La Materia Rossa

Serie: Emotikon

Non ero mai stato in un’ambulanza.

Non ero mai stato in un’ambulanza, ammanettato al lettino.

Nell’ondeggiare sporadico del veicolo che vagava per Garbagnate, senza fretta, spesso mi trovavo a fissare ossessivamente l’argento chiaro delle manette, cercando un modo per uscire dall’incubo.

Ancora una volta, non potevo credere a tutto quel che mi era successo, e solo in quel momento mi ricordai che, per conoscenti, amici e parenti, erano quasi tre giorni che mancavo, senza alcuna notizia.

Quando in caserma mi chiesero le generalità, non avevo ovviamente la possibilità di dimostrarle, in quanto privo di ogni documento. Chi mi aveva condannato a questo mi aveva preso tutto.

Tutto.

L’unico modo, per le forze dell’ordine, di avere conferma, era chiedere a un parente stretto. Ma non volli dar maggiori preoccupazioni ai miei familiari; così, dopo alcune pressioni e minacce da parte degli appuntati, capirono che non era il caso di continuare a perdere tempo con “un tossico”.

Perché questo ero per loro: un tossico, e ammetto di aver calcato un po’ la mano con l’interpretazione, quando capii che volgeva a mio favore, o a favore del segreto che volevo mantenere.

E tutta la mia smania di onestà?

Tutta la mia voglia di essere un onesto cittadino?

Fanculo, pensai. Non ho chiesto io di essere intossicato con questo… non sapevo nemmeno definirlo.

“Tutto ok?” chiese il carabiniere, in piedi e appeso alla maniglia di sicurezza.

Risposi con un semplice cenno e finsi un atteggiamento spento, consumato, creando nel soccorritore, anch’esso vicino, il bisogno di confrontare uno sguardo di pena con l’uomo in divisa.

E il tubetto si consumava, di ora in ora.

Quel che prima era un semplice appetito, quel che attanagliava la mia mente, sull’ambulanza, era una pulsione, ed essa mi costringeva ad osservare con insistenza mani e collo, gli unici punti non coperti delle due persone che m’accompagnavano.

Nel ponderare come allungare una mano e afferrare il “crocerossino”, strani scricchiolii si facevano insistenti nella cavità orale, come se il pensiero di nutrirmi del loro nettare creasse reazioni fisiche al mio corpo.

In effetti, più la notte mi conduceva nel suo labirinto fatale, la cui uscita era con grande probabilità un serrarsi di sbarre, più il mio corpo si elettrificava, rendendomi incapace di stare fermo.

Mi sentivo forte.

Mi sentivo potente.

E la maledetta brama di allattarmi dalle vite altrui deviava i miei pensieri verso percorsi a dir poco amorali, perché nulla aveva importanza, se non…

“Sto male”, mi uscì dalla bocca, stringendomi lo stomaco con entrambe le braccia.

Immediatamente, il carabiniere espresse preoccupazione, ma il soccorritore fece un passo, allungando una mano sul lettino.

Non dissi niente.

“Ehi! Guardami! Cosa senti?”

Attesi, e finsi di ansimare più forte. Quando ci provai, capii che qualcosa non andava; riuscire a espirare fu un’impresa titanica. Questo forse rese ancor più credibile la mia bieca pantomima, ma inserì nella mia mente un nuovo dubbio che si fece subito virale, generando un’ossessione.

Una nuova ossessione.

Da quanto non respiravo?

Come è possibile?

Durò poco, quel pensiero; e quando vidi il volto terrorizzato del soccorritore e la mia mano stringere la sua gola, capii che ancora una volta la bestia aveva agito al posto mio.

La mia anima scivolò di nuovo verso il baratro oscuro, ma un urlo furente mi riportò alla realtà: “Fermo, stronzo!”.

Il carabiniere aveva la mano alla fondina, ma non il coraggio di estrarla all’interno dell’abitacolo; capii tutto di lui in breve, giusto il tempo di sollevare il velo del visibile ancora una volta, per cercare nell’etere la soluzione migliore.

Di nuovo, tutto si fece grigio, e io assunsi ogni informazione di quel bizzarro spettro del reale, quel cosmo in una scatola di lamiera in movimento, irraggiato da due soli.

Il sole del carabiniere.

Il sole del soccorritore.

Entrambi generavano tensione e fomentavano uno le paure dell’altro.

E io?

