La mail

Serie: Diario di due amori sbagliati


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Luciano affronta una ipotetica conversazione con un amico psicanalista deceduto da tempo, nella speranza di risolvere i suoi problemi esistenziali.

A mezzogiorno tra tante mail di poca importanza c’è ne è una di quel curatore. Appuntamento al suo studio martedì alle dieci, confermo. Lara, che si accorge di tutto, mi vede agitato e mi chiede se va tutto bene, rispondo di sì ma non la convinco.

Vado a pranzo “Al solito posto”, un ristorante a menù fisso: con dieci euro mangi primo, secondo, contorno, vino, acqua, pane e caffè, cosa vuoi di più? Ci vado spesso e dai e dai ho fatto amicizia con le due titolari. Hanno ereditato il locale dal vecchio padrone che si è trasferito per sempre in Thailandia. Arrivo sempre quando la sala si svuota; dopo avermi servito, l’una i l’altra si siede a chiacchierare con me, forse perché sono sempre da solo e le faccio un po’ pena. Ordino pasta alla amatriciana, petto di pollo, prendo il contorno al buffet e acqua gassata.

– Niente vino oggi? – Mi chiede quella che prende l’ordine ; mi dà del tu, quelle giovani lo fanno sempre. Sorrido e rispondo così:

– Oggi ho un’auto che mi prende la mano

– Auto nuova? –

– No, non è nuova, ma è una Porsche Carrera – Rispondo. Nina, è così si chiama, sorride.

– Wow! Un Carrera – ripete e va via. Torna con l’acqua e il pane, li posa sul tavolo, poi fa un sorrisetto, mi si avvicina all’orecchio e tra il serio e faceto sussurra:

– Una di queste sere mi porti al lago con la tua fuoriserie? – Dal tono si capisce che non mi ha preso sul serio: non mi crede, vesto in modo semplice, e quando non giro in furgone in settimana guido un’Opel Astra SW di oltre dieci anni. Sto al gioco e domando:

– Se Elisabetta ti lascia venire…

– Non ho bisogno del suo permesso, siamo socie

-Allora prenoto la stanza… – le dico e la guardo fisso negli occhi. Arrossisce, mi colpisce con un pugno alla spalla, dice “Scemo” e torna in cucina. Vado a pagare alla cassa dove trovo la socia.

– Perché Nina ti ha dato quel pugno alla spalla? – Mi domanda e aggiunge: – Lasciala stare –

– E chi la tocca! Rispondo -Ho figli più grandi di lei! –

Mi sono sempre imposto di fare il bravo ragazzo, sono stato educato così, ho il terrore del giudizio degli altri. Essere eccitato per una ragazza così giovane mi crea problemi, la coscienza alza un muro. Oddio, Nina venticinque anni, non è una bambina, ma io non riesco a vederla come è veramente, un’adulta che ha voglia di divertirsi. In situazioni del genere faccio la battutina ma non affondo, lascio stare, ho sempre fatto così.

A sera, arrivato a casa metto la testa nel frigo: ho un sacchetto con del polpo con patate surgelato già pronto, lo apro e sbatto tutto in padella. Otto minuti. Preparo la tavola, come sempre a metà, piatti, bicchieri, posate, pane, acqua e vino. Il polpo è pronto in un attimo, lo verso nel piatto e lo mangio con gusto. Riempio la moka e la metto sul fuoco. Correggo il caffè con un goccio di brandy, guardo un po’ di tele poi vado a dormire.

Al mattino appena arrivo in deposito Lara mi parla di alcuni clienti all’ingrosso che non hanno saldato alcune forniture. Sto fuori l’intera giornata, ma torno a casa con un nulla di fatto.

In frigo ho un’insalata e dell’affettato, preparo, mi siedo intanto guardo il telegiornale. L’orologio sulla parete dice che sono le dieci: È venerdì. si prospetta un’altra serata di merda. Faccio la doccia, taglio le unghie dei piedi, mi sbarbo persino. È passata mezz’ora soltanto, Mi vesto? mi chiedo, invece mi butto sul letto, prendo qualcosa da leggere e miracolo! Mi appisolo. Una leggera sensazione di freddo mi sveglia, mi alzo, vado a pisciare poi passo in cucina, guardo l’ora, è l’una, e ritorno a letto. Ma il sonno non viene. Un treno fischia lontano e io lo sento come se stesse passando qui sotto. Mi muovo su un fianco, poi sull’altro, mi metto supino, niente! Lo scricchiolio delle molle del letto, il tic tac dell’orologio in cucina, il rumore del motore del frigo mi irritano! Sono inquieto. È come se fossi in attesa di qualcosa che deve succedere. Do la colpa ai troppi caffè e mi metto a contare le pecore, uno, due tre; a questo ritmo arriverò a centomila, smetto. Il cervello ricomincia a frullare però. I ricordi di infanzia si accavallano gli uni sugli altri: le partite di calcio nei prati, gli amici di scuola, mia madre, le ragazze che ho corteggiato senza successo, persino il profumo del pane e prosciutto mangiato insieme agli amici in montagna. Un fiume in piena di ricordi di anni passati. Mi alzo e vado di nuovo a pisciare. Mentre mi lavo le mani, alzo gli occhi allo specchio e vedo la mia immagine vuota: scuoto la testa, mi volto e mi dirigo in cucina. Bevo dell’acqua dal frigo poi passo in soggiorno, mi avvicino alla finestra e guardo fuori la riva del fiume: nell’acqua, che scorre implacabile, le luci delle case si riflettono e brillano  come anime morte. E’ inutile, non dormirò, decido di scendere al  “Ventiquattrore”.

