esistenziale portatore di immobilità di quante pensavo.

  3. Marta Borroni

    La condivisione e l’emarginazione si sfiorano come punto di due realtà di prospettiva, c’è molto interno e molto esterno che si danno il cambio di immagine in questa storia, e la tua bravura sta soprattutto qui, in questa divisione che tu per il lettore fai diventare visione d’unione. Brava!

    1. Letizia Bonvini Post author

      Grazie Marta per il tuo commento. Il succo stra proprio li: nell’impossibilità di chiamarsi fuori. C’è una linea, ma è immaginaria e illusoria. È al tempo stesso una tortura, questa volta che sta dentro, dentro la testa di chi cerca di varcarla, quella linea, che come un orizzonte, si allontana mano a mano che ci si avvicina.

  4. Letizia Bonvini Post author

    Direi che una delle lezioni imparate dalla pubblicazione di questo racconto è: mai fidarsi di qualcosa scritto nella funzione note dello smartphone, finisci per perderti i refusi. Comunque sono contenta che ti sia piaciuto.

  5. Raffaele Sesti

    Bel quadretto che dipingi, una realtà illusoria che continua a stringerci fino quasi a stritolarci. Ha ragione Lorenzo, cavolo se ha ragione. Mi auguro che continui a guardare la scena dall’esterno come un attento osservatore dall’alto che guarda piccole pedine essere mosse sempre dalle solite mani… deve essere forte però perchè questo mondo è dannatamente forte anche lui.
    Anche con questo racconto mi hai preso.. brava.
    Alla prossima lettura.

    1. Letizia Bonvini Post author

      Grazie Raffaele, dalla chiusa del tuo commento noto che ricordi anche il mio altro libriCK. Questo mi fa piacere. Lorenzo e quelli come lui sono in un girone infernale terreno in cui, tutti coloro che peccano di mancata omologazione, sono condannati al disorientamento. Non semplice, ma nemmeno impossibile sopravvivere.

  6. Tiziano Pitisci

    Gli scenari metropolitani sono i miei preferiti: più degli altri, secondo me, riescono ad evocare il dramma e il disorientamento dell’uomo contemporaneo; un uomo sempre più perso e omologato in un sistema immobile, in una sovrastruttura rispetto alla quale i nostri tentativi di reazione sono poca cosa, sono goffi. L’atmosfera e lo stato d’animo del protagonista sono ben descritti e arrivano, ahimè, dritti alla coscienza del lettore.

    1. Letizia Bonvini Post author

      Tiziano hai sempre un’ esattezza lessicale spiazzante. Non avrei saputo spiegare meglio di quanto abbia fatto tu quale fosse il focus del mio racconto. Il disorientamento e l’ inettitudine sono i miei temi più cari e quelli che con goffa determinazione cerco di sprigionare. Contenta di vedere che arrivano a quella sfortunata destinazione che è la coscienza del lettore.

  7. Massimo Tivoli

    Lorenzo è un po’ disadattato e asociale. Certo, la società, spesso, ci porta a esserlo. Bella l’idea che tenta di cambiare a forza, per via mangereccia, ironica e drammatica allo stesso tempo: la consapevolezza che, seppur nel giusto per il suo codice morale, qualcosa in lui non funziona come individuo in relazione con gli altri. La scrittura fila liscia, sebbene ci siano un po’ di refusi che richiedono solo una rilettura con calma.

    1. Letizia Bonvini Post author

      Direi che una delle lezioni imparate dalla pubblicazione di questo racconto è: mai fidarsi di qualcosa scritto nella funzione note dello smartphone, finisci per perderti i refusi. Comunque sono contenta che ti sia piaciuto.