“Lascialo!”, ripeté.

“Che cazzo succede lì?” chiese l’uomo al volante, aprendo la finestrella dal posto di guida.

“Lascialo!”, continuava ad urlare.

Ma io continuavo a stringere.

Ancora.

Ancora.

Ancora.

Guidate dalla gravità, le lacrime scesero le guance del poveraccio, in balia della mia stretta, mentre la carne dal rosso tese al ciano, passando per il violaceo.

Il fischiare delle gomme.

L’abitacolo che si scuote.

I nostri corpi proiettati.

L’inerzia che mescola il mazzo.

Ed è caos!

Caddi nel vuoto, e di nuovo attraversai le tenebre di un pozzo immenso, fino al mio nuovo schianto nel sangue.

“No! No!”, l’eco delle urla non portarono con sé alcuno sparo, e capii che non erano riusciti a difendersi.

Nella nuova consapevolezza di quel che la mia furia era in grado di seminare, ritornai alla guida del mio corpo, disgustato e stupito della performance art eseguita.

Tutto era lordato di sangue.

A terra, con gli occhi puntati al paradiso, il soccorritore giaceva con la gola completamente aperta, mostrando alcuni dischi vertebrali.

Affianco a lui, il pubblico ufficiale non aveva più un volto riconoscibile e una ferita profonda al lato del collo.

Accompagnati da altri scricchiolii, la mia bocca ritornò alla normalità, assieme alla pace dei sensi, e io non dovetti far altro che avvicinarmi al portellone, aprirlo e scendere.

Con ancora il telefono in mano, il lettighiere, sceso per chiamare aiuto, mi squadrò e in pochi secondi il roseo sparì dal suo volto, lasciando solo il pallore della paura.

Mi bastò incrociare i suoi occhi, e le gambe si mossero il più lontano possibile dalla scena, in una concatenazione di pochi secondi.

Rimasi solo ancora una volta.

Alle mie spalle, un’ambulanza col motore ancora acceso e l’interno uscito da una pellicola di Rob Zombie.

Come cazzo ho fatto a liberarmi dalla manetta?

La risposta non fu delle più entusiasmanti.

Nel controllare la mano, m’accorsi che non c’era nulla attaccato al mio polso: solo uno strappo ai lembi pelle albina e il rosso intenso di una sostanza che non voleva abbandonare il mio corpo. Somigliava a sangue ma pareva diverso e vivo, e non lasciava intravedere la carne.

Perché non ero più un essere di carne: ero un involucro di materia rossa.

Serie: Emotikon
  • Episodio 1: Dalla Terra
  • Episodio 2: L’Incrocio
  • Episodio 3: Il Bimbo in Pasticceria
  • Episodio 4: Il Colore Rosso
  • Episodio 5: Il Dedalo Mentale
  • Episodio 6: La Lunga Notte
  • Episodio 7: Sfiorare l’Azzurro
  • Episodio 8: La Materia Rossa
  • Episodio 9: Le Fata Notturna – Finale di Serie
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    Commenti

    1. Antonino Trovato

      Ciao Bellard, fantastica la scena splatter, questo episodio lo reputo il migliore per quanto riguarda intensità e ritmo. È incalzante, piacevolmente violento, e il tuo protagonista inizia davvero a capire la sua reale natura… la accetterà e abbraccerà sino in fondo? Ormai siamo vicini alla fine, e aspetto già il prossimo episodio😁!

    2. Tiziano Pitisci

      Siamo a un passo dalla rivelazione. La scena splatter finale l’ho adorata e anche il riferimento a Rob Zombie 🙂
      Nel protagonista che osserva il suo corpo dall’esterno c’è l’essenza del dramma, del prendere le distanze dal mostro; del rifiutare propria natura. Stavolta però il lettore ha assistito al delitto, alle mani (ormai alla mano) macchiate di sangue, almeno un piccolo tassello è stato aggiunto.

    3. Micol Fusca

      Ciao Bellard. Deliziosa creaturina, la tua. Mi ha evocato il ricordo di Dracula, quello vero non “sbirluccicante”, e alla fine (nella mia follia) di Blob 😂 Nemmeno io sono così vecchia da conoscere il film (Blob), ma quando ero piccola c’era una trasmissione televisiva con quel nome. Mi faceva morire dal ridere guardare quella massa gelatinosa che inseguiva i passanti terrorizzati 😂