Ordino un brandy e chiacchiero col barista; arriva una tipa, mi si siede accanto senza dir nulla. Non è giovane, indossa un abito scuro al ginocchio, capelli cipolla, il trucco pesante sugli occhi: una dark di forse una quarantina d’anni, siamo solo noi due al banco del bar. Apro la bocca per dirle qualcosa ma la richiudo e sto zitto. Passano cinque minuti, penso che devo provarci, che se lo aspetta; quando finalmente decido e sto per parlarle, lei si alza e va via. Esco anch’io ma è già sparita. Rollo una siga e l’accendo. Fumo con calma appoggiato alla macchina, poi decido che è meglio tornare a dormire.

La sveglia suona alle sette come ogni mattina, con il curatore ho appuntamento alle dieci, ma scendo lo stesso alle otto, farò colazione giù al bar. Mangio un cornetto, bevo un cappuccio, un altro cornetto, un caffè, dò un’occhiata al giornale sportivo. Alle nove vado a Milano, ho poco meno di un’ora di strada da fare.

Il curatore è un commercialista, vorrà far quadrare le spese del tribunale e le sue. Mi riceve in compagnia di una bellissima donna che mi presenta come sua collaboratrice. Dalle prime domande capisco subito che mi vuole incastrare. Mi sembra di essere incappato in un serial televisivo; la donna fa di tutto per innervosirmi, sorride ironicamente quando mi fa le domande, e io ci sto cascando, rispondo in modo inquieto e irritato, senza riflettere. “Fai un bel respiro, aspetta che il cervello sia inserito” ripeteva mio fratello ogni qualvolta che perdevo le staffe con lui. Seguo il consiglio, respiro, divento più cauto, mi prendo più tempo e rispondo con calma. Non so se sono riuscito a fargli cambiare idea, non ci spero troppo. Quando scendo, non avendo voglia di tornare al lavoro, visto che non mi faccio una sana scopata da mesi, prendo il coraggio a due mani, guardo su internet, mi fermo davanti alla foto di una tipa con due tette da favola e chiamo.

Sei libera?

– Si tesoro

– La tariffa?

– Cento tesoro, faccio tutto – Ci vado, è brava, mi scarico e vado a pranzo più calmo, poi torno e il resto della giornata la passo in deposito.

L’acqua che cade abbondante e mi sveglia di primo mattino: è il classico temporale d’estate che in poco tempo riversa sul suolo centimetri d’acqua. Mi tiro su e mi metto seduto, accendo la lampada per sapere che ora è: sono appena le cinque. Sul comodino ho un libro di Hemingway, il ” Il vecchio e il mare”, l’ho già letto alle medie, ma volevo rileggerlo. Lo afferrò e leggiucchio il riassunto della sovra copertina. È la storia di un vecchio pescatore che, dopo giorni di pesca infruttuosa si imbatte col più grosso pesce spada che mai abbia pescato. Ne nasce una battaglia tra due disperati, il vecchio e il pesce, che lottano per giorni per la loro sopravvivenza. Non ci sarà un vincitore, il vecchio tornerà al paese vittorioso ma senza bottino, perché il pesce verrà a poco a poco divorato dagli squali durante il viaggio di ritorno per l’impossibilità di tirarlo a bordo data la sua enorme dimensione. È più un racconto lungo che un vero libro. Penso che voglia significare che quantunque ti sbatta la tua sorte è segnata. Sembra che mi voglia mandare un messaggio. Butto il libro per terra e mi rimetto a dormire, ma non c’è niente da fare, non ci riesco, il sonno non viene. Mi alzo, faccio un po’ di ginnastica, bevo dell’acqua, poi scendo giù a correre. Torno, mi lavo, mi vesto e scendo per andare al lavoro. Mi fermo al bar e, appollaiato su uno sgabello, gusto un cornetto con marmellata e bevo un succo di frutta alla pera mentre, intanto sfoglio il giornale.

Serie: Diario di due amori sbagliati


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