LA NASCITA DEL PICCOLO MAMMUT LANOSO

Serie: MAMMUT

Era una bellissima giornata di fine estate, il sole entrava dalla finestra della cucina in un fascio di luce obliqua, accendendo il pulviscolo dell’aria, e anche il sorriso appena abbozzato di mia moglie. Quasi mi dispiaceva doverle dire del trasferimento in Siberia, eravamo tornati dall’India solo pochi mesi prima e sicuramente non l’avrebbe presa bene. Alla fine trovai il coraggio e glielo dissi senza troppi tentennamenti: «Cara, devo parlarti.»

«Dimmi, ti ascolto», rispose lei con un sorriso.

«Dobbiamo partire di nuovo», dissi, «questa volta andiamo in Siberia.», aggiunsi con la voce leggermente strozzata dalla saliva male ingoiata. Quella notizia la pietrificò sul colpo. Si fermò a fissarmi negli occhi, sembrava che dalle mie pupille fosse uscito il potere pietrificante della Gorgone; ma forse era semplicemente il freddo del nord che al solo pensiero le aveva congelato i muscoli del viso. Dopo qualche secondo di smarrimento le ritornò il colorito e finalmente disse con aria frastornata: «In Siberia? … Ma come in Siberia? Di cosa stai parlando, Pierdomenico?» «Sono stato contattato da un istituto di ricerche siberiano, hanno trovato un piccolo mammut lanoso, praticamente intatto, e vogliono iniziare degli studi per capire le analogie che ci sono con i moderni elefanti indiani.»

«Ho capito», rispose laconica.

«Ho capito… è tutto quello che sai dire?»

«E cosa vuoi che ti dica? Vuoi portarci a vivere in Siberia, un mondo tetro e freddo… siamo tornati dall’India cinque mesi fa e ora ripartiamo di nuovo! …», disse vivamente in tono di protesta.

«Claretta, hai sposato uno zoologo! Cosa pensavi, che sarei rimasto per sempre in Italia a studiare passeri e cinciallegre?»

Si fermò un attimo a riflettere sulle mie parole, abbassò lo sguardo e non disse altro. Con quel silenzio sembrava aver metabolizzato l’idea della partenza, ma non accettò di buon grado che la destinazione fosse proprio la Siberia. Partimmo il venticinque settembre dall’aeroporto di Roma, con un sole che illuminava di un azzurro intenso il cielo e dopo circa nove ore di viaggio arrivammo finalmente all’aeroporto di Novosibirsk, dove invece il cielo era opaco e faceva un freddo da far accapponare la pelle. All’aeroporto c’era ad attenderci il dottor Anton Ivanov, un biologo russo che avevo sentito più volte al telefono, prima di partire per la Siberia. Gli strinsi la mano con piacere, gli presentai anche mia moglie e mio figlio, poi salimmo in macchina e partimmo verso l’Istituto Siberiano di Paleontologia, all’interno del quale c’erano anche gli alloggi, dove avremmo vissuto per i prossimi quattro anni. Percorremmo delle strade interne, dirigendoci verso Tomsk e dopo circa un’ora di macchina arrivammo finalmente a destinazione. Il giorno dopo cominciai il mio primo giorno di lavoro e arrivai nell’ufficio del direttore alle nove in punto, come da appuntamento. Con lui c’erano il dottor Anton Ivanov e un altro biologo americano di nome John Forbes. Anton me li presentò entrambi e subito il direttore cominciò a chiedermi della mia esperienza maturata in India sugli elefanti. Dopo un po’ dissi: «Allora, questo piccolo mammut, si può vedere o no?»

«Mi dispiace dottor Olivieri, ma il piccolo mammut non è più qui», disse il direttore, «l’abbiamo spostato in un’altra sede provvista di congelatore a bassissime temperature, a circa cinquanta chilometri da qui.»

Rimasi perplesso, non riuscivo a capire di cosa avrei dovuto occuparmi.

«Ci segua, dottor Olivieri!», disse il direttore, mentre si dirigeva verso l’esterno dell’edificio con gli altri due colleghi. 

Uscimmo nel cortile dell’ edificio e da lì entrammo in un grande capannone che fungeva da stalla per un’elefantessa indiana incinta.

«Dottor Olivieri, lei si dovrà occupare di questa elefantessa, e del piccolo che porta in grembo», disse il direttore con chiarezza.

«Non capisco… il dottor Ivanov mi disse che avrei dovuto occuparmi del piccolo mammut trovato nei ghiacciai, e invece mi ritrovo a svolgere lo stesso lavoro che facevo in India, solo che questa volta dovrò farlo a temperature sottozero!»

«Dottor Olivieri, non sia precipitoso! Il dottor Ivanov le ha sempre detto che lei avrebbe dovuto occuparsi di un mammut, il resto lo ha dedotto da solo!», riprese il direttore con un vago sorriso sulla faccia. Feci un gesto con le spalle, come per dire che non ci capivo nulla, mentre guardavo verso Anton sperando che mi desse qualche spiegazione.

«Pierdomenico, ti spiego meglio», disse lui, «l’elefantessa a momenti partorirà un piccolo mammut. Il dottor Forbes ed io, circa ventidue mesi fa, abbiamo effettuato la clonazione, impiantando nell’ovulo di questa elefantessa il materiale genetico del piccolo mammut ritrovato nel ghiaccio e ora sta per partorire.»

Adesso era tutto più chiaro. Mi avvicinai all’elefantessa, le accarezzai incredulo la pancia e mi resi conto che era molto più grande del normale, sembrava quasi voler esplodere. Non riuscivo a credere ai miei occhi, a momenti avrei visto nascere un mammut, riportato in vita dalle profondità della preistoria. Aspettammo oltre quattro ore, ma l’elefantessa non si decideva a partorire, poi all’improvviso la vedemmo muovere freneticamente la coda, e mentre con gli occhi esprimeva una grande sofferenza, a in tratto piegò leggermente le zampe posteriori e dopo un sofferto travaglio riuscì finalmente a dare alla luce il piccolo mammut. Lo vedemmo uscire dal corpo della madre e cadere a terra, ancora avvolto nel sacchetto amniotico, insieme a un flusso misto di acqua e sangue. Ma qualcosa sembrava essere andato storto: il piccolo mammut non si muoveva, non respirava e non dava alcun segno di vita. La madre cominciò a colpirlo con dei piccoli calci. Il direttore mi chiese di intervenire, ma gli spiegai che il parto degli elefanti deve avvenire con meno interferenze possibili da parte dell’uomo. Ci sono stati casi di parti assistiti dopo i quali la madre non si era più occupata del figlio. Dunque, la lasciammo eseguire quelle sue manovre senza troppe interferenze. Continuava a dare calci al piccolo pachiderma lanoso e afferrandolo con la sua proboscide lo tirava su e lo rimetteva giù, continuando in quel modo per un po’, quando all’improvviso il cucciolo rinvenne e cominciò a respirare e a muoversi. Cercò di sollevarsi sulle zampe, ma sul principio non ce la faceva e ricascava a ogni tentativo. Ci provò diverse volte, finché riuscì a mettersi in piedi e a muovere i primi passi in questo mondo che non era il suo. Facemmo tutti un grande applauso ed esultammo dalla gioia. L’esperimento era riuscito, avevamo portato alla luce un piccolo mammut lanoso. Dopo oltre ventimila anni di sonno nei ghiacciai siberiani, il piccolo mammut ritrovato, attraverso l’utero di un’elefantessa indiana, era ritornato a vivere nuovamente su questo mondo che nei suoi eterni giri ha visto gli antichi pachidermi estinguersi e quelli moderni prendere il loro posto. Ora erano lì, uno vicino all’altro, l’antico nato dal moderno, che si prendevano gioco di anni di evoluzione. 

Serie: MAMMUT
  • Episodio 1: LA NASCITA DEL PICCOLO MAMMUT LANOSO
  • Episodio 2: VERSO LA LIBERTÀ